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sabato 29 dicembre 2012

Il cristianesino: fonte di intolleranza o di pace?

«Dove non si dà gloria a Dio, dove Egli viene dimenticato o addirittura negato, non c’è neppure pace. Oggi, però, diffuse correnti di pensiero asseriscono il contrario: le religioni, in particolare il monoteismo, sarebbero la causa della violenza e delle guerre nel mondo; occorrerebbe prima liberare l’umanità dalle religioni, affinché si crei poi la pace; il monoteismo, la fede nell’unico Dio, sarebbe prepotenza, causa di intolleranza, perché in base alla sua natura esso vorrebbe imporsi a tutti con la pretesa dell’unica verità. È vero che, nella storia, il monoteismo è servito di pretesto per l’intolleranza e la violenza. È vero che una religione può ammalarsi e giungere così ad opporsi alla sua natura più profonda, quando l’uomo pensa di dover egli stesso prendere in mano la causa di Dio, facendo così di Dio una sua proprietà privata. Contro questi travisamenti del sacro dobbiamo essere vigilanti. Se un qualche uso indebito della religione nella storia è incontestabile, non è tuttavia vero che il “no” a Dio ristabilirebbe la pace. Se la luce di Dio si spegne, si spegne anche la dignità divina dell’uomo. Allora egli non è più l’immagine di Dio, che dobbiamo onorare in ciascuno, nel debole, nello straniero, nel povero. Allora non siamo più tutti fratelli e sorelle, figli dell’unico Padre che, a partire dal Padre, sono in correlazione vicendevole. Che generi di violenza arrogante allora compaiono e come l’uomo disprezzi e schiacci l’uomo lo abbiamo visto in tutta la sua crudeltà nel secolo scorso. Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile. Nella Notte Santa, Dio stesso si è fatto uomo, come aveva annunciato il profeta Isaia: il bambino qui nato è “Emmanuele”, Dio con noi (cfr Is 7,14). E nel corso di tutti questi secoli davvero non ci sono stati soltanto casi di uso indebito della religione, ma dalla fede in quel Dio che si è fatto uomo sono venute sempre di nuovo forze di riconciliazione e di bontà. Nel buio del peccato e della violenza, questa fede ha inserito un raggio luminoso di pace e di bontà che continua a brillare».

Dall'omelia di Benedetto XVI per la Santa Messa della notte di Natale (24 dicembre 2012)

venerdì 28 dicembre 2012

Gesù, sintesi paradossale

Il Cristo è la sintesi suprema di ogni valore umano e, dunque, religioso, non essendoci uomo senza una fede; è Egli stesso una sintesi paradossale, essendo al contempo uomo e Dio, e un Dio che è insieme Uno e Trino. Il cristianesimo, per nascere e prosperare, non ha bisogno di una tabula rasa, ma, al contrario, deve affondare le proprie radici nell'humus della storia universale. Ogni «o questo o quello», ogni aut-aut, è eretico («eresia», in greco, significa «scelta», mentre «cattolico» vuol dire «universale»), ogni esclusione, fra l'altro, va contro il monito di san Paolo di «esaminare tutto e di tenere tutto ciò che è buono».
(Vittorio Messori, Bernadette non ci ha ingannati, Mondadori 2012)

martedì 25 dicembre 2012

La gloria di Dio si rivela nella povertà di un bambino

«La glo­ria di Dio non si manifesta nel trionfo e nel potere di un re, non ri­splende in una città famosa, in un sontuoso palazzo, ma prende di­mora nel grembo di una vergine, si rivela nella povertà di un bambino. L’onnipotenza di Dio, anche nella nostra vita, agisce con la forza, spes­so silenziosa, della verità e dell’a­more. La fede ci dice, allora, che l’in­difesa potenza di quel Bambino al­la fine vince il rumore delle poten­ze del mondo».
(Catechesi di Benedetto XVI di mercoledì 19 dicembre 2012)


Buon Natale!!!

domenica 23 dicembre 2012

Letterina di Natale


Caro Gesù Bambino, ecco che arriva Natale e io non ti ho ancora spedito la mia letterina. Il fatto è, caro Gesù Bambino, che prima ho perso tempo perché non riuscivo a scegliere tra i tanti doni che desidero, perché babbo e mamma mi hanno detto di avere saputo da fonte sicura che quest’anno hai deciso di non accogliere le richieste dei bambini che vogliono troppe cose. Secondo te, dimostrerebbero di non essere attenti a ciò che accade dentro le loro case dove, per colpa della crisi, si cerca di risparmiare anche sulle cose necessarie. Adesso ho scelto un regalo solo, che desidero tantissimo perché tutti i miei amici ce l’hanno: le scarpe con le rotelle sui tacchi, in modo che si possono adoperare anche come pattini. Io, anche se chiedo le scarpe a rotelle, so molto bene che i miei genitori devono risparmiare su tutto perché hanno da pagare il mutuo e quella tassa in più che devono pagare per la casa. Però a pensarci bene non so se posso chiederti le scarpe a rotelle. È che quando avevo finito di scrivere la letterina e stavo per spedirla, mi sono ricordato di quei bambini uccisi nella sparatoria in America e a tutti quelli di cui sentono storiacce in questi giorni. Ho pensato al dolore e alla tristezza di tanti genitori e dei loro amici. Altro che non avere le scarpe a rotelle.... Allora, caro Gesù Bambino, ho strappato la lettera e ho cominciato a scriverne un’altra: questa. A non chiederti le scarpe a rotelle, sono sincero, non ci riesco: mi piacciono troppo. Però ti chiedo nel frattempo di aiutare anche tutti coloro che hanno bisogno di cose più importanti di quelle che ti chiedo io, in ogni parte del mondo. Lontano da qui come nel mio quartiere. Insomma per tutti i bambini che non sanno che ci sono le scarpe a rotelle, perché non conoscono neanche le scarpe normali. Gesù Bambino, da quando ero più piccolo mio papà mi ha obbligato a vedere un po’ di telegiornali e a leggere il giornale perché dice che se i bambini non conoscono le notizie importanti diventano viziati. Per questo so che ci sono tante persone che abitano in Paesi devastati da guerre e violenze, tormentati dalla fame, spazzati da uragani, terremoti, alluvioni... E che perciò hanno bisogno di tutto. E non solo questo. Il papà e la mamma parlano spesso di loro colleghi che hanno perso il lavoro e non sanno come tirare avanti la famiglia. Caro Gesù Bambino, non voglio fartela troppo lunga perché hai tantissimo da fare. Allora ti dico: vedi tu! So che farai tutto per il meglio, perché Natale porti speranza a ogni uomo, donna e bambino.
Ps. Senti, le scarpe a rotelle, se entrano nella tua lista, non fa niente se non sono di marca.

Tonino Lasconi su Popotus del 20 dicembre 2012

venerdì 21 dicembre 2012

Il mondo finirà....ma non oggi

Tratto dall'articolo di Marina Corradi, pubblicato su Avvenire di ieri, 20 dicembre 2012.

(..) L’Apocalisse, è annunciata e il Giudizio anche, e però ci è stato anche assicurato che abbiamo «un avvocato presso il Padre», ed è uno bravo. Ci è stato detto nei secoli, e tramandato ai figli, che non siamo schegge dentro a un caso cieco, ma invece siamo amati e attesi, uno a uno, da Cristo, che ricapitolerà in sé tutte le cose della Terra e del Cielo. Certo, ad ascoltare gli astrofisici che oggi dipingono un 'multiverso', cioè un Universo innumerevole e in continua espansione, governato da una materia e da un’energia 'oscure', ci si può sentire così irrilevanti: in bilico come siamo su un pianeta di una qualsiasi galassia, in un Multiverso fra i tanti. E forse che lo stesso Vangelo non annuncia che «Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli verranno sconvolte»? Ma, ha insegnato Benedetto XVI proprio un mese fa, bisogna legare questi versi a quello che immediatamente li segue: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria». Cristo, dunque, che compie in sé le profezie dell’Antico Testamento: è lui, dice il Papa, «il vero avvenimento che, in mezzo agli sconvolgimenti del mondo, rimane il punto fermo e stabile». E tutte le creature, ha aggiunto il Papa, e il Sole e la Luna e il firmamento, obbediscono alla Parola di Dio, anzi esistono in quanto «chiamati» da essa. Da quel Logos che è il Verbo fatto carne. In uno sguardo cristiano dunque le profezie di fini del mondo prossime venture perdono consistenza, e non solo perché ci è stato detto che non sappiamo il giorno, né l’ora; ma perché nella fede si scioglie il terrore di una fine che piomba addosso come una ghigliottina, di un niente che ci inghiotte e ci divora. Perché a governo di tutto, delle stelle come dei capelli del capo di ognuno, c’è un Dio che conosce il cuore di ciascuno, e largamente perdona. (...) Qualunque cosa dicano gli oracoli pagani, per noi è Cristo il vero avvenimento – la roccia, nel ruotare vertiginoso di un ancora sconosciuto universo. Di un mondo che può passare, mentre le parole di Cristo non passeranno.
 (...) noi sappiamo che cosa veramente aspettiamo, a giorni: un bambino che nasce senza un tetto – un niente, nella logica dei ricchi e dei potenti. Cos’era quel bambino di fronte all’Impero romano e agli eserciti, che cos’era dentro alla storia e al suo maestoso avanzare? E quante fini del mondo nei secoli sono state annunciate. Duemila anni dopo siamo ancora qui, a parlare del bambino di Betlemme – cadute, nel frattempo, mille rivoluzioni, ideologie, potenze. Se non da lui, da chi andremo? La vera attesa è quella del 24 dicembre, lunga notte nel buio del solstizio d’inverno. Notte in cui però, ha detto il Papa ieri, «l’indifesa potenza di un Bambino alla fine vince il rumore delle potenze del mondo». Lontano dal fragore di apocalissi fasulle, noi chini, ancora, su un Dio che nasce nel silenzio.


lunedì 17 dicembre 2012

Le Beatitudini

Non è facile capire le Beatitudini pronunciate da Gesù. Sembrano astratte, impossibili, "roba" per donnette. Eppure...per Gesù sono una cosa seria, l'unica possibilità di felicità vera, autentica.
Come diceva don Tonino Bello (tratto da http://www.qumran2.net/ritagli/index.php?ritaglio=5393) :
"Alludono a quegli appagamenti di gioia completa che andiamo inseguendo da tutta una vita, senza essere riusciti mai ad afferrare per intero. Fanno riferimento a quel senso di benessere pieno di gioia totalizzante che esiste solo nei nostri sogni.(...) Non ci vuol molto a capire, insomma, che sotto queste sentenze veloci del discorso della montagna c'è qualcosa di grande. E che, di quel misterioso "regno dei cieli", la cosa più ovvia che si possa dire è che rappresenta il vertice della felicità. Sì, Gesù vuol dare una risposta all'istanza primordiale che ci assedia l'anima da sempre. Noi siamo fatti per essere felici. La gioia è la nostra vocazione. E' l'unico progetto, dai nettissimi contorni, che Dio ha disegnato per l'uomo. Una gioia raggiungibile, vera, non frutto di fabulazioni fantastiche, e neppure proiezione utopica del nostro decadentismo spirituale".
Per aiutarci a capire un po' di più il senso di quelle parole pronunciate da Gesù, vi propongo le Beatitudini dei giovani, che ho trovato qui.

Beato te che, povero in spirito, non ti affanni a consumare continuamente come tutti i ragazzi della tua età. 
Dio sarà la tua ricchezza.
Beato te che, soffrendo per il male che c’è nel mondo, ti lasci raggiungere dal dolore degli altri e aiuti chi è nel bisogno. 
Dio ti darà la sua consolazione. 
 Beato te che, avendo un cuore mite, al male rispondi con il bene e ti sforzi di amare tutti. 
Dio ti darà la comunione con lui. 
 Beato te che, avendo fame e sete di santità, non ti senti mai sazio di Dio e lo cerchi continuamente. Dio ti darà la pienezza della vita. 
 Beato te che sei misericordioso pronto a perdonare e a fare il primo passo. 
Dio sarà generoso nel perdonarti. 
 Beato te che hai un cuore sincero e trasparente incapace di doppiezza e falsità. 
Dio ti farà dono della sua presenza. 
 Beato te che diffondi la pace e costruisci un ambiente fraterno e solidale. 
Dio ti considererà a pieno titolo suo figlio. 
 Beato te che consideri la sofferenza come normale compagna di viaggio e non ti meravigli delle calunnie, fraintendimenti e persecuzioni. 
Dio è con te, ti proteggerà e ti difenderà sempre.

Ai colleghi propongo di dare un'occhiata nel sito della Sei, dove si trovano dei materiali sul tema molto interessanti. Cliccate qui.
Invito i miei alunni a rivedere alcuni post del passato:

lunedì 10 dicembre 2012

Sant'Agostino e la felicità

Agostino, l’intellettuale originario di Tagaste che diventerà vescovo di Ippona e che influenzerà la cultura europea con il suo pensiero,  parla della sua ricerca della felicità soprattutto nel libro Le Confessioni.
Nel film che vi ho proposto, trasmesso dalla Rai qualche tempo fa, abbiamo visto l'itinerario che lo ha portato alla conversione e al battesimo. Agostino, da ragazzo e da uomo, affamato di felicità, ha cercato risposte a tutte le sue inquietudini nella filosofia, nei piaceri, nel successo, ma inutilmente. Fu soprattutto l’incontro e la frequentazione con il vescovo di Milano Sant’Ambrogio a portarlo alla scoperta di un Dio che colma il nostro desiderio di felicità. Nella notte di Pasqua del 387 dopo Cristo, a Milano, ricevette proprio dal vescovo Ambrogio il battesimo.
Quante somiglianze tra la storia di Agostino e gli altri personaggi che ci hanno accompagnati in questo percorso avviato a scuola! Agostino è un po' come Pinocchio e il figlio della parabola del Padre misericordioso: ognuno di loro, infatti, è ingannato da una falsa promessa di felicità. Agostino è anche un po' come il principe Siddharta, che, nonostante abbia tutto ciò che un uomo possa desiderare, sente dentro di sé quella nostalgia che rende inquieti.
Potremmo trovare anche molti parallelismi tra la nostra epoca e quella in cui visse Sant’Agostino; allora si andava sgretolando il potere dell’impero romano nella corruzione, il tradimento dei valori antichi, le invasioni di nuovi popoli, oggi.... quella storia sembra ripetersi.
 “Ci hai fatti per te, Signore; perciò il nostro cuore è inquieto finché non riposerà in te”. Questa è la scoperta di Agostino.  Il suo cuore si riempì allora di gioia inesauribile: “O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi, tremai di amore e di terrore. Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi hai chiamato ed ora io anelo a te!”
A quanto pare, Dio c’entra proprio con la felicità dell’uomo!
Vi invito a dare un'occhiata ad un fumetto sulla vita di Sant'Agostino che vi ho già presentato in un post del passato. Cliccate qui.
Per approfondire la riflessione, vi rimando ad un altro post. Cliccate qui.

giovedì 6 dicembre 2012

Un prete per le strade di Marsiglia

Vi presento la storia di un uomo che, dai locali notturni di Parigi, in cui cantava, è passato ad indossare la tonaca. Otto anni fa è stato infatti ordinato sacerdote ed oggi è parroco a Marsiglia. Michel-Marie Zanotti-Sorkine, questo è il suo nome, e per conoscerlo meglio vi riporto l'articolo di Marina Corradi, pubblicato su Avvenire del 29 novembre 2012. In questo Anno della Fede fa bene sentire e sapere che ci sono cristiani veramente innamorati di Cristo.

Quella tonaca nera svolazzante sulla rue Canabière, tra una folla più maghrebina che francese, ti fa voltare. Toh, un prete, e vestito come una volta, per le strade di Marsiglia. Un uomo bruno, sorridente, eppure con un che di riservato, di monacale. E che storia, alle spalle: cantava nei locali notturni di Parigi, solo otto anni fa è stato ordinato e da allora è parroco qui, a Saint-Vincent-de-Paul. Ma la storia in realtà è anche più complicata: Michel-Marie Zanotti-Sorkine, 53 anni, discende da un nonno ebreo russo, immigrato in Francia, che prima della guerra fece battezzare le figlie. Una di queste figlie, scampate all’Olocausto, ha messo al mondo padre Michel-Marie, che per parte paterna è invece mezzo corso e mezzo italiano. (Che bizzarro incrocio, pensi: e guardi con stupore la sua faccia – cercando di capire com’è un uomo, con dietro un tale nodo di radici). Ma se una domenica entri nella sua chiesa gremita, e ascolti come parla di Cristo con semplici quotidiane parole; e se osservi la religiosa lentezza dell’elevazione, in un silenzio assoluto, ti domandi chi sia questo prete, e cosa in lui affascini, e faccia ritornare chi è lontano. Infine ce l’hai davanti, nella sua canonica bianca, claustrale. Sembra più giovane dei suoi anni; non ha, noti, quelle rughe di amarezza che marchiano col tempo la faccia di un uomo. Una pace addosso, una letizia che stupisce. Ma lei chi è?, vorresti chiedergli immediatamente. Davanti a un pasto frugale, cenni di una vita intera. Due splendidi genitori. La madre, battezzata ma solo formalmente cattolica, lascia che il figlio frequenti la Chiesa. La fede gli è contagiata «da un vecchio prete, un salesiano in talare nera, uomo di fede generosa e smisurata». Il desiderio, a otto anni, di essere sacerdote. A tredici perde la madre: «Il dolore mi ha devastato. E però non ho mai dubitato di Dio». L’adolescenza, la musica, e quella bella voce. I piano bar di Parigi potranno sembrare poco adatti a discernere una vocazione religiosa. Eppure, intanto che la scelta lentamente matura, i padri spirituali di Michel-Marie gli dicono di restare nelle notti parigine: perché anche lì c’è bisogno di un segno. La vocazione infine preme. Nel 1999, a 40 anni, si avvera il desiderio infantile: sacerdote, e in talare, come quel vecchio salesiano. Perché la talare? «Per me – sorride – è una divisa da lavoro. Vuole essere un segno per chi mi incontra, e soprattutto per chi non crede. Così sono riconoscibile come sacerdote, sempre. Così per strada sfrutto ogni occasione per fare amicizia. Padre, mi chiede uno, dov’è la posta? Venga, l’accompagno, rispondo io, e intanto si parla, e scopro che i figli di quell’uomo non sono battezzati. Me li porti, dico alla fine; e spesso quei bambini, poi, li battezzo. Cerco in ogni modo di mostrare con la mia faccia un’umanità buona. L’altro giorno addirittura – ride – in un bar un vecchio mi ha chiesto su quali cavalli puntare. Io gli ho dato i cavalli. Ho chiesto scusa alla Madonna, fra me: ma sai, le ho detto, è per fare amicizia con quest’uomo. Come diceva un prete, che è stato mio maestro, a chi gli chiedeva come convertire i marxisti: "Occorre diventare loro amici", rispondeva». Poi, in chiesa, la messa è severa e bella. Il prete affabile della Canabière è un prete rigoroso. Perché cura tanto la liturgia? «Voglio che tutto sia splendente attorno all’Eucarestia. Voglio che all’elevazione la gente capisca che Lui è qui, davvero. Non è teatro, non è pompa superflua: è abitare il Mistero. Anche il cuore ha bisogno di sentire». Lui insiste molto sulla responsabilità del sacerdote, anzi in un suo libro – ha scritto numerosi libri, e scrive ancora, a volte, canzoni – afferma che un sacerdote che abbia la chiesa vuota si deve interrogare; e anche: «È a noi, che manca il fuoco»...

mercoledì 5 dicembre 2012

Scienza e fede preziose alleate

«La ri­cerca scientifica porta alla cono­scenza di verità sempre nuove sul­l’uomo e sul cosmo, lo vediamo. Il vero bene dell’umanità, accessi­bile nella fede, apre l’orizzonte nel quale si deve muovere il suo cam­mino di scoperta. Vanno pertan­to incoraggiate, ad esempio, le ri­cerche poste a servizio della vita e miranti a debellare le malattie. Im­portanti sono anche le indagini volte a scoprire i segreti del nostro pianeta e dell’universo, nella con­sapevolezza che l’uomo è al verti­ce della creazione non per sfrut­tarla insensatamente, ma per cu­stodirla e renderla abitabile. Così la fede, vissuta realmente, non en­tra in conflitto con la scienza, piut­tosto coopera con essa, offrendo criteri basilari perché promuova il bene di tutti, chiedendole di ri­nunciare solo a quei tentativi che - opponendosi al progetto origi­nario di Dio - possono produrre effetti che si ritorcono contro l’uo­mo stesso. Anche per questo è ra­gionevole credere: se la scienza è una preziosa alleata della fede per la comprensione del disegno di Dio nell’universo, la fede permet­te al progresso scientifico di rea­lizzarsi sempre per il bene e per la verità dell’uomo, restando fedele a questo stesso disegno».
(Benedetto XVI nell'udienza di mercoledì 21 novembre 2012)

lunedì 3 dicembre 2012

Classi seconde: un gioco per ripassare

Cliccate qui per un gioco di ripasso sugli argomenti trattati.
Il gioco è stato realizzato grazie alle possibilità offerte da SpellingCity.com. Per saperne di più cliccate sull'immagine.

domenica 2 dicembre 2012

Guardate in alto!

Il Vangelo di oggi ci fa quasi rabbrividire:

«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra an­goscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flut­ti, mentre gli uomini mori­ranno per la paura e per l’at­tesa di ciò che dovrà acca­dere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte».

Ci stiamo forse avvicinando alla fine? Gli eventi di questi ultimi giorni, la crisi economica, lo scioglimento dei ghiacci, i venti di guerra, neanche tanto lontani da noi....
"Mi sa tanto, prof, che i Maya c'hanno ragione".
Guardo gli occhi indagatori e spauriti del mio alunno e provo un'infinita tenerezza. Certo che ai nostri ragazzi facciamo respirare un'aria pesante! Il telegiornale è quasi da vietare ai minori e così le trasmissione del pomeriggio, che una volta era della "tivvù dei ragazzi".
No. Il Vangelo di oggi non rinforza il ghigno sadico dei profeti di sventura:
«... Alzatevi, guardate in alto e lontano, perché la vostra li­berazione è vicina».
Finchè rimango schiacciato nella materialità divento preda dell'ansia e della paura, ma se ho il coraggio di alzare lo sguardo al cielo e di vederlo con occhi diversi, mi scopro parte di un progetto che mi supera, che dà senso e sapore alla mia vita. Non sono qui per caso e la mia fame di giustizia, di pace, di bellezza, di verità ha un senso, ha un "destino": «...allora vedranno il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria».

Questo mondo porta in sé un altro mondo: un mondo più buo­no e più giusto, dove Dio vie­ne e regnerà per sempre.
Non c'è da aver nessuna paura se siamo gente dalla vita verticale: il "Cielo" non ci è nemico, ma nel Figlio di Dio che si fa uomo incontra la nostra umanità e la fa redenta, la innalza, le dà nuova vita.
Buon inizio di Avvento a tutti!


sabato 1 dicembre 2012

La fede e il sapere autentico su Dio

«La fede permette un sapere au­tentico su Dio che coinvolge tut­ta la persona umana: è un "sàpe­re", cioè un conoscere che dona sapore alla vita, un gusto nuovo d’esi­stere, un modo gioioso di stare al mondo. La fede si e­sprime nel dono di sé per gli altri, nella fraternità che rende solidali, capaci di a­mare, vincendo la solitudine che ren­de tristi. Questa co­noscenza di Dio at­traverso la fede non è perciò solo intel­lettuale, ma vitale. È la conoscenza di Dio-Amore, gra­zie al suo stesso amore. L’amore di Dio poi fa vedere, apre gli occhi, permette di conoscere tutta la realtà, oltre le prospettive angu­ste dell’individualismo e del sog­gettivismo che disorientano le co­scienze. La conoscenza di Dio è perciò esperienza di fede e impli­ca, nel contempo, un cammino in­tellettuale e morale: toccati nel profondo dalla presenza dello Spi­rito di Gesù in noi, superiamo gli orizzonti dei nostri egoismi e ci a­priamo ai veri valori dell’esisten­za».
(Benedetto XVI, nell'udienza di mercoledì 21/11/2012)

venerdì 30 novembre 2012

Mai più la pena di morte

La Comunità di Sant'Egidio ha organizzato il VII Congresso internazionale dei Ministri della Giustizia “Per un mondo senza pena di morte”.
Vi riporto l'articolo pubblicato su Avvenire del 28 novembre, a firma di Giovanni Ruggiero.
Basterebbero storie come quella di Marat Rakhmanov per opporsi alla pena di mor­te. A 28 anni, questo giovane russo finì nel braccio della morte accusa­to di un duplice omicidio che non a­veva commesso. Un abile avvocato lo strappò dalle mani del boia. A­desso porta la sua testimonianza al VII Congresso internazionale dei mi­nistri della Giustizia, «Per un mon­do senza pena di morte», voluto dal­la Comunità di Sant’Egidio che da anni si batte per l’abolizione nel mondo della pena capitale. A Roma sono presenti i ministri di venti Pae­si. Alcuni di questi prevedono la pe­na di morte ma hanno applicato u­na moratoria, come lo Zimbabwe, a­bolizionista de facto. Significativa la testimonianza del ministro di que­sto Stato, Theresa Makone, che cita le parole dell’attuale primo ministro, Morgan Tsvangirai, oppositore di Mugabe e condannato per questo a morte dopo essere stato accusato di ingiusti crimini. Lo Zimbabwe da 32 anni non fa ese­guire condanne capitali. Il primo mi­nistro ripete spesso: «Se continuia­mo a praticare la logica dell’occhio per occhio, il nostro Passe diventerà un Paese di ciechi». Il boia ha sem­pre meno spazio. Meno della metà dei Paesi che conservano la pena di morte hanno eseguito condanne. L’hanno abolita del tutto, di recente, l’Uzbekistan e l’Argentina (2008), il Burundi e il Togo (2009). È un buon segno, poi, la recente risoluzione del­l’Onu (19 novembre scorso) che chiede una moratoria universale del­la pena capitale. L’hanno votata 119 Paesi, contrari 39, mentre gli altri si sono astenuti o erano assenti. Nel 2012 lo Stato del Connecticut ha a­bolita la pena di morte e altre undi­ci nazioni, pur emettendo sentenze capitali, non le hanno eseguite. Ca­lo anche delle vittime: nel 2011 le e­secuzioni sono state circa 5.000 con­tro le 5.946 dell’anno precedente. Questo perché le esecuzioni stima­te in Cina sono passate da 5.000 nel 2010 alle 4.000 presunte del 2011. In controtendenza soltanto quattro Paesi che hanno ripreso le esecu­zioni: l’Afghanistan, gli Emirati Ara­bi, il Botswana e il Giappone. Il Congresso romano dei ministri della Giustizia va nella direzione di spingere sempre più Paesi a rifiutare la pe­na capitale. «Al fon­do della nostra bat­taglia – dice Mario Marazziti che nella Comunità è l’alfiere di questo impegno – c’è la consapevolez­za che non si può mai essere come chi uccide, qualunque siano le cir­costanze. Nessun essere umano smette mai di essere umano, anche il più violento, anche chi sembra un animale. E non si restituisce mai la vita a una vittima togliendone un’al­tra. Non si toglie mai il dolore profondo alle famiglie eliminando un’altra vita umana e creando nuo­ve vittime».

giovedì 29 novembre 2012

Restiamo amici. Parliamone!

L'articolo di Daniele Novara, pubblicato su Popotus del 27 novembre 2012, ci offre alcuni spunti per riflettere su come possa far bene litigare bene.
«Meglio darle che prenderle!» e allora ti getti e cerchi di mettercela tutta per buttarlo giù, ma quello è più arrabbiato di te e ti stende davanti a tutti. E allora pensi «La prossima volta gliele suono che poi la smette di rompermi». E allora lo aspetti e gli dici: «Hai paura perché sei una gallina senza penne e voglio dartele». Lui ti guarda e hai l’impressione che ti voglia prendere in giro. Lo sguardo è di superiorità e non lascia molti dubbi sulle sue intenzioni. Allora non ci vedi più dalla rabbia e ti avventi su di lui, lo getti per terra e lo riempi di pugni. Alla fine lui ti guarda sbigottito come se non avesse immaginato che eri proprio tu quella furia. Se ne va con la coda fra le gambe, ma sai già che la prossima volta tocca a te e che non ci sarà neanche il tempo per gustarsi questa soddisfazione. Allora pensi: «Anche litigare stanca!» Chiedi a un amico di dirgli che lo vuoi incontrare per parlare e smetterla di darsi botte. Ma quello non capisce e pensa che è uno scherzo e quando vi incontrate ti salta addosso e finisci con il prenderle, perché neanche eri pronto a dargliele indietro. E allora gli amici ti dicono: «È proprio un vigliacco… Tu volevi fare la pace e lui ti ha aggredito. Dobbiamo vendicarci». Ma tu sei proprio stanco di vendette e non hai voglia di ascoltarli. Vuoi capire se anche da un litigio può nascere un’amicizia. E aspetti, aspetti, aspetti finché un giorno giocando a calcio nel cortile della scuola segni un gol decisivo e lui ti viene incontro per abbracciarti perché fa proprio parte della tua squadra. Capisci che ce l’hai fatta e che stavolta hai vinto la sfida più difficile: aspettare finché il litigio diventa un gioco e poi un incontro e poi un’amicizia.

venerdì 23 novembre 2012

Il Credo: semplice commento al Simbolo apostolico

Nell'Anno della Fede stiamo approfondendo la riflessione su cosa significhi essere cristiani e quali sono i fondamenti del loro credo.
Fin dai primi tempi della Chiesa la fede cristiana è stata sintetizzata in brevi formule che vanno sotto il nome di «professione di fede›› o «Credo››. La più antica e anche la più semplice formulazione della fede cristiana è il Credo o Simbolo degli apostoli; ma altre sintesi sono state fatte nei primi concili, come il Credo niceno-costantinopolitano (381 d.C.), uno dei testi più importanti del cristianesimo.
La fede in un Dio unico ma in tre persone - Padre, Figlio, Spirito Santo(Trinità)- è al centro della fede di tutte le Chiese cristiane (cattolica, protestante, ortodossa): chi non crede che Gesù è pienamente uomo e Dio e nel mistero della Trinità non può essere considerato cristiano.
Vi riporto un breve commento agli articoli del Credo (tratto dal libro di testo Religione 2.0) che segue il  Simbolo degli Apostoli, che trovate cliccando qui.
1. Come gli ebrei e i musulmani, anche i cristiani sono monoteisti, credono cioè in un solo Dio, che è Padre onnipotente (può tutto) ed è anche il Creatore del mondo. Il primo libro della Bibbia (Genesi) ci racconta in modo simbolico e secondo le espres- sioni del tempo com'è avvenuta la creazione.
2. Per i cristiani, Gesù è la seconda persona della Trinità, il Figlio di Dio fatto uomo, vero uomo e vero Dio insieme.
3. Sulla base del Vangelo di Luca (1,26-38),i cristiani venerano Maria come la madre di Gesù che ha concepito il figlio in modo miracoloso.
4. La citazione di Ponzio Pilato, procuratore di Roma, dà valore storico alla crocifissione e morte di Gesù. Ancora oggi la tomba vuota, nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, è meta di numerosi pellegrinaggi.
5. Dopo la sua morte, Gesù discese agli inferi, per annunciare la liberazione dei giusti defunti e dare loro la vita eterna in cielo.
6. La fede in Gesù, risorto dai morti e vivo per l'eternita, è il centro del cri- stianesimo.
7. L'erede dell'imperatore romano sedeva alla sua destra e il Credo usa la stessa immagine per indicare che Gesù condivide l'autorità di Dio. Dalla sua gloria tornerà sulla terra per giudicare i vivi e i morti. Secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, al momento della morte ci sarà per ogni persona un giudizio particolare e un altro universale alla fine dei tempi.
8. Lo Spirito Santo è la terza persona della Trinità, presente fin dalla creazione del mondo. Inviato a noi dal Padre insieme al Figlio, egli continua la sua opera nel mondo e nella Chiesa attraverso sette doni (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio).
9. La Chiesa è «cattolica» (termine di origine greca che significa «universale››), nel senso che è aperta a tutti. I credenti in Cristo formano una sola comunità in lui. Infatti, come afferma san Paolo, in lui «non c'è giudeo né greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Quindi la parola «cattolica››, nel Credo, non sta a indicare la Chiesa cattolica romana, ma la natura della Chiesa; per questo le varie Chiese s'incontrano e pregano per ritrovare l'unità.
10. «Comunione dei santi» indica la comune partecipazione di tutti i membri della Chiesa alle cose sante (la fede,i sacramenti, i doni spirituali) e anche un legame particolare che unisce tutti i fedeli, sia vivi che defunti, alla Chiesa univer- sale, formando cosi in Cristo una sola famiglia (corpo mistico). «Santi» in questo senso sono tutti quelli che credono in Cristo e partecipano alla Chiesa, da non confondere con le persone eccellenti che vengono proclamate «sante» dalla Chiesa per essere di esempio agli altri cristiani.
11. Anche se con interpretazioni differenti tra le varie Chiese sul modo della «remissione››, tutti i cristiani credono che Gesù abbia salvato l'umanità dal peccato, assumendo su di sé ogni colpa. Spetta all'uomo accettare o meno questa grazia (o favore gratuito) che Dio ha fatto agli uomini attraverso Gesù; nella sua libertà l'uomo può anche rifiutare questo dono. Ma Dio perdona sempre coloro che si pentono e cambiano vita.
12. L'ultimo articolo del Credo afferma la fede nella vita che continua dopo la morte, anche dopo che il nostro corpo sarà ridotto in polvere. La vita eterna, stare con Dio per sempre, è il fine e la speranza a cui tende il cristiano. Come l'amen finale, termine ebraico che significa «sia cosi››, il credente sottoscrive - pur senza sapere come tutto ciò si realizzerà concretamente - quello che ha proclamato nel Credo, scommettendo su Dio e affidandosi completamente a lui.

martedì 20 novembre 2012

I cavernicoli erano più intelligenti di noi?!!!

Leggo su Popotus del 15 novembre 2012:
«In barba all’evoluzione della specie, stiamo diventando sempre più stupidi. Almeno secondo gli scienziati dell’Università Stanford, convinti che la nostra intelligenza sia in costante diminuzione poiché non ne abbiamo più bisogno per sopravvivere. I ricercatori sostengono che stiamo perdendo le nostre capacità intellettuali – assieme a quelle emotive – perché, mentre millenni fa essere intelligenti poteva fare la differenza tra vivere e morire, oggi si sopravvive tranquillamente anche senza tutte le cellule grigie all’erta. All’origine della storia dell’uomo l’intelligenza era fondamentale per la sopravvivenza, ma, con il mutare delle condizioni ambientali, abbiamo cominciato a perdere lentamente terreno, dicono i ricercatori».
Devo confessarvi che, da qualche anno a questa parte, anche io ho cominciato a dubitare dell'intelligenza delle giovani generazioni. Non me ne vogliate, ma ci sono momenti in cui, mentre guardo il modo di comportarsi di alcuni alunni, qualche sospetto mi viene.
I nostri giovani sono sicuramente svegli, brillanti, ma quasi del tutto incapaci di adeguarsi alle situazioni. L'intelligenza, in fondo, è proprio la capacità di adeguare o modificare, se necessario, le strategie individuali alle caratteristiche dei problemi, agli obiettivi perseguiti e ai risultati ottenuti. E questo mi sembra che a volte manchi nei ragazzi.
E' interessante notare come l'articolo sottolinei il legame tra le capacità intellettuali e quelle emotive, e anche su questo punto mi ritrovo con le conclusioni dei ricercatori dell'Università di Stanford.
Forse non è proprio così vero che la specie sta diventando stupida, ma per porre un argine alla stupidità noi adulti dobbiamo ritornare a mettere l'educazione delle giovani generazioni al centro del nostro impegno. Non possiamo educare rinunciando a trasmettere valori forti come l'impegno, la fatica, il sacrificio, l'attenzione agli altri. L'educazione li deve accompagnare a comprendere la realtà per inserirsi in essa in modo sempre più responsabile e libero.
Per questo si deve anche avere il coraggio di abbandonare quell'atteggiamento relativista che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie.

lunedì 19 novembre 2012

domenica 18 novembre 2012

Un esercizio di ripasso per le classi terze

Nel nostro percorso che ci sta facendo conoscere alcuni personaggi e la loro ricerca di felicità, abbiamo incontrato, per ora, Pinocchio, i due figli della parabola del "Figlio prodigo" e il Buddha.
Vi propongo un test per verificare le vostre conoscenze.

Cliccate qui per svolgere il quiz.

sabato 17 novembre 2012

La Bibbia: il grande Codice della cultura occidentale

Nel campus di Toronto, fra i praticelli dove scoiattoli bruni o castani passeggiano arrampicandosi sugli alberelli, un distinto signore siede sulla panchina, con gli occhiali un po’ abbassati sul naso, tenendo aperto un libro tra le mani, tolto da una pila che tiene accanto. È Northrop Frye, o meglio la statua di bronzo del grande critico scomparso nel 1991, autore del saggio che ha reso familiare a un largo pubblico la promozione della Bibbia a 'grande codice' della cultura occidentale. Non si può resistere alla tentazione di sedersi accanto a lui, sulla panchina, per una foto ricordo, ma anche per spiare se il libro bronzeo sia aperto su un salmo o su una parabola, sulla storia di Giobbe o sull’Apocalisse, o sulle loro riscritture nelle letterature moderne. Non stupisce che l’università di Toronto, in cui ha esercitato il suo magistero, abbia dedicato un convegno al rapporto tra letteratura italiana e religione. Toronto non è solo la maggior metropoli del Canada: con i suoi 600 mila italocanadesi è una delle più grandi comunità di nostri conterranei oltre confine, e il Dipartimento di Italian Studies della sua università è da anni uno di più attivi. Nelle tre fitte e vivaci giornate del consesso si sono alterrnati al microfono studiosi americani e italiani, oltre ai promotori: Salvatore Bancheri, Franco Pierno, Francesco Guardiani, Anthony Cristiano. Invece di dare un resoconto dei numerosi e ricchi interventi, impresa qui impossibile, mi limito a segnalare le impressioni complessive che ne ho ricavato.
Primo: i tempi sono maturi per riconoscere che ignorare la religione nello studio della nostra letteratura significa amputarla e anche deformarla. Geniale ma fazioso, De Sanctis la faceva partire dal contrasto di Cielo d’Alcamo, un irriverente testo laicista e maschilista, mentre oggi nessuno nega che è incominciata con il Cantico di Francesco e la Lauda di Jacopone, un salmo in volgare e un dramma-preghiera.
Secondo: la religione irrora la letteratura non solo nel genere dei trattati teologici e delle preghiere, dei quaresimali e dei libri di devozione – la «Letteratura religiosa» oggetto del recente volume di Rita Librandi, edito dal Mulino –, ma la letteratura senza aggettivi, quella dei massimi autori, trattata nell’opera collettiva sulla Bibbia nella letteratura italiana, pubblicata dalla Morcelliana, su cui verteva la relazione inaugurale del convegno. Senza religione non si perdono solo Savonarola o Alfonso de’ Liguori, che già sarebbe una mutilazione grave, ma non si intenderebbero appieno Dante e Petrarca, gli umanisti e Tasso, Metastasio e Manzoni, e neppure i cosiddetti 'lontani', da Leopardi a Pirandello.
Quanto ai contemporanei, echi del sacro sono stati colti dai relatori, nei poeti, da Rebora a Luzi, ma anche in un cantautore, De André, e nei registri, da Rossellini a Moretti: due generi che oltre Oceano sono spesso studiati nel loro intreccio con la letteratura. Com’era da aspettarsi, l’autore più trattato a Toronto è stato Dante, che ai critici americani interessa soprattutto per le implicazioni teologiche, in polemica contro quelli, per pregiudizi crociani o avversione ideologica, vorrebbero separare la poesia dalla profezia. Come disconoscere che la pronta recezione del Purgatorio, ignorato dai coevi poemi sull’aldilà, è un grande acquisto umanistico oltre che teologico? Una costante emersa negli scrittori considerati è il confronto con la Parola sacra, reinterpretata e fatta propria, per dare un senso alla loro parola, per giustificarla, 'renderla giusta', e cogliervi significati nuovi e fermenti lievitanti.
FONTE: PIETRO GIBELLINI in Avvenire del 09/11/2012

giovedì 15 novembre 2012

Chi ha rubato il Natale e il resto?

di MIMMO MUOLO su Avvenire del 09/11/2012

Qualche tempo fa mio figlio Giuseppe mi ha chiesto: «Papà, ma Natale non è la fe­sta di Gesù Bambino?». «Certo», gli ho risposto. E lui prontamente: «Ma allora perché quasi tutti parlano di Babbo Natale e così poco di Gesù Bambino?». Confesso che la do­manda mi ha spiazzato, anche per­ché i bambini, si sa, hanno una ca­pacità di guardare le cose che noi a­dulti, per rispetto delle cosiddette convenzioni sociali, per superficia­lità o semplicemente perché in quel momento stiamo facendo altro, spesso e volentieri perdiamo. Così, in quel periodo prenatalizio di qual­che anno fa, ho co­minciato a guardar­mi intorno, a osser­vare meglio la realtà (televisione, giorna­li, pubblicità, discor­si della gente e quant’altro) e mi so­no accorto che l’o­biezione di mio figlio aveva un qualche fondamento. Emer­ge un fenomeno so­cio- culturale di vaste proporzioni che toc­ca, purtroppo, non solo il Natale, ma an­che le altre principa­li feste cristiane. Accade infatti che proprio il Natale sia ormai diventata – specie nell’Occiden­te industrializzato – una festa senza fe­steggiato. O meglio, con un surrogato di festeggiato: il Babbo Natale di tante pubblicità dalla ma­trice scopertamente consumistica. Pasqua, invece, passa per una gene­rica «festa della primavera», l’As­sunta risulta quasi completamente assorbita nel solleone del Ferragosto e Ognissanti, soprattutto presso il mondo giovanile, rischia di soc­combere all’invadenza di Hal­loween. La prima immagine che mi è venu­ta in mente è quella di una sorta di scippo. O meglio, per effetto delle correnti culturali dominanti, viene operata sul dna delle feste cristiane una sorta di mutazione genetica, che pur mantenendone inalterato il no­me e la struttura formale, ne cambia profondamente l’identità e in so­stanza le svuota del loro vero signi­ficato. Le motivazioni di questa mu­tazione, o se si vuole dello scippo, possono essere apparentemente di­verse. Ma la radice è unica e investe la sfera profonda dell’essere cristia­ni oggi, la corretta antropologia e in definitiva la stessa organizzazione sociale. Vediamo alcuni esempi.  
Il Natale e Buzzati

mercoledì 14 novembre 2012

Il viaggio come metafora della vita

«È metafora dell’infinito andare ver­so: verso se stesso, verso gli altri, verso la vita. Sempre alla ricerca di un approdo, di un luogo in cui fare esperienza della bellezza di vivere. E l’incontro con 'ogni al­tro' comporta un viaggiare, un andare, un cambiare. E questo o­gni uomo lo sa. E come il viaggio ci porta lontano per farci essere più vicini, la relazione con l’altro ci porta lontano, ad uscire da noi stessi per farci essere più vicini».
(monsignor Mario Lusek, diretto­re dell’Ufficio Cei per la pastora­le del tempo libero, turismo e sport)

 

sabato 10 novembre 2012

La capacità creativa dello sguardo

Tratto da Alessandro D'Avenia in "Noi. Genitori & Figli", supplemento di Avvenire del 28 ottobre 2012.

 «(...)Un bambino lasciato senza parole o gesti di affetto muore o impazzisce. Un adolescente privato dello sguardo dei genitori é orfano di quegli occhi che consentono di accettarsi nella sua unicità, fatta di punti forti e punti deboli. L'uomo ha bisogno dell'uomo per diventare tale.(...) C'e una capacità creativa nello sguardo umano, come quello di Michelangelo sul blocco di marmo: lo sguardo puo determinare l'altro. lnfatti per poter amare noi stessi, secondo quanto detto sul cucciolo d'uomo, abbiamo bisogno di riceverci dagli altri. Non possiamo dire "io", se prima non impariamo a dire ”tu", e questo vale per il bambino come per l'aduIto. Solo chi si dona ad un altro può dall'altro ricevere se stesso e amare se stesso. Abbiamo bisogno di questo sguardo liberante che ci consente di vedere chi siamo e quale bene sia la nostra vita per la comunità umana. Lo sguardo innamorato ha un potere profetico e trasformante. Chi ci ama ci guarda in un modo che allo stesso tempo ci consente di essere noi stessi e ci spinge ad essere “più di noi stessi“, ci fa percepire la nostra vita per quello che é: dono e compito. (...)La bellezza di una persona è la grazia che una persona emana, e la emana quando la sua unicità volge verso la sua pienezza, quando occupa il suo posto nel mondo, quando realizza il suo dinamismo interiore: Ia sua vocazione. I garanti di questo compimento sono Dio e gli uomini. Agli uomini è affidata una parte, con i rischi che questo comporta. Ma anche Dio si fa garante, con il suo sguardo mai assente, anche quando gli uomini possono venire meno».

giovedì 8 novembre 2012

Nessun sonno dura per sempre

Oggi si pensa che ai più piccoli si debba nascondere la morte. Eppure sono proprio loro, i bambini, ad avere la percezione che non è possibile che chi si è amato svanisca nel nulla.

Dall'editoriale di Marina Corradi, pubblicato su Noi, genitori & figli, supplemento di Avvenire del 28 ottobre 2012:
«Diventata grande, un giorno ho portato con me al cimitero il mio primo figlio, che non aveva ancora tre anni. Me ne andavo per i viali del Monumentale di Milano con lui per mano e a capo chino, soggiogata dalla inesorabilità delle tombe, di quella infinita catena di nomi con accanto due date, e una croce. Come svagatamente Pietro mi domandò chi erano, quei signori nelle foto sulle lapidi. " Sono persone che sono morte, e ora dormono", gli risposi, con un confuso imbarazzo. Lui non disse niente. Continuammo a camminare per i viali, i nostri passi scricchiolanti, nel silenzio, sulla ghiaia. Pietro guardava le facce di uomini e donne vissuti cento anni prima. Poi dal basso la sua voce infantile: "Dormono? E quando si svegliano?" Come se fosse del tutto ovvio a lui, nei suoi tre anni, che nessun sonno è per sempre. Pensiamo sempre di essere noi, a dover insegnare ai bambini. Ma è possibile che a volte abbiano loro qualcosa da insegnare a noi. Quando sono piccoli, e, ancora, portano addosso una impronta che negli adulti il tempo e la vita cercano di cancellare. Una memoria e una speranza tranquilla, come del tutto naturale. "Dormono? E quando si svegliano?" Ricordo che abbracciai Pietro, quel giorno; e che lui sembrava non capire il perché di quella mia improvvisa contentezza. Ero, semplicemente, grata: che un figlio fosse venuto,a ricordarmi com'ero».

lunedì 5 novembre 2012

sabato 3 novembre 2012

Cosa vuol dire essere cristiani?

Essere cristiani è appartenere a una certa chiesa? Significa essere religiosi? Osservare i Dieci Comandamenti? Credere che la Bibbia sia la Parola di Dio?
Ho trovato alcune citazioni che possono offrire un contributo alla riflessione su cosa vuol dire essere cristiani.

'Essere cristiano' consiste prima di tutto, prima ancora del culto, della pratica religiosa, nell'uniformare il nostro modo di pensare con quello di Cristo. Prima che nell'affetto si deve avere una identificazione nella mente. Solo quando il cristiano fa propria l'impostazione della vita che Cristo ha presentato nelle sue varie sfaccettature: individuale, sociale, familiare, politica, solo allora quell'individuo può dirsi 'cristiano', seguace di Cristo.  http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=4189

I cristiani, non sono solo brave persone. Sono nuove creature. Se sei quello, che sei sempre stato, tu non sei un cristiano”. Vance Havner


La santità è il segno distintivo del cristiano”. Michael Howell

L'ideale a cui aspira il cristiano non è quello di camminare in modo perfetto, ma di essere trasformato mediante il rinnovamento della propria mente ed essere conformi alla somiglianza di Cristo.”Tozer

La fede cristiana in definitiva non è solo una questione di comprensione o di intelletto, è una condizione del cuore.” D. Martyn Lloyd-Jones

"Un cristiano, proprio perché discepolo di Cristo, sull’esempio di Gesù è chiamato a fare della propria vita una pro-esistenza, cioè un’esistenza tesa a far vivere gli altri che gli stanno intorno. Questo è l’itinerario: amare l’altro che ci è prossimo, che ci è accanto; amare quelli che incontriamo, e tra di loro soprattutto gli ultimi, i feriti dalla vita; esercitarci ad amare tutti gli uomini, anche i nemici. Solo questa pratica di una vita umana buona ci permette di conoscere qualcosa del mistero di Dio (e me lo si permetta: questo vale per cristiani e non cristiani, credenti e non credenti!). Senza questa pratica umanissima, quotidiana, di amore dell’altro, Dio è solo un’illusione immaginaria. D’altronde Gesù, prima di morire, ha voluto consegnare ai suoi un mandatum, e ha dato loro il comandamento nuovo, nuovo perché non ce ne sono altri per Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34; 15,12). L’amore e la giustizia verso il prossimo come li ha vissuti Gesù sono amore per Dio e sostituiscono tutti i precetti della legge!". Enzo Bianchi

martedì 30 ottobre 2012

HOLYween … LA VERA FACCIA DI HALLOWEEN

Sentinelle del Mattino rilancia Holyween, l’altra faccia di Halloween, il modo originale dei cristiani di vivere la Festa di Ognissanti. Il nostro mondo è pieno di Santi e pochi se ne accorgono. Non sono fantasmi che si aggirano nelle città, come vorrebbe la tradizionale festa pagana, ma si tratta di persone vere, che sono in mezzo a noi, che si impegnano e vivono con decisione e concretezza la propria vita cristiana. Non fanno miracoli, ma sono persone che lasciano il segno, sono Santi! Il 31 ottobre, dunque, diventa il giorno per ricordare queste persone e l’invito è quello di esporre su porte di case, uffici, oratori e scuole le foto di un Santo, così come si fa in molte città americane che rievocano l’esempio di Cassie Bernall, la giovane studentessa assassinata nel massacro di Colombine del 1999 per aver affermato, davanti al killer, «sì, io credo in Dio». Da questo punto di vista, la notte che ha assunto i connotati di festa e di momento di trasgressione assume un significato diverso: trasgredire, in una società dai tratti terrificanti, significa parlare di Gesù e che cosa ha fatto nella propria vita.
Vi invito anche a leggere anche questo intervento dal titolo: NON SOLO HALLOWEEN Restituiamo ai nostri figli il senso cristiano di questa festa. Cliccate qui.
Vi lascio un video che illustra l'alternativa ad Halloween, da un servizio trasmesso da Rai2 nel 2010.

venerdì 26 ottobre 2012

Stefano, il primo martire

Il termine martire (dal greco μάρτυς, mártys - testimone) indica colui che ha testimoniato la propria fede in Cristo fino all'effusione del sangue. Si tratta in genere di cristiani vissuti in un contesto sociale ostile, che furono messi a morte in odio alla fede cristiana dalle autorità, dai tribunali, o uccisi da persone private. Il "martire" è il "santo" per eccellenza nella concezione della Chiesa antica e solo in seguito altre categorie di santi si sono aggiunte ai martiri. La lista dei martiri cattolici è riportata nel Martirologio. Nel Nuovo Testamento la figura principale di martire è Stefano, detto appunto Protomartire perché fu il primo a morire per amore a Cristo e per la fede in lui. È anche l'unico martire la cui passio sia stata narrata dettagliatamente in un libro canonico, gli Atti degli Apostoli. Il martirio di Stefano fa iniziare una persecuzione più ampia della quale furono vittime i cristiani di lingua greca (ellenisti), che provocò una dispersione degli stessi, e che fu provvidenziale perché i cristiani dispersi iniziarono a predicare la parola di Dio fuori da Gerusalemme.
(da cathopedia)

giovedì 25 ottobre 2012

Il coraggio di Malala

Da Popotus, supplemento di Avvenire dell'11 ottobre 2012.
Aveva coraggio da vendere, Malala. A solo undici anni questa ragazzina pachistana, dal sorriso mite e gli occhi profondi, ha preso un computer e ha iniziato a scrivere. Mentre i taleban – il gruppo di estremisti che basandosi su una errata interpretazione dell’islam vogliono imporre la religione con la forza – distruggevano tutte le scuole della regione in cui vive, Malala ha deciso di combattere la sua battaglia a colpi di parole. «Abbiamo paura dei taleban. Siamo in pericolo. Dobbiamo andare di nascosto a scuola, senza indossare le uniformi perché non capiscano che siamo studentesse», denunciava sul suo blog, il “diario” che teneva sul sito internet dalla Bbc, il più importante mezzo di informazione britannica. «Stanno distruggendo le nostre scuole», ripeteva spesso. A tre anni di distanza, quegli stessi taleban hanno deciso di vendicarsi. Malala, oggi quattordicenne, è stata aggredita da un uomo che le ha sparato due colpi di pistola. Malala, ferita al collo e a un braccio, è stata immediatamente soccorsa e trasportata in ospedale. Sarà curata all’estero per restituirle la voglia di combattere. «Sogno che un giorno tutti i ragazzi nel mio Paese, il Pakistan, possano andare a scuola», scriveva Malala.

lunedì 22 ottobre 2012

Vivere da cristiano: la testimonianza che diventa martirio

Dedico ancora un post a don Pino Puglisi.
Le parole che seguono e che pronunciò a Trento, due anni prima di morire, esprimono in modo chiaro cosa voleva dire per lui vivere da cristiano.
«La testimonianza cristiana è una testimonianza che diventa martirio. Infatti testimonianza in greco si dice martyrion. Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo che dà valore alla testimonianza." Essa servirà a dar fiducia "a chi, nel profondo, conserva rabbia nei confronti della società che vede ostile… A chi è disorientato, il testimone della speranza indica non cos’è la speranza, ma chi è la speranza. La speranza è Cristo, e si indica logicamente attraverso una propria vita orientata verso Cristo».

Vi propongo anche la visione di questo cartone su don Pino Puglisi.  

sabato 20 ottobre 2012

Strategie per allenare la volontà

Da Noi - Genitori e Figli, supplemento ad Avvenire del 30 settembre 2012:

La volontà ci aiuta a raggiungere traguardi e a superare i traumi subiti. Ma questa forza che spinge a cercare sempre una soluzione ai problemi e una via d'uscita è una disposizione che va costantemente "allenata". Vediamo con quali strategie, grazie al contributo dello psicoterapeuta Carlo Lazzari.

Imparare a prendere un impegno preciso.
Uno studio scientifico della New York Unlversity ha dimostrato che quando ci si pone obiettivi precisi la probabilità di farcela a raggiungerli è superiore del 40%. Esempio: fissare un determinato giorno della settimana la lezione di inglese funziona meglio che programmare genericamente un ripasso di questa lingua.

Procedere per gradi. 
Fondamentale stabilire un traguardo molto chiaro e poi preparare una sorta di percorso strada" a tappe monitorando costantemente difficoltà, paure, ma anche successi. Cosi ci si sente capaci di tenere sotto controllo una situazione: la fiducia in se stessi alimenta il desiderio di farcela.

Fissare un tempo. 
La routine aiuta a creare un senso di ordine nel caos, nella distrazione: organizzare e cercare di mantenere orari regolari per il lavoro, i pasti e il tempo da dedicare l'obiettivo che ci siamo prefissati favorisce la concentrazione necessaria per attivare strategie che portano al raggiungimento del traguardo.


Condividere.
Nessun animale è forte da solo: la natura è l'esempio più splendido del gioco di squadra in cui ognuno hail suo compito, ciascuno lavora in sinergia con gli altri membri delgruppo. Ricordiamolo: il raggiungimento di un obiettivo è spesso frutto di un lavoro comune in cui tutti collaborano con idee, consigli, indicazioni di metodo: è fondamentale aprirsi,raccontare quel che stiamo facendo, cercare punti di vista diversidal nostro e poi assemblare e usare il materiale per andare avanti.

Fare sempre ordine.
È possibile esercitare megliol'autocontrollo se si stabilisce un elenco di priorità: il disordineesercita una influenza negativa a livello cerebrale fiaccando icentri della determinazione, della volontà.



 

Concedersi pause. 
Fermarsi di tanto In tanto consente diliberare la mente e di riesaminare il problema e le suecomponenti-chiave. Questi momenti di riposo permettono dimettere a punto le proprie capacità. 


Gratificarsi. 
Ogni volta che riusciamo a raggiungere un sotto-obiettivo concediamoci un premio, una pizza, una serata con gli amici: questa corretta alternanza tra dovere e piacerecontribuisce al giusto funzionamento di dopamina, adrenalina,serotonina, molecole che hanno un ruolo significativo nel mantenere in equilibrio umore e volontà.

giovedì 18 ottobre 2012

La Legge di Dio e la libertà

La Legge di Dio è la sua Pa­rola che guida l’uomo nel cammino della vita, lo fa uscire dalla schiavitù dell’egoismo e lo introduce nella «terra» della vera libertà e della vita. Per questo nella Bibbia la Legge non è vista come un peso, una limitazio­ne opprimente, ma come il dono più prezioso del Signore, la testimo­nianza del suo amore paterno, della sua volontà di stare vicino al suo po­polo, di essere il suo alleato e scrive­re con esso una storia di amore. Co­sì prega il pio israelita: «Nei tuoi de­creti è la mia delizia, / non dimenti­cherò la tua parola. (...) Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, / perché in essi è la mia felicità» ( Sal 119,16 .35 ). Nell’Antico Testamento, colui che a nome di Dio trasmette la Legge al popolo è Mosè. Egli, dopo il lungo cammino nel deserto, sulla so­glia della terra promessa, così pro­clama: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affin­ché le mettiate in pratica, perché vi­viate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri pa­dri, sta per darvi» ( Dt 4 ,1 ). Ed ecco il problema: quando il po­polo si stabilisce nella terra, ed è de­positario della Legge, è tentato di ri­porre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore: nei beni, nel potere, in altre 'divinità' che in realtà sono va­ne, sono idoli. Certo, la Legge di Dio rimane, ma non è più la cosa più im­portante, la regola della vita; diven­ta piuttosto un rivestimento, una co­pertura, mentre la vita segue altre strade, altre regole, interessi spesso egoistici individuali e di gruppo. E così la religione smarrisce il suo sen­so autentico che è vivere in ascolto di Dio per fare la sua volontà, – che è la verità del nostro essere – e così vivere bene, nella vera libertà, e si ri­duce a pratica di usanze secondarie, che soddisfano piuttosto il bisogno umano di sentirsi a posto con Dio. Ed è questo un grave rischio di ogni re­ligione, che Gesù ha riscontrato nel suo tempo, ma che si può verificare, purtroppo, anche nella cristianità. Perciò le parole di Gesù nel Vangelo di oggi contro gli scribi e i farisei de­vono far pensare anche noi. Gesù fa proprie le parole del profeta Isaia: «Questo popolo mi onora con le lab­bra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnan­do dottrine che sono precetti di uo­mini » ( Mc 7 ,6 -7 ; cfr Is 29 ,13 ). E poi conclude: «Trascurando il coman­damento di Dio, voi osservate la tra­dizione degli uomini» ( Mc 7 ,8 ).
Benedetto XVI (tratto dall'Angelus di domenica 2 settembre 2012)

lunedì 15 ottobre 2012

La parabola del figliol prodigo

Da "Preferisco il Paradiso", la parabola del Figliol prodigo.
Troviamo il testo in Lc 15, 11-32.

La parabola offre diversi spunti di lettura: dal comportamento del figlio minore a quello del figlio maggiore, per non parlare della figura del padre, che è al centro di tutta la storia.

Vi propongo solo alcune questioni su cui riflettere:

- Cosa cercava il figlio minore? dove pensava di trovarlo?
- Se aveste vissuto un'esperienza simile, cosa ne avreste ricavato?
- Quali potrebbero essere le parole-chiave della parabola?
- Questa parabola può dirci qualcosa sulla felicità?

sabato 13 ottobre 2012

Don Benzi ai giovani

Don Oreste Benzi è stato il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII e suo Responsabile Generale fino al 2 novembre del 2007, giorno della morte. Era nato il 7 settembre 1925 a S. Clemente, un paesino sulle colline romagnole vicino a Rimini, da una povera famiglia di operai, settimo di 9 figli. Fu un sacerdote appassionato di Cristo e vicino agli emarginati e bisognosi. Con la disponibilità a tempo pieno di alcuni giovani, don Oreste guidò l'apertura della prima Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII a Coriano, vicino a Rimini, il 3 luglio 1973.
L'inedito che Avvenire ha pubblicato il 9 ottobre 2012 è proprio un invito ai giovani, affinché si ribellino, ma solo con la vita, alle brutture di questo mondo.
Ve lo propongo:
«Io dico spesso ai giovani che sempre più fre­quentemente incontro: 'Ribellatevi, non con la violenza, ma con la vita, senza mai demordere. Siate come un rullo compressore vivente che non la­scia tranquillo nessuno. Non scendete a compro­messo. Riappropriatevi della gestione della società. Siete stati sradicati dalle vostre o­rigini, vi è stato tolto il futu­ro dalle mani, siete costretti a consumare emozioni. Per il sistema è meglio che siate drogati!'. Nella società del profitto il potere economico, politico, finanziario, ha co­me fine principale se stesso. Le leggi che lo regolano non tengono conto dell’uomo, del suo bene, del suo progresso. Occorre che le persone che non accettano le regole del profitto e che vogliono intraprendere la strada del gratuito s’incontrino per dare vita a 'mondi alternativi' fondati su un sistema di relazioni interpersonali basate sul gratuito. Nella società del profitto il potere economico, politico, finanziario, ha come fine principale se stesso. Le leggi che lo regolano non tengono conto dell’uomo, del suo bene, del suo progresso. Occorre che le persone che non accettano le regole del profitto e che vogliono intraprendere la strada del gratuito s’incontrino per dare vita a 'mondi alternativi' fondati su un sistema di relazioni interpersonali basate sul gratuito. All’interno di questi 'mondi vitali' deve nascere non tanto l’elaborazione teorica, quanto la sperimentazione di vita. Se un insieme di professionisti (medici, avvocati, giudici, maestri etc.) si uniscono ed operano assieme secondo le regole del gratuito, si spezzano le regole della casta. Se uno è solo potrà essere additato come esempio, ma non cambia la storia. Se sono più persone, incidono sulle dinamiche della società del profitto e le mettono in crisi. Questi 'mondi vitali' come insieme di persone che attuano la società del gratuito mettono in crisi il modello di famiglia della società del profitto, il modello di impresa, di commercio, di scuola, di divertimento, di lavoro dipendente della società del profitto. Intaccano anche il modello di difesa della patria con il servizio militare, di difesa civile con la polizia, di amministrazione della giustizia. La seconda linea strategica è l’azione sulla società del profitto, attraverso incentivi e disincentivi e la lotta nonviolenta ma decisa. Quando si parla di oppressi bisogna individuare gli oppressori, quando si parla di affamati bisogna individuare coloro che affamano, quando si parla di handicappati bisogna individuare chi fa diventare handicappato, perché si nasce con un limite ma chi fa diventare handicappato è la società. Bisogna rimuovere le cause dell’ingiustizia perché siano smantellate le fabbriche dei poveri. L’art. 3 della Costituzione «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine politico, economico, sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo e la partecipazione dei lavoratori alla vita sociale». lo spero che soprattutto i giovani si sveglino, si ribellino con una vita basata sulla giustizia, non con la violenza, e smettano di accodarsi a chi dice parole e cerca solo di conservare il potere».
(Testo inedito ritrovato tra le carte relative agli anni 2003-2004)
 

venerdì 12 ottobre 2012

Il Catechismo online

Il si­to www.educat.it, è una «porta digitale» spa­lancata su uno degli stru­menti più preziosi per co­noscere la fede cristiana, ali­mentare il confronto attorno ai contenuti del credo e accompa­gnare nella crescita personale e comunitaria: il Catechismo.
Leggo su Avvenire di ieri:
Un porta­le, quindi, voluto proprio in linea con quanto espresso da Benedetto XVI nel­la lettera apostolica «Porta fidei», che indiceva l’Anno della fede in occa­sione, anche, del 20° anniversario del Catechismo della Chiesa cattolica. Un portale, i­noltre, che non attinge a nuovi testi ma offre una modalità nuo­va di fruizione dei documenti, permettendo una ricerca e un confronto trasversale, come spie­ga il segretario generale della Cei, il vescovo Mariano Crociata. «E­ducat. it – scrive il presule nella presentazione – offre a tutti una nuova forma di accesso digitale ai Catechismi, anche in linea con le nuove richieste dalla didattica di bambini e ragazzi. Il sito pre­senta tutti i testi dei Catechismi, sia in versione navigabile, sia in versione sfogliabile, le note e l’in­tero apparato sinottico con il Ca­techismo della Chiesa cattolica. Oltre ai collegamenti incrociati tra tutti i Catechismi, il sito offre la possibilità di accedere diretta­mente a tutte le citazioni della Bibbia, sia nella versione Cei del 2008 sia in quella del 1974. I testi sono accessibili mediante navi­gazione e indice tematico, grazie a un motore di ri­cerca completo ed esteso a tutti i testi di corredo. Una speciale barra di navigazione con­sente all’utente di mantenere memo­ria delle proprie vi­site, attivare un se­gnalibro, fare stam­pe personalizzate». Si tratta quindi di uno strumen­to flessibile e personalizzabile, che, già consultabile da compu­ter e tablet, presto sarà disponi­bile anche in versione «applica­zione » per i dispositivi portatili come gli smartphone. Il tutto, spiega Crociata, si pone in un orizzonte ben preciso: «Quello di una riscoperta del do­no della fede in vista dell’annun­cio missionario».
Cliccando sull'immagine che segue, è possibile accedere al Catechismo dei Ragazzi, Sarete miei testimoni.


giovedì 11 ottobre 2012

L'Anno della fede

Ero a Loreto giovedì 4 ottobre. Mio marito mi ha offerto un bel modo di ricordare i 25 anni di matrimonio accompagnandomi alla celebrazione eucaristica con la presenza di Benedetto XVI.
Ci sono alcuni passi della sua omelia che propongo alla vostra attenzione:
«...l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quan­to l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo. Senza Dio l’uomo finisce per far pre­valere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere. Bisogna ritornare a Dio perché l’uomo ritorni ad essere uomo. Con Dio an­che nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarna­zione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompa­gna».
«Ma il dimorare del Figlio di Dio nella «casa vivente», nel tempio, che è Maria, ci porta ad un altro pensiero: dove abita Dio, dobbia­mo riconoscere che tutti siamo «a casa»; do­ve abita Cristo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sono più stranieri. Maria, che è madre di Cristo è anche nostra madre, ci apre la porta della sua Casa, ci guida ad entrare nel­la volontà del suo Figlio. È la fede, allora, che ci dà una casa in questo mondo, che ci riu­nisce in un’unica famiglia e che ci rende tut­ti fratelli e sorelle. Contemplando Maria, dobbiamo domandarci se anche noi voglia­mo essere aperti al Signore, se vogliamo of­frire la nostra vita perché sia una dimora per Lui; oppure se abbiamo paura che la pre­senza del Signore possa essere un limite al­la nostra libertà, e se vogliamo riservarci u­na parte della nostra vita, in modo che pos­sa appartenere solo a noi. Ma è proprio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere, di possesso, di dominio, e la rende capace di a­prirsi alla dimensione che la realizza in sen­so pieno: quella del dono di sé, dell’amore, che si fa servizio e condivisione».
Nell'Anno della fede che inizia proprio oggi, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e che terminerà nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il 24 novembre 2013, i credenti sono chiamati a riscoprire la propria fede, la bellezza di stare con il Signore per vivere con Lui. La fede è una risposta libera all'Amore di Dio che ci interpella, e non è una rinuncia alla ragione, come qualcuno potrebbe pensare. Anzi. La fede è ragionevole, come è ragionevole crescere nella propria umanità, nella consapevolezza che ognuno di noi, indipendentemento dal sesso, colore della pelle, religione, condivide con gli altri questo camminare nella Storia. La fede, come possiamo cogliere dalle parole del Papa che vi ho proposto, non toglie nulla alla nostra libertà, ma ci arricchisce, perchè ci aiuta a vincere l'egoismo, ci dà speranza, ci rende tutti fratelli e sorelle. La fede è permettere a Dio di "abitarci" e quando siamo dimora per Lui non può esserci spazio per l'odio, il disprezzo, la violenza, l'indifferenza.
La fede, per me, è qualcosa di bello che va rinnovato ogni giorno con la preghiera, l'intimità con Dio, lo stupore per la vita che ci viene donata.
Quindi cerchiamo di essere lieti anche nei momenti difficili (e questo tempo che stiamo vivendo lo è per molti), perchè il Signore Gesù è presente in mezzo a noi e vince il potere del maligno.
E' bello aver fede, perchè nulla ci può turbare. Ma che la certezza della vittoria di Gesù non diventi per noi l'occasione di estraniarci dal mondo e dalle responsabilità.
La fede autentica ci permette di riconoscere Cristo in chi è bisognoso, solo, escluso, e quindi ci impegna a rendere più umano il mondo.

martedì 9 ottobre 2012

Pinocchio e l'inganno di una falsa promessa di felicità

Cerchiamo tutti la felicità. La cerchiamo nei luoghi o nelle occasioni più disparate…anche disperate (la droga, ad esempio, il bere fino a stordirsi, e tanto altro ancora).
Cosa vuol dire essere felici? Come si fa ad essere felici?
Sono queste le domande che stanno accompagnando l'unità di lavoro dei ragazzi delle terze medie. Ripropongo la riflessione su Pinocchio così come proposta della seieditrice. Un'occasione che rioffro ai miei alunni per rivedere quanto trattato a scuola, e una proposta per i colleghi.
Cliccare sull'immagine per accedere al materiale.
  Lucignolo e Pinocchio visti dal pittore, disegnatore e illustratore Libico Maraja

lunedì 8 ottobre 2012

Lascia perdere chi ti porta a mala strada

Don Pino Puglisi venne ucciso dalla mafia nel giorno del suo 56/o compleanno. Era il 15 settembre del 1986.

Benedetto XVI ha autorizzato la Congregazione per le Cause dei santi a promulgare il decreto relativo al martirio di Puglisi perchè ucciso «in odio alla fede». Per questo verrà dichiarato beato.
Dopo le indagini, mandanti dell’omicidio furono riconosciuti i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano. Quest’ultimo fu condannato all’ergastolo per l’uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999, mentre il fratello Filippo, dopo l’assoluzione in primo grado, fu condannato in appello all’ergastolo il 19 febbraio 2001. Condannati all’ergastolo dalla Corte d’assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete.
Poiché a scuola stiamo parlando di questo sacerdote, della sua fede e del suo costante impegno evangelico e sociale nel quartiere Brancaccio di Palermo, vi propongo un documentario trasmesso qualche tempo fa dalla Rai, dal titolo "Lascia perdere chi ti porta a mala strada", una raccomandazione che don Pino rivolgeva spesso ai "suoi" giovani.

domenica 7 ottobre 2012

Ildegarda di Bingen è dottore della Chiesa

Sant’Ildegarda di Bingen oggi viene proclamata dottore della Chiesa da papa Benedetto XVI. Ultima di dieci fratelli, Ildegarda nacque a Bermersheim vor der Höhe, vicino ad Alzey, nell’Assia-Renana, nell’estate del 1098, morì il 17 settembre 1179. Molteplici i suoi interessi: di scrittrice, musicista, cosmologa, artista, drammaturga, guaritrice, linguista, naturalista, filosofa, poetessa, consigliera politica, profetessa e compositrice.Ma soprattutto fu monaca e teologa. Si occupò anche di scienze naturali e nonostante i suoi molteplici interessi non venne mai accusata di stregoneria, considerata l’autorevolezza della persona e in particolare la sua santità. «Oggi l’esemplarità di Ildegarda, già coltivata nell’alveo delle discipline accademiche (teologia, filosofia e medicina), trova un riscontro ampliato in ambiti di pensiero di più recente configurazione o prassi: la musica medievale e lo studio dell’arte miniata, la fitoterapia e l’erboristeria, la concezione olistica della creatura umana in equilibrio armonico fra corpo, anima e psiche – spiega Elena Modena dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. A ciò si aggiunga l’autobiografico descriversi come una donna che si fa semplicemente tramite di un sapere rivelato, la cui preziosa complessità non può che richiamare a un cammino d’elevazione interiore, suggerito potenzialmente a ognuno».

venerdì 5 ottobre 2012

Modifica le tue foto su Internet con piZap

PiZap è un servizio online gratuito che permette di modificare immagini e foto, senza bisogno di scaricare nulla sul PC o registrarsi.

Con piZap è possibile:
- Creare dei collage
- Modificare foto
- Creare degli sfondi personalizzati



Il servizio possiede tutte le classiche funzioni dei programmi di fotoritocco, ed anche qualche piacevole aggiunta:
- Ridimensiona
- Ritaglia
 - Aggiusta saturazione, luminosità e contrasto
- Scrivi sulle foto
- Decora le foto con oggetti (barba, baffi, capelli, ecc.)
- Aggiungi nuvolette in stile fumetto

martedì 2 ottobre 2012

L'educazione e la felicità

«Nell’edu­cazione le parole servono a poco. L’educazione è fatta di testimo­nianza. Misteriosamente i bambi­ni ci guardano e, attraverso senso­ri misteriosi, registrano il nostro cuore, la risposta che diamo alle grandi domande sulla vita. Per que­sto abbiate a cuore voi stessi e l’e­ducazione diventa una cosa sem­plice. Non confondiamo mai lo strumento con lo scopo, la strada con la meta che è l’educazione. Lo scopo è un uomo felice di essere al mondo, un bambino che diven­tando grande senta amica la vita».
Franco Nembrini, rettore del centro scola­stico “La traccia” di Calcinate

lunedì 1 ottobre 2012

Dio e l'uomo secondo Gesù

[...] Gesù poi – rivelandoci, attraverso il mistero della sua passione e della sua gloria, che anche l’umiliazione, la sofferenza, la morte trovano posto in un disegno d’amore che tutto riscatta e alla fine conduce alla gioia – ci preserva anche dalla follìa di chi arriva a ipotizzare, fondandosi sulla sua stessa personale esperienza, che un Dio probabilmente esiste; ma, se esiste, è malvagio e causa di ogni malvagità. È il sentimento espresso, per esempio, nella spaventosa professione di fede di Jago nell’Otello di Verdi all’atto secondo: «Credo in un Dio crudel che m’ha creato simile a sé». Il Dio che ci è fatto conoscere dal Redentore crocifisso e risorto, è un Dio che ci vuol bene e, come dice san Paolo, fa in modo che «tutto concorra al bene per quelli che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (cf. Rm 8,28); tutto concorre al nostro bene anche quando noi sul momento non ce ne avvediamo. È la verità consolante ed entusiasmante che Gesù ci confida, quasi suprema sua eredità, nei discorsi dell’ultima cena: «Il Padre vi ama» (Gv 16,27). Il Padre ci ama: con questa certezza nel cuore ogni difficoltà, ogni tristezza, ogni pessimismo diventa per noi superabile. Facendoci conoscere il Padre, Gesù ci porta anche alla miglior comprensione di noi stessi: ci fa conoscere chi siamo in realtà, quale sia lo scopo del nostro penare sulla terra, quale ultima sorte ci attenda. «Cristo – dice il Concilio Vaticano II – proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» ( Gaudium et spes 22 ). Così veniamo a sapere – e nessuna notizia è per noi più interessante e risolutiva di questa – che siamo stati chiamati ad esistere non da una casualità anonima e cieca, ma da un progetto sapiente e benevolo. Veniamo a sapere che l’uomo non è un viandante smarrito che ignora donde venga e dove vada né perché mai si sia posto in viaggio, ma un pellegrino motivato, in cammino verso il Regno di Dio (che è diventato anche suo) e verso una vita senza fine. Il dilemma tra l’essere increduli e l’essere credenti è in realtà il dilemma tra il ritenersi collocati entro un guazzabuglio insensato e il conoscere di essere parte di un organico e rasserenante disegno d’amore. L’alternativa, a ben considerare, sta fra un assurdo che ci vanifica e un mistero che ci trascende; alternativa che esistenzialmente diventa quella tra un fatale avvìo alla disperazione e una vocazione alla speranza. Perciò san Paolo può ammonire i cristiani di Tessalonica a non essere malinconici e sfiduciati come gli altri; «come gli altri – egli dice – che non hanno speranza» (1Ts 4,13). Questa è dunque la sorte invidiabile di coloro che sono «di Cristo»: dal momento che «conoscono le cose come stanno», non sono costretti ad appendere ai punti interrogativi la loro unica vita. (tratto da "Il vantaggio di essere credenti" del cardinale Giacomo Biffi in Avvenire del 2/09/2012)