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lunedì 30 dicembre 2013

La preghiera delle cinque dita


Papa Francesco quando era in Argentina scrisse una preghiera per insegnare a pregare. Eccola:
Una preghiera per ogni dito della mano
1. Il pollice è il dito a te più vicino. Comincia quindi col pregare per coloro che ti sono più vicini. Sono le persone di cui ci ricordiamo più facilmente. Pregare per i nostri cari è "un dolce obbligo".
2. Il dito successivo è l'indice. Prega per coloro che insegnano, educano e curano. Questa categoria comprende maestri, professori, medici e sacerdoti. Hanno bisogno di sostegno e saggezza per indicare agli altri la giusta direzione. Ricordali sempre nelle tue preghiere.
3. Il dito successivo è il più alto. Ci ricorda i nostri governanti. Prega per il presidente, i parlamentari, gli imprenditori e i dirigenti. Sono le persone che gestiscono il destino della nostra patria e guidano l'opinione pubblica... Hanno bisogno della guida di Dio.
4. Il quarto dito è l'anulare. Lascerà molti sorpresi, ma è questo il nostro dito più debole, come può confermare qualsiasi insegnante di pianoforte. È lì per ricordarci di pregare per i più deboli, per chi ha sfide da affrontare, per i malati. Hanno bisogno delle tue preghiere di giorno e di notte. Le preghiere per loro non saranno mai troppe. Ed è li per invitarci a pregare anche per le coppie sposate. 5. E per ultimo arriva il nostro dito mignolo, il più piccolo di tutti, come piccoli dobbiamo sentirci noi di fronte a Dio e al prossimo. Come dice la Bibbia, "gli ultimi saranno i primi". Il dito mignolo ti ricorda di pregare per te e tutti gli altri, sarà allora che potrai capire meglio quali sono le tue necessità guardandole dalla giusta prospettiva.

sabato 28 dicembre 2013

Il valore di un abbraccio

A Natale, ricordiamo l’incontro di Dio con l’uomo, un incontro che diventa un abbraccio.
Un Dio che nasce nel silenzio, povero tra i poveri, umile, e che si fa carne, bambino che dipende dagli altri.
«Dio si è fatto uomo perché l’uomo si faccia Dio. Il Natale è la certezza che la nostra carne in qualche sua radice è santa, che la nostra storia in qualche sua pagina è sacra. E nessuno può più dire: qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, perché Creatore e creatura sono abbracciati. Finito e infinito sono dentro di noi in miscela prodigiosa per intensità di progetti, per vigore di trasformazione. Dio si è fatto uomo perché l’uomo si faccia Dio. Non potevamo desiderare avventura maggiore. Natale è davvero l’estasi della storia» (Ermes Ronchi).
Se l’Epifania rappresenta la ricerca di Dio da parte dell’uomo, a Natale è Dio che cerca l’uomo e lo incontra in un abbraccio. Perciò anche noi uomini siamo chiamati ad amare tutta l’umanità di Cristo per poter giungere alla sua divinità. Dobbiamo aiutare Dio ad incarnarsi oggi, qui ed ora, in ogni incontro, in ogni casa, in ogni ambiente, valorizzando il feriale laddove scopriamo «uomo e Dio abbracciati, che insieme operano, nella concretezza» (Ermes Ronchi).

Non lesiniamo gli abbracci, ma non togliamo loro il valore con abbracci scontati, superficiali, senza cuore e senza testa. L'abbraccio, quando è autentico, è incontro con l'altro  che non mi è più indifferente, ma fratello.
Attraverso il mio abbraccio (che intendo cura, interesse, amore), Dio agisce nel mondo.
Vi lascio un video come ulteriore contributo a questa riflessione.




giovedì 26 dicembre 2013

Quando è "nato" il Natale?

Quando è nata la festa di Natale? Qualcuno penserà che stia vaneggiando, ma la domanda non è assurda. Non conosciamo, infatti, la data della nascita di Gesù. Ma...
Vi propongo l'articolo di Raymond Winlig pubblicato su Avvenire del 24 dicembre 2013.

La data esatta del giorno della nascita di Ge­sù non è conosciuta. Su questo punto, i Vangeli dell’infanzia non danno alcuna informazione precisa. Clemente d’Ales­sandria menziona i calcoli approssimativi di gruppi di cristiani a proposito di questa data: per gli uni sarebbe il 19 o 20 aprile, per altri il 20 maggio. Egli riferisce inoltre che i discepoli di Basilide consideravano il 6 gennaio come data del battesimo di Gesù, nonché della sua nascita, costi­tuendo il battesimo, secondo loro, l’adozione di Ge­sù a Figlio di Dio. Giuliano l’Africano (prima del 221) designa il 25 marzo giorno dell’annunciazione e del­la morte di Cristo, per cui conclude che la nascita di Gesù dovette avvenire verso la fine del mese di di­cembre. Il computo pasquale del 243 nota che Gesù è nato il 28 marzo, il giorno in cui è stato creato il so­le, stando alla Genesi.
La testimonianza più antica per fissare la nascita di Ge­sù al 25 dicembre è data dal Chronographus redatto da Filocalo nel 354. Ora, la lista dei vescovi di Roma, che ne fa parte, contiene indicazioni che permettono di precisare la data di composizione di questo docu­mento, e cioè il 336. Il documento induce anche a pen­sare che i cristiani celebravano il 25 dicembre come festa della nascita di Gesù. La festa appare nell’Africa del Nord verso la stessa epoca.
In ogni ipotesi, biso­gna distinguere la data della festa del Natale e l’og­getto di questa festa, vale a dire la nascita di Gesù.
A questo proposito si scontrano due tesi:
1) Da una parte si collocano coloro che in­tendono fondarsi su calcoli effettuati dai cri­stiani dell’epoca patristica a proposito della data della nascita di Gesù. In definitiva, la data del 25 dicembre sarebbe stata accettata perché il 25 marzo, nove mesi prima, era considerato sia come giorno del­la concezione di Gesù, sia come giorno della sua mor­te. Abbiamo visto sopra che, effettivamente, ci sono vestigia di valutazioni a questo proposito, ma la di­versità delle interpretazioni invita alla prudenza, tan­to più che il Natale sembra sia stato celebrato dap­prima a Roma, città per la quale questo genere di cal­coli non è attestato come lo è per altre regioni.
2) La tesi che si riferisce alla storia delle religioni offre una verosimiglianza maggiore. Essa è stata difesa da F.-J. Dölger, dom B. Botte, J.A. Jungmann, H. Frank. Secondo questa tesi, la Chiesa di Roma ha opposto al­la festa pagana del Natalis solis invicti del 25 dicem­bre, una festa cristiana. In effetti, il 25 dicembre i pa­gani celebravano il giorno del solstizio d’inverno, la fe­sta del sole rinascente, vincitore delle tenebre, il sol in­victus («sole invincibile-invitto»). Il culto solare era stato favorito dagli imperatori romani.
Lo stesso Costantino, con la sua tendenza al sincre­tismo, dovette favorire l’incontro di due culti me­diante una festa celebrata nello stesso giorno. Ciò e­ra in linea con la misura presa nel 321 di istituire la festività del primo giorno della settimana, che era nello stesso tempo giorno del Sole e giorno del Si­gnore. Bisogna aggiungere che la madre dell’impe­ratore fece erigere la basilica della Natività a Be­tlemme. Per di più, è significativo che uno dei mo­saici più antichi di Roma, quello cioè del Mausoleo M degli Iulii, nella necropoli vaticana, rappresenta ap­punto il Cristo­Hélios («Cristo-Sole») sul carro trion­fale (metà del III secolo).
D’altra parte, papa Leone Magno reagì vigorosamen­te contro un’abitudine, adottata anche dai cristiani; do­po aver parlato dei pagani che, il 25 dicembre, adora­no il sole quando si innalza alle prime luci del giorno, aggiunge che ci sono anche dei cristiani che pensano «di agire religiosamente: difatti prima di entrare nel­la basilica dell’apostolo san Pietro [...] saliti i gradini che portano alla tribuna del piano superiore, si volta­no indietro per guardare il sole nascente e piegano la testa inchinandosi in onore del disco luminoso».
A queste due spiegazioni ne va aggiunta un’altra che è di ordine più teologico.
Una riflessione che si va ap­profondendo continua dagli inizi del II fino al V seco­lo a proposito del mistero del Logos che si è fatto uo­mo. Tentativi di spiegazione sempre nuovi vengono proposti da diverse parti e coloro che difendono la fe­de tradizionale devono reagire per evitare che il mi­stero dell’incarnazione venga totalmente snaturato. Le controversie che ne risultano fanno prendere co­scienza in maniera sempre più viva dell’importanza fondamentale dell’incarnazione, grazie alla quale è assicurata la salvezza dell’umanità. L’instaurazione della festa di Natale contribuisce ad ufficializzare u­na verità di fede secondo il principio della lex orandi, lex credendi.
Da Roma, la festa si diffonde dapprima nell’Africa del Nord: la più antica testimonianza viene fornita da Ot­tato di Milevi verso il 360. Egli associa alla nascita di Gesù l’adorazione dei Magi e il massacro degli inno­centi. Sembra proprio che all’inizio la festa del Nata­le celebrasse insieme l’apparizione del Cristo nella carne e la «manifestazione» del Cristo ai Magi, non­ché l’uccisione dei bambini di Betlemme, così come questi due ultimi dati vengono riferiti da Matteo.
A partire dal momento in cui la festa orientale del 6 gen­naio venne introdotta in Occidente, l’adorazione dei Magi fu dissociata dalla natività e celebrata il 6 gen­naio, essendo oggetto del Natale unicamente la nascita del Cristo. La festa del Natale venne ripresa piuttosto rapi­damente dall’Italia del Nord: la prima menzio­ne ne viene fatta da Filastro di Brescia, verso la fine del IV secolo.
Per la Spagna, la festa di Na­tale è attestata dal sinodo di Saragozza (canone 4) del 380. Per la Gallia non esiste testimonianza chiara per il IV secolo: ad offrirne la prima menzione scritta è Gregorio di Tours, morto nel 594, che la cita in una li­sta di feste. Ma ciò non significa che la festa non ve­nisse celebrata prima di questa data.
Di origine occidentale, la festa del 25 dicembre non si stabilì senza qualche difficoltà in Oriente. In effet­ti, le Chiese d’Oriente celebravano la nascita di Cri­sto il 6 gennaio. La ricezione della nuova festa av­venne per tappe. La Chiesa di Cappadocia fu la prima ad adottarla. Ba­silio ne parla nella sua omelia sulla natività, la cui au­tenticità, prima contestata, è stata poi riconosciuta. Ba­silio è morto il 1° gennaio 379: l’omelia è quindi ante­riore a questa data e dovette essere pronunciata tra il 370 e il 378. Alcuni anni dopo, Gregorio di Nissa pro­nuncia un’omelia sulla natività la cui autenticità, mes­sa in discussione, è stata stabilità da O. Bardenhewer.
Gregorio di Nazianzo introduce la festa del 25 dicem­bre a Costantinopoli nel 379 o 380. La Chiesa di Antiochia ha introdotto la festa del 25 di­cembre nel corso degli anni Ottanta del IV secolo. Un’omelia di Giovanni Crisostomo, pronunciata ve­rosimilmente il 25 dicembre 386, fornisce alcuni dati sugli usi di essa. Così l’autore dichiara: «Sono soltan­to 9 anni che questo giorno ci è stato rivelato, e tutta­via il vostro fervore gli dà lo splendore di un’istituzio­ne antica e secolare». Poco dopo egli precisa che que­sta festa, nota anticamente ai popoli d’Occidente, è sta­ta introdotta da alcuni anni e ha preso immediata­mente un grande sviluppo.
Le Chiese d’Egitto adottano la festa con uno ritardo di circa cinquant’anni. Fu solo nel corso della lotta an­tinestoriana, verso il 430, che venne introdotta. Gli at­ti del concilio di Efeso ci hanno trasmesso due ser­moni predicati dopo questo concilio davanti a Cirillo d’Alessandria da Paolo Euresio, uno il 25 dicembre, l’altro il 1° gennaio. Le reticenze della Chiesa di Ales­sandria si spiegano, da una parte, con l’abitudine di celebrare solennemente il 6 gennaio la festa del bat­tesimo di Cristo, la quale aveva lo scopo di sostituire un’antica festa pagana ad onore delle acque del Nilo. Furono Gerusalemme e la Palestina ad opporre la re­sistenza più decisa all’introduzione della festa del 25 dicembre. Il racconto di Egeria precisa che la nascita di Gesù viene celebrata il 6 gennaio a Gerusalemme. Verso la metà del V secolo la Chiesa di Gerusalemme, seguendo l’esempio dell’Egitto, adotta la festa. Ma do­po un breve periodo viene di nuovo soppressa. Biso­gna attendere il regno di Giustiniano I per vedere le comunità palestinesi conformarsi alla consuetudine divenuta comune (verso il 570). La sola eccezione a questa consuetudine è costituita dalla Chiesa di Armenia, che è sempre restata fedele al 6 gennaio per la celebrazione della nascita del Cri­sto (insieme a quella dell’adorazione dei Magi).

mercoledì 25 dicembre 2013

Buon Natale, amico mio

Buon Natale, amico mio: non avere paura.
La speranza è stata seminata in te. Un giorno fiorirà. Anzi, uno stelo è già fiorito. E se ti guardi attorno, puoi vedere che anche nel cuore del tuo fratello, gelido come il tuo, è spuntato un ramoscello turgido di attese.
E in tutto il mondo, sopra la coltre di ghiaccio, si sono rizzati arboscelli carichi di gemme. E una foresta di speranze che sfida i venti densi di tempeste, e, pur incurvandosi ancora, resiste sotto le bufere portatrici di morte.
Non avere paura, amico mio. Il Natale ti porta un lieto annunzio: Dio è sceso su questo mondo disperato. E sai che nome ha preso? Emmanuele, che vuol dire: Dio con noi.
Coraggio, verrà un giorno in cui le tue nevi si scioglieranno, le tue bufere si placheranno, e una primavera senza tramonto regnerà nel tuo giardino, dove Dio, nel pomeriggio, verrà a passeggiare con te.
Tonino Bello

venerdì 20 dicembre 2013

Quando l'ideologia prevale sulla legge

Questione dibattuta quella della presenza dell'IRC (insegnamento della religione cattolica) nella scuola pubblica. Altrettanto spinosa la questione relativa alla valutazione di questa materia. A volte il buon senso non riesce a prevalere sui preconcetti e le posizioni ideologiche.
Da Avvenire del 14 dicembre 2013.
«Tardo pomeriggio, aula magna di un prestigioso liceo di una grande città. Il collegio docenti si sta protraendo oltre il tempo previsto. È da tre ore che si discute di molte cose (incarichi aggiuntivi ai professori, viaggi di istruzione, insegnamento sperimentale di alcune materie in inglese...), molti colleghi sono stanchi (sono ormai le 18, dopo una mattinata di scuola), finché si arriva a trattare il punto dell’ordine del giorno relativo ai criteri per l’attribuzione del cosiddetto 'credito scolastico'. Si tratta di quel punteggio che contribuisce ogni anno a determinare la media finale della valutazione di ogni alunno, media che a sua volta andrà a comporre una quota del voto di maturità. Una collega chiede la parola: a suo parere, gli studenti che hanno scelto di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) non hanno diritto a vedersi riconosciuta, nel credito scolastico, la valutazione di questa materia. Perché mai? Perché – a suo dire – così verrebbero discriminati gli alunni che non fanno religione, visto che la scuola, a causa di problemi organizzativi, non sempre è in grado di garantire l’ora di una materia alternativa. Tesi quanto meno bizzarra: in che modo si discriminerebbe qualcuno che sceglie di non avvalersi dell’Irc, se si valuta chi invece la segue? Non si tratta certo di attribuire dei punti in più ai ragazzi che scelgono l’Irc, ma di consentire loro di essere valutati adeguatamente anche in questa disciplina. Interviene con pacatezza un docente di Irc, ricordando a tutti i colleghi il senso della sua materia: non certo un’ora di 'catechismo', come qualcuno forse ancora pensa (non so quanto in buona fede), ma un momento di approfondimento di tipo storico, sociale e culturale. Un’ora, anche, in cui i ragazzi sono liberi di discutere le grandi questioni dell’esistenza e i tanti problemi pratici della loro vita. Non parlo pro domo mea (giacché non insegno religione), ma vedo che è così, e che la qualità di questi docenti (ormai quasi tutti laici) negli ultimi anni è molto cresciuta, grazie all’accurata selezione compiuta dagli uffici diocesani. Un collega di storia e filosofia interviene dicendo che non è accettabile che siano le diocesi a decidere chi debba insegnare nella scuola statale. Un altro docente gli fa presente, con sano buon senso, che non è certo questa la sede per mettere in discussione il Concordato. A me piacerebbe chiedergli chi debba mai individuare i docenti di Irc se non l’autorità che rilascia i relativi titoli abilitanti, che è, appunto, l’autorità ecclesiastica, visto che in Italia a un certo punto si decise che la teologia nelle università statali non dovesse essere insegnata. Sarà per la stanchezza generale, fatto sta che il dirigente scolastico accetta che si metta ai voti la proposta di eliminare l’Irc dalle materie che vanno a costituire il credito scolastico. La proposta passa a larga maggioranza. Peccato però che la delibera del collegio docenti sia palesemente illegittima. C’è una sentenza del Consiglio di Stato del 2010 (che ha riformato una precedente sentenza del Tar Lazio): in essa si dichiarano legittime le ordinanze ministeriali nelle quali la frequenza, con interesse e profitto, dell’Irc è ammissibile tra i criteri di attribuzione del credito scolastico, insieme agli altri; si raccomanda di istituire anche l’ora alternativa, ma la sua non attivazione non elimina la possibilità di riconoscere la frequenza all’Irc. Non si può dunque avallare l’arbitrio di ignorare gli elementi che la norma ci impone di considerare quando valutiamo i ragazzi. Dunque stabilire che in una scuola questo criterio non sarà riconosciuto è illegittimo, giacché il collegio docenti è un organo deliberante, non certo legiferante. Ancora una volta l’ideologia prevale sulla realtà (e sulla legge), violando, tra l’altro, il patto educativo tra scuola e studenti. Sulla base di questo patto molti, anzi la gran parte dei ragazzi e delle loro famiglie, hanno scelto di avvalersi dell’Irc, convinti che ciò avesse un peso sulla valutazione. Ora tale diritto viene loro negato. A questo punto chi è discriminato?»
Roberto Carnero

giovedì 19 dicembre 2013

Lo dicono anche gli alunni: l'ora di religione offre un contributo alla formazione della persona.

Ecco il Messaggio della Presidenza Cei per la scelta dell’Irc a scuola per l'anno scolastico 20014/2015.

«Cari studenti e cari genitori, anche quest’anno sarete chiamati a decidere se avva­lervi o non avvalervi dell’insegna­mento della religione cattolica. Si tratta di un servizio educativo che la Chiesa offre alla scuola italiana in conformità a quanto stabilito dal­l’Accordo del 18 febbraio 1984 che ha modificato il Concordato Late­ranense e dalle Intese attuative che negli anni si sono succedute.
Nel quadro delle finalità della scuola, cioè aderendo agli scopi educativi che motivano l’esistenza delle scuo­le di ogni ordine e grado in Italia, l’insegnamento della religione cattolica consente a tutti, a pre­scindere dal proprio credo reli­gioso, di comprendere la cultura in cui oggi viviamo in Italia, così profondamente intrisa di valori e di testimonianze cristiane. Parlando a un gruppo di studenti, papa Francesco ha ricordato che «la scuola è uno degli ambienti educa­tivi in cui si cresce per imparare a vi­vere, per diventare uomini e donne adulti e maturi, capaci di cammi­nare, di percorrere la strada della vi­ta. Come vi aiuta a crescere la scuo­la? Vi aiuta non solo nello sviluppa­re la vostra intelligenza, ma per u­na formazione integrale di tutte le componenti della vostra persona­lità » ( Discorso agli studenti delle scuole gestite dai gesuiti in Italia e Albania , 7 giugno 2013).
Sulla scia di queste parole, la Chie­sa in Italia vuole ribadire il proprio impegno e la propria passione per la scuola. Quest’anno e lo farà an­che in maniera pubblica con un grande pomeriggio di festa e di in­contro con il Papa in piazza San Pie­tro il prossimo 10 maggio, a cui so­no invitati gli studenti, gli inse­gnanti, le famiglie e tutti coloro che sono coinvolti nella grande av­ventura della scuola e dell’e­ducazione. Riprendendo le parole del Papa, riteniamo che sia necessaria una formazione completa della persona, che dun­que non trascuri la dimensione re­ligiosa. Non si potrebbero capire al­trimenti tanti fenomeni storici, let­terari, artistici; ma soprattutto non si potrebbe capire la motivazione profonda che spinge tante persone a condurre la propria vita in nome dei principi e dei valori annunciati duemila anni fa da Gesù di Naza­reth. È per questo che vogliamo an­cora una volta invitare ogni stu­dente e ogni genitore a guardare con fiducia e con simpatia al servi­zio educativo offerto dall’insegna­mento della religione cattolica.
Per rendere tale servizio sempre più qualificato e adeguato alla realtà scolastica, con l’Intesa stipulata nel 2012 tra la Conferenza episcopale italiana e il ministero dell’Istruzio­ne, dell’Università e della Ricerca sono stati fissati livelli sempre più elevati di forma­zione accademi­ca degli inse­gnanti di religio­ne cattolica, al­meno pari a quelli di tutti gli altri insegnanti e spesso anche superiori. Rin­graziamo questi insegnanti, oggi in gran parte laici, che con la loro passione educativa testimoniano nella scuola il valore della cultura religiosa, attraverso il cui servizio cerchiamo di venire incontro alle esigenze più autentiche degli a­lunni che oggi frequentano le scuole italiane, alle loro domande di senso, alla loro ricerca di una valida guida. Tutto questo è ben espresso nelle Indicazioni didattiche recente­mente aggiornate e attualmente in vigore nelle scuole di ogni ordine e grado. In quelle specifiche per il pri­mo ciclo di istruzione si dichiara in maniera impegnativa che «il con­fronto con la forma storica della re­ligione cattolica svolge un ruolo fondamentale e costruttivo per la convivenza civile, in quanto per­mette di cogliere importanti aspet­ti dell’identità culturale di apparte­nenza e aiuta le relazioni e i rapporti tra persone di culture e religioni dif­ferenti ».
Nella fase storica che at­tualmente stiamo vivendo il contri­buto dell’insegnamento della reli­gione cattolica può essere determi­nante per favorire la crescita equi­librata delle future generazioni e l’a­pertura culturale a tutte le manife­stazioni dello spirito umano. Con questi sentimenti, e conforta­ti dall’elevata adesione fino ad og­gi registrata, vi rinnoviamo l’invi­to a scegliere l’insegnamento del­la religione cattolica per comple­tare e sostenere la vostra forma­zione umana e culturale».

E adesso guardate quello che pensano gli alunni, attraverso i volantini che hanno preparato (per ora ve ne presento alcuni), come compito conclusivo dell'unità di lavoro di cui vi ho parlato (cliccare qui).

domenica 15 dicembre 2013

Uniti per la costruzione della pace

Per introdurci alla nuova unità di lavoro vi propongo questo video che ricorda l'incontro, promosso da Giovanni Paolo II, tra i rappresentanti delle varie religioni. Era il 1986 ed eravamo ad Assisi. La preghiera unì allora tutti gli uomini di buona volontà e rappresentò un forte richiamo  al ruolo delle religioni per la costruzione della pace.
Assisi è stato il simbolo, la realizzazione di ciò che deve essere il compito della Chiesa in un mondo in stato flagrante di pluralismo religioso: professare che la pienezza della rivelazione è in Gesù Cristo, morto e risorto per la salvezza di tutta l'umanità,  e testimoniare l'amore di Dio per ogni uomo. Nello stesso tempo ritenere anche che ogni religione è una via misteriosa per arrivare a Dio. 

sabato 14 dicembre 2013

Natività versione 2.0

In preparazione al prossimo Natale vi propongo il videoclip "Emmanuel" che mette in scena la natività trasposta nel 2013.
La canzone è dei Glorious, primo gruppo francese di musica pop cristiana.



giovedì 12 dicembre 2013

Il desiderio dei ragazzi? Un amore per sempre

Questa volta propongo una riflessione per noi genitori, tratta da Noi, Genitori & Figli, supplemento di Avvenire del 24 novembre 2013.

Il primo sabato c'erano circa quattrocento ragazzi delle scuole medie, il secondo i ragazzi delle scuole superiori erano, approssimativamente, duecentocinquanta. ll titolo dei due incontri: “I miei genitori sono degli Ufo".
Sono arrivati preparati, i loro animatori mi avevano precedentemente inviato centinaia di domande - rigorosamente anonime- sull'argomento genitori-figli, domande scritte dai ragazzi direttamente, alle quali avrei dovuto dare una qualche "risposta".
Quelli delle medie hanno chiesto di tutto, persino «perché il mio papà è un brontosauro?». Ma in modo particolare alcune domande ritornavano continuamente, riguardavano la loro identità di figli accolti, o accolti-con-riserva: «Se io facessi qualcosa di sbagliato, i miei genitori mi amerebbero lo stesso?»; «Come posso essere il figlio che desiderano?»; «Perché sono nervosi e se la prendono con me?» «Perché mi mandano a Messa se loro non vengono con me?».
Un filo rosso, mi pare, legava tra loro la maggior parte delle questioni: ansia da prestazione. La prestazione che questi figli sentivano di dover offrire ai loro genitori, era di rispondere alle loro aspettative. Mi tornavano in mente le parole del sociologo Zigmunt Bauman che parla dei figli che oggi, troppo spesso, sono una «risposta ai desideri emotivi dei genitori». Un processo, non cosciente di solito, che però riscontro essere il substrato, il presupposto non dichiarato, delle relazioni genitori-figli.
Le domande dei ragazzi delle scuole superiori erano delle vere e proprie bombe a mano. «Perché vi siete sposati se poi vi siete lasciati?»; «Perché la vostra felicità deve essere più importante della mia?»; «Perché litigate sempre?»; «Mamma, perché non ami più papà?»; «Perché vi dite le bugie?»; «Perché non potete continuare a stare insieme?»; «Perché siete sempre nervosi?»; «Vi amate ancora o fate solo finta per me?»; «Papà, perché mi telefoni solo una volta al mese?». Insieme anche a «Grazie per quello che fate per me»; «Vi voglio bene»; «Scusate se vi deludo» (ancora tanta ansia da prestazione); c'erano tante richieste di sapere «Come vi siete conosciuti?»; «Come é stato il vostro fidanzamento?». ll filo rosso delle domande era costituito, anche qui, dal timore di non essere all'altezza delle aspettative dei genitori, ma soprattutto dalla cosiddetta "domanda sull'amore". Voglio dire che è emerso un bisogno primario da parte dei figli di sapere la "storia sacra" dell'amore dei genitori. Conoscerne l'inizio che, simbolicamente, è anche quello del loro esistere. lndipendentemente da come siano andate poi le cose, per i figli è essenziale sentirsi narrare del "principio', sapersi confermati che, comunque, all'origine del loro esistere c'é stato il risvegliarsi dell'amore.
Ai genitori degli adolescenti che ho incontrato sempre a ottobre, per il ciclo di incontri non a caso chiamati "Genitori sull'orlo di una crisi di nervi", ho consegnato, tra le altre cose, il dovere della narrazione, che è un tutt’uno con la sete di radici dei figli. L'altra consegna è stata la speranza. I figli, in relazione alla domanda sull'amore, chiedevano tutti la stessa cosa: datemi speranza. Speranza che, anche se per voi il rapporto si è rotto, non si è rotto però un modo umano di relazionarvi, di essere ancora, seppur differentemente, famiglia. E speranza che chi ha ancora i genitori insieme possa vedere, nella loro relazione, la tenerezza e le attenzioni di due che si amano ancora. Questa speranza è un tutt'uno con il progetto di vita: i figli lasciavano emergere la necessità di credere che per loro, come per i loro genitori, nonostante i loro genitori, ci sia la possibilità di credere all'amore per sempre.
Non togliamogli questa speranza che è, in fondo, l'unica necessaria.  
Roberta Vinerba

martedì 10 dicembre 2013

Parlaci dell'insegnare (e dell'imparare)

Spesso vi dico, cari alunni (che mi sopportate) che neanche il più bravo insegnante può fare quello che è compito vostro.
Insegnare è uno dei "mestieri" più difficili del mondo perché ha a che fare con la libertà: la vostra. Noi insegnanti non possiamo costringervi ad imparare; nessuna tecnica o strategia può costringervi a fare dell'apprendimento un qualcosa di vostro, di personale. Le tecniche e le strategie possono contribuire all'addestramento, ma la scelta di farsi "trasformare" da ciò che vi viene proposto dipende solo da voi. Certamente il nostro compito è rendervi questa scelta più facile, è accompagnarvi a cogliere la bellezza del conoscere, ma non più di questo.
Perché ognuno di voi conoscerà solo ciò per cui è disposto a fare sacrifici, rinunciando alla quiete apparente delle proprie certezze o della propria ignoranza.
Vi lascio questo bellissimo brano tratto da Il Profeta di Kahlil Gibran.

«Allora disse un maestro: Parlaci Dell'Insegnare.
Ed egli disse: Nessun uomo può rivelarvi nulla, se non quello che già sonnecchia nell'alba della vostra conoscenza.
Il maestro che cammina all'ombra del tempio tra i suoi discepoli non offre il suo sapere ma piuttosto la sua fede e il suo amore. Se egli è saggio non vi inviterà ad entrare nella dimora del suo sapere, ma vi guiderà piuttosto verso la soglia della vostra propria mente.
L'astronomo può dirvi ciò che egli sa dei grandi spazi, ma non può dare a voi la sua conoscenza.
Il musico può cantarvi del ritmo che è in aria, ma non può darvi l'orecchio che ferma quel ritmo né la voce che lo riecheggia.
E chi è versato nella scienza dei numeri può descrivervi i mondi del peso e della misura, ma non potrà guidarvi colà.
Poiché la visione di un uomo non presta le proprie ali a un altro uomo.
E come ognuno di voi è solo davanti all'occhio conoscitivo di Dio, così ognuno di voi deve essere solo nella sua conoscenza di Dio e nella sua conoscenza della terra
».

lunedì 9 dicembre 2013

In ricordo di Nelson Mandel

L’uomo che insegnò alla sua gente a perdonare per sconfiggere l’odio di Giorgio Ferrari in Avvenire del 7 dicembre 2013

Perdono e riconciliazione. Da un uomo che ave­va trascorso un terzo della propria vita in carcere ci si poteva con qualche legittimità aspettare u­na rivincita fondata sulla violenza e sulla ven­detta.
Ma Nelson Rolihlahla (letteralmente: colui che pro­voca guai) Mandela, l’uomo che dal 1962 al 1990 era ri­masto dietro le sbarre e dieci anni prima aveva rifiutato l’offerta della scarcerazione dal premier Pik Botha in cam­bio della rinuncia alla lotta armata – fece inaspettata­mente una scelta diversa.
Di fronte a questo leader testardo e a tutti gli effetti indi­struttibile rimesso in libertà dal nuovo premier Frederik de Klerk, stavano due popoli dalle disuguaglianze inim­maginabili e dalle aspettative altrettanto opposte: da una parte il vasto pelago della moltitudine nera, gli zulu e gli xhosa, che un regime anacronistico e spietato come quel­lo dell’apartheid aveva segregato nel sottoscala della ci­viltà in nome di una presunta supremazia bianca; dall’al­tra gli afrikaner (una minoranza del 6,5% di origine olan­dese che tuttavia deteneva tutte le leve del potere nel Pae­se) e gli inglesi (il cui capitalismo vorace aveva digerito sen­za troppo imbarazzo l’apartheid rendendoli felicemente compartecipi della spartizione della ricchezza sudafrica­na), accomunati dal timore di perdere beni e privilegi con l’avvento della democrazia e la fine di quel regime segre­gazionista di cui era stato architetto e inventore molti an­ni prima il premier Verwoerd.
Mandela sapeva bene, come lo sapevano i dirigenti del suo partito, l’African National Congress, che un mare d’odio separava i due popoli. Quasi un secolo di umiliazioni, di avvilente servaggio, di milioni di neri chiusi nelle home­land come conigli nelle gabbie erano una polveriera pron­ta ad esplodere alla prima scintilla. Soprattutto nel mo­mento in cui il bianco De Klerk, un afrikaner erede del co­lonialismo olandese, liberava Mandela promettendo una transizione democratica e soprattutto preannunciando la fine dell’apartheid. Per lui, per il boero che tradiva la Sto­ria, il percorso era forse ancor più arduo. La destra estre­ma, le organizzazioni segrete come la Broederbond, gli muovevano contro, qualcuno pensò di eliminare fisica­mente sia lui sia Mandela.
Le cose, fortunatamente, sono andate meglio del previsto. Nel referendum – riservato ai soli bianchi – sulle riforme appena varate, De Klerk ot­tenne il 68% dei consensi. E da quel momento riconcilia­zione e perdono sono state le parole d’ordine della na­scente democrazia sudafricana.
Quanto a Mandela, a gui­dare il già anziano leader nero nel difficile passaggio po­litico è stata verosimilmente la saggezza che gli derivava dai lunghi anni passati in carcere a leggere, a studiare, a compulsare libri.
La leggenda vuole che sia stata la poe­sia di William Ernest Henley «Invictus» a temprarlo e a te­nerlo in vita:
Nella feroce stretta delle circostanze/Non mi sono tirato indietro né ho gridato./Sotto i colpi d’ascia del­la sorte/Il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Il premio Nobel condiviso nel 1993 con De Klerk testi­monia come il destino politico di Mandela sia stato in­dissolubilmente legato a quello del premier che abolì l’a­partheid: l’uno senza l’altro, nonostante le reciproche dif­fidenze, le esitazioni, i complessi e a volte prolissi nego­ziati (non sapremo mai se De Klerk ne fosse veramente convinto o piuttosto sentisse il peso della pressione in­ternazionale) non avrebbero mai raggiunto quel risulta­to. Un risultato che è molto lontano dal paradiso sogna­to da molti ed è pieno di contraddizioni: economiche, so­ciali, anche civili nonostante il suffragio universale e la lotta all’Aids e alla diffusa criminalità.
Ma se oggi un nero che calca il suolo sudafricano può dir­si libero lo deve soprattutto a «Colui che provoca guai», quel Mandela attorno al quale negli ultimi giorni si è ra­dunato il cuore della nazione, l’uomo che seppe tenere a freno e poi convincere i più radicali fra i suoi compagni a dare tempo a De Klerk e a scegliere la speranza invece che la vendetta.
Ora che la sua parabola terrena si è conclu­sa, valgono ancora le parole di quella poesia che lo ha gui­dato negli anni:
Dal profondo della notte che mi avvolge/ Buia come un pozzo che va da un polo all’altro/ Ringrazio qualunque Dio esista/ Per l’indomabile anima mia.

venerdì 6 dicembre 2013

mercoledì 4 dicembre 2013

Vivere non vivacchiare

Con questa espressione papa Francesco si è rivolto ai giovani universitari degli atenei romani incontrati nella basilica vaticana per celebrare i vespri di Avvento.
«Non spettatori ma protagonisti» nelle «sfide» del mondo contemporaneo. Non mediocri o annoiati, non omologati. «Non si può vivere senza guardare le sfide», «non state al balcone, lottate per dignità e contro la povertà». Questo lo stile di vita che il papa latinoamericano ha proposto ai giovani, aggiungendo. «Vivere, mai vivacchiare», e «non lasciatevi rubare l'entusiasmo giovanile».
Chiaro è il riferimento ad un giovane diventato beato, Pier Giorgio Frassati che così nel 1925 scriveva all'amico Bonini: «Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la verità, non è vivere ma vivacchiare»
Per conoscere Pier Giorgio vi invito a cliccare sulle immagini.


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