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martedì 28 gennaio 2014

L'alloggio segreto di Anna Frank

Entriamo virtualmente nelle stanze in cui si nascosero per più di due anni Anna con la sua famiglia, Hermann e Auguste van Pels con il figlio Peter, e il dottor Fritz Pfeffer.
Il 4 agosto 1944, le SS entrarono nell'alloggio segreto e i clandestini vennero arrestati. Qualcuno li aveva traditi e mai si scoprì chi fosse stato.
Solo Otto Frank sopravvisse alla deportazione, tutti gli altri clandestini trovarono la morte nei campi di concentramento. Hermann van Pels venne ucciso nelle camere a gas, Auguste venne gettata sotto un treno durante un trasporto. Gli altri morirono di stenti e a causa delle malattie. Anne e Margot, sopravvissute ad Auschwitz,  morirono a Bergen-Belsen nel marzo del 1945. Anne aveva 15 anni.
Per la visita virtuale clicchiamo sull'immagine.

lunedì 27 gennaio 2014

Giornata della memoria 2014: per non dimenticare

Di cosa è capace l'uomo quando si fa onnipotente, padrone del destino altrui?
Di cosa si è capaci quando l'ideologia prevale sulla ragione e sul cuore, tanto da non riconoscere più l'umanità comune?
Gli ebrei nei campi di concentramento erano stücke, pezzi, cose senza valore; si poteva forse provare pietà per una "cosa"?

La giornata di oggi è un monito per non dimenticare, per rimanere vigili perché nulla di quanto è accaduto possa ancora ripetersi.
Vi lascio alcune scene da un film che prova a rappresentare l'orrore che si videro davanti coloro che liberarono i campi di concentramento. E se quello che apparve ai loro occhi poteva sembrare l'inferno, pensate a coloro che in quell'inferno persero la vita, a quelli che vi sopravvissero e che per anni non trovarono le parole per raccontarlo.
Alcune scene appaiono in tutta la loro crudezza. Vi ricordo che questo è un film; la realtà fu molto peggio.

mercoledì 22 gennaio 2014

Tutto è grazia. Ma i ragazzi, lo sanno?

Andrea Monda in  Avvenire dell'8 gennaio 2014

Mi sto rendendo conto che l’episodio della 'salvezza/salute' era solo la punta dell’iceberg e vado sempre più confermandomi che non sono i valori che si sono persi, come tanti dicono stracciandosi anche le vesti, ma che piuttosto sono i significati ad essersi smarriti. C’è tutto un linguaggio, squisitamente religioso, che oggi ha abbandonato il campo, non è più usato nel discorso comune, un campo che deve essere dunque bonificato. Da dove partire? Dopo 'salvezza' mi è venuto spontaneo passare a 'grazia', ma il risultato non è cambiato. Grazia sembra non essere mai stata incontrata da nessuno dei miei studenti.
Almeno il verbo 'salvare' i ragazzi lo conoscono, non fosse altro che quando scrivono un testo sul computer il file lo devono appunto 'salvare'. Spesso mi sono fatto aiutare dal linguaggio dell’informatica, che è pieno di riferimenti religiosi, per cui ad esempio quando si salva un file sul programma Word il titolo viene preso dalle prime parole del testo, proprio come generalmente avviene nella Bibbia e nelle encicliche del Papa e non è un caso che quando vogliamo dare un ordine grafico compatto al testo lo 'giustifichiamo', un ottimo aggancio per affrontare il tema impervio della 'giustificazione per la fede' in Paolo e Lutero passando magari per Agostino. Ma qui ora siamo in un campo limitrofo, quello della Grazia, un campo oscuro, dove non trovo alcun appiglio, nemmeno nella neolingua di Internet. Provo con il versante dello shopping e faccio scrivere a Cecilia queste parole, a mo’ di brain storming, in maniera disordinata sulla lavagna: grazia, grazie, gratis, gratuito, gratuità, grato, gratitudine... per vedere, come cantava Jannacci, l’effetto che fa. Effetto scarso.
«Di questa costellazione di parole – chiedo – quale vi colpisce maggiormente, quale stella brilla di più?». Gratis lo capiscono tutti, non sanno che è latino questi ragazzi di liceo classico, ma è una parola che hanno trovato spesso (non troppo spesso, qualcuno si lamenta) lungo la loro strada di adolescenti: «È quando nun se paga». Un altro ricorda che 'gratuito' è scritto a fianco alla parola 'ingresso', quando nelle discoteche le ragazze non pagano, non si sa perché solo le ragazze e qui si dovrebbe da parlare di cavalleria ma sarebbe una diramazione troppo lunga, ma in fondo le lezioni sono anche il risultato delle mille diramazioni in cui ti trasporta la discussione con gli studenti. È qualcosa da fare con ordine e rigore, una lezione di religione, ma anche con l’apertura all’imprevisto, perché Montale ci ricordava che «solo un imprevisto ci può salvare» e Bernanos, citando santa Teresina, rincarava la dose con il suo «Tutto è grazia».


martedì 21 gennaio 2014

I "NO" che fanno male a figli e alunni

Tratto da Guamodi  Scuola

Se è vero che un bambino che cresce senza freni e senza limiti apprenderà poco o per niente comportamenti adattivi nella vita sociale e relazionale, è vero anche che determinati "no", formulati male, con un background emotivo e situazionale inadeguato, possono ferirlo seriamente e compromettere il successivo sviluppo.
Quali sono i "No", per così dire, sbagliati?
Li elenchiamo di seguito:

1. Il NO come rifiuto emozionale
E' il no del genitore che ha altro per la testa, che non lascia terminare al figlio nemmeno la richiesta e subito parte l' "Adesso no!". Questo NO sta a significare: "Adesso non posso prendermi cura di te, non voglio ascoltarti perché ho altro a cui pensare". L'attenzione la disponibilità all'ascolto vanno sempre garantiti. E' necessaria in ogni momento, anche quanto non si hanno sufficienti energie.
2. Il NO sottomesso
E' un NO attivato dalla paura del conflitto con i figli: i genitori hanno paura di contrastare i figli e di perdere autorevolezza nei loro confronti.
Essere accettati dai figli è per loro molto importante, quindi non sono disposti a rischiare con NO perentori e decisi (assertivi è il termine migliore) in grado di solcare i recinti per i loro figli. I loro NO sono "a mezza bocca", confusi, sussurrati. Alcuni adolescenti "ribelli" non vogliono altro che mettere alla prova i loro genitori, attraverso un atteggiamento di sfida con cui cercano di capire fin dove è possibile arrivare. Il NO sottomesso, a volte, è camuffato da frasi del tipo: "E' vero che farai contenta la tua mamma e non farai questa cosa?". Equivale a dire: "Anche se farai questa cosa non avrò la forza di metterti un argine"
3. Il NO ritardato
E' il NO che tarda ad arrivare, quando ad esempio il figlio chiede: "Posso andare dal mio amico". Il genitore è titubante, tergiversa, arriva al punto di non sapere più cosa rispondere e allora pronuncia il "NO". Che porterà il ragazzino alla disubbidienza.
4. Il NO aggressivo
Spesso i genitori hanno paura dei loro figli, anche se in fondo sanno che così non dovrebbe essere. Allora il loro NO diventa una chiara manifestazione di aggressività, perché l'aggressività è la risposta fisiologica alla paura. "Ti ho detto no e te l'ho detto già altre volte!"
E' necessario che il genitore faccia un lavoro serio su di sé, per trasformare quel sentimento di paura in coraggio e, via via, in serenità. E' la base da cui partire per ponderare risposte e richieste.

La domanda, a questo punto, viene spontanea: "Com'è, dunque, che si risponde?"
Il modo giusto per rispondere ad un bambino potrebbe essere il seguente: "Questa cosa non la puoi fare per questo motivo". Quindi, oltre al NO, che impedisce al bambino una certa azione, c'è anche la spiegazione di quel rifiuto, di quel diniego. Il ragazzino avrà così motivazioni, appigli cognitivi, con cui spiegarsi la risposta del genitore.
La spiegazione, naturalmente, deve essere ragionevole. Non serve a nulla spiegare qualcosa di irragionevole o immotivato! La spiegazione, in un intervento educativo, deve essere caratterizzata da semplicità e chiarezza.
I No, dunque, dovrebbero essere pochi, motivati, solidi, sempre gli stessi, coerenti quando le situazioni si somigliano (i bambini, già molto piccoli, sono bravissimi nel fare i loro paragoni tra circostanze e situazioni simili!).

lunedì 20 gennaio 2014

Lo sguardo sulle fedi


Il mondo moderno, l’Europa come il Giappone, sembra avere dimenti­cato la dimensione spirituale, tra fi­nanza e sfrenato consumismo.
Ka­zuyoshi Nomachi, fotografo documentarista, testimonia in una mostra a Roma, dal titolo "Le vie del sacro", come per mi­liardi di persone la religione sia anco­ra fondamentale.
«L’intensità della fede si sta diluendo. Ma la millenaria storia delle religioni contiene l’essenza dei saperi. E di fron­te ai problemi, l’uomo torna inevitabil­mente a confrontarsi con la dimensio­ne spirituale. Il mondo sta seguendo sempre più la legge della natura, inte­sa come legge della sopravvivenza. Ma come ha detto questo Papa, la miseri­cordia, la solidarietà, l’aiuto alle perso­ne non possono essere messe da parte. Oggi la popolazione mondiale sta au­mentando di giorno in giorno, il pro­blema delle materie prime e dell’ener­gia ci sta portando a un giorno non lon­tano in cui tutta l’umanità vorrà realiz­zare i suoi desideri materiali. La reli­gione può aiutare le persone a riflette­re e raggiungere la pace spirituale».
«Non penso che ci siano differenze profonde tra le religioni. Quando una persona si pone in preghiera di fronte a Dio, in piena comunione, si mette a nudo per incontrarlo. Io in questo ho trovato la più grande somiglianza tra le religioni. Ho catturato il momento in cui le persone si spogliano davanti al divino. La mia conversione è stata frutto di un percorso interiore conflit­tuale. Credo che per salire su una mon­tagna i sentieri possano essere diffe­renti: islam, cristianesimo, induismo. In cima c’è la pace, interiore e frater­na. Quello che non condivido nel mo­do più assoluto è la violenza motiva­ta dalla religione».
Cliccare qui per vedere alcuni scatti dalla mostra "Le vie del sacro".


venerdì 17 gennaio 2014

Sul dialogo

Cosa vuol dire dialogare? Quali sono le condizioni per un dialogo autentico?
Vi propongo alcune riflessioni lette su Avvenire del 22 dicembre 2013.

«Innan­zitutto è necessaria una disponibilità all’ascolto dell’altro e un’accettazione della sua diversità: non possiamo sce­gliere gli interlocutori a nostro piaci­mento ma dobbiamo fare i conti con chi ci sta concretamente di fronte. An­zi, è importante praticare il dialogo a cominciare dagli interlocutori più vici­ni, per poi allargarlo progressivamente: è questa una capacità rara ma indi­spensabile, unitamente alla pazienza che rifugge dal ricorso a facili scorcia­toie e ad avventurose corse in avanti, per accettare invece, con una buona do­se di umiltà, di ricominciare ogniqual­volta l’obiettivo della reciproca com­prensione, della civile convivenza e del­la pace lo richieda.
Possiamo allora fare a meno del dialo­go? Nella stagione che attraversa la so­cietà a livello planetario, la domanda non si pone nemmeno: rifiutare il dia­logo significa semplicemente scegliere il conflitto come linguaggio di scambio, lasciare che la parola passi alle armi. Le dimensioni globali del confronto etico, sociale, economico sono tali, infatti, che l’alternativa al dialogo non sia un rin­chiudersi nella propria autosufficien­za, ma il lasciare campo libero a quan­ti del dialogo non ne vogliono sapere e lo considerano un fastidioso protocol­lo da soddisfare formalmente per poter passare il più rapidamente possibile a strumenti più sbrigativi e violenti.
Allora, nella difficile stagione di dialogo che attende la nostra società, il ruolo che attende i cristiani non è solo quello di for­nire argomentazioni solide e motivate in difesa di principi e valori imprescin­dibilmente legati all’annuncio del van­gelo, ma è anche quello di sostenere ta­li affermazioni con una prassi concre­ta, quotidiana: saper ascoltare tutti è ciò che caratterizza uno spazio di autenti­ca libertà in cui è possibile il formarsi di un’opinione condivisa, il recupero di quella parresia, di quella onestà di pen­siero e franchezza di parola che fa par­te dello statuto cristiano e che resta 'buona notizia' per il mondo intero». (Enzo Bianchi)


«Chi crede che l’altro sia per definizione nel torto non ha chia­ramente alcun interesse ad ascoltare un punto di vista opposto al proprio. Un dialogo non è il faccia a faccia di un gruppo con­tro l’altro, in cui ognuno crede di dover dire noi e non io, e di avere la missione di difendere una volontà di potenza con­tro un’altra. Un dialogo diventa serio quando il rispetto re­ciproco va al di là della semplice civiltà, e quando, come diceva Paul Tillich, «il dialogo con l’altro è anche un dialogo con se stessi». Quando si è tanto genero­si o lucidi da capire che gli elementi che sono nel­l’altro sono, potrebbero o avrebbero potuto es­sere anche in noi stessi. Siamo lontani dal po­litical training , per cui agli indigeni del Sud e dell’Est hanno insegnato a pensare e parlare be­ne come nella metropoli. Niente a che vedere nemmeno con le intimazioni imprecatorie e ran­corose per le quali solo il Nord è colpevole, e di tutto. Qui siamo solidali e corresponsabili, per fare in modo di rendere questo mondo comune, nonostante e con tutte le nostre differenze, un po’ meno omicida di quanto non lo sia già».(Regis Debray)

giovedì 16 gennaio 2014

L'arca simbolo della Chiesa

L'ex anchorman Evan Baxter, da poco eletto al Congresso degli Stati Uniti d'America, si ritrova la vita sconvolta, quando Dio gli appare per affidargli una missione: costruire una nuova Arca, proprio come fece Noè. Inizialmente Baxter fa di tutto per non arrendersi alla prospettiva di costruire un'arca, anche per colpa delle cose negative che avrebbe portato al suo lavoro al Congresso, ma finalmente cede. L'aspetto di Evan comincia a somigliare sempre più a quello del patriarca biblico, grazie ad una miracolosa ricrescita di barba e capelli (che rende vano tagliarli), e ad una tunica proprio come quella di Noè. Nonostante i problemi sul lavoro e con la famiglia causatigli dalla costruzione dell'Arca, Evan continua fino al giorno in cui Dio gli ha predetto l'alluvione. La polizia, sobillata dal capo del Congresso, che ha interessi nello sfruttamento economico di tipo illegale dei parchi e delle riserve naturali, arriva a casa di Evan per distruggere l'Arca. Dopo un breve temporale, tutti tornano a credere che Evan sia un pazzo, finché un'enorme diga, situata all'imbocco della valle, cede, inondando la valle e trasportando l'Arca fin davanti al Congresso; qui Evan parla dello sfruttamento delle riserve naturali ai giornalisti, ed il capo del Congresso risulta infine indagato. Il film si conclude con la gita di famiglia in collina, dove Dio saluta Evan, tornato normale nell'aspetto. (tratto da Wikipedia)
Alcune scene del film.





Sapevate che nella tradizione cristiana l'arca di Noè è stata intesa come simbolo della Chiesa?
L'arca, infatti, trasporta dei passeggeri (cioè i fedeli), e al suo interno custodisce un bagaglio di inestimabile valore, costituito in primo luogo dagli insegnamenti di Cristo, e anche da una grande dottrina, da antichi simboli e riti.
La navigazione dell'arca non è ovviamente sempre facile o esente da pericoli, e così anche la Chiesa è vista come “viandante in questo fluire di tempi malvagi, simile a un diluvio” (Agostino, La Città di Dio, XV, 26). A volte la tempesta all'esterno può farsi molto violenta, ma non per questo il tesoro che viene custodito all'interno diminuisce di valore.
Anche le singole parti dell'arca vengono prese in esame ed accostate ad elementi della Chiesa. Così i tre livelli di cui è composta l'imbarcazione possono simboleggiare le tre virtù teologali (Fede, Speranza e Carità). La porta d’entrata, presente sul lato dell’arca, rappresenta invece il battesimo, tramite il quale la persona entra nella Chiesa; ma essa simboleggia anche “la ferita con cui fu trafitto il costato del Crocifisso... perché da lì sgorgano i sacramenti con cui sono iniziati i credenti (Agostino, La Città di Dio, XV, 26)”.
Secondo la Bibbia (Gn 6, 15) l'arca è anche alta trenta cubiti, così come trenta erano gli anni di Cristo quando cominciò a predicare il Suo Vangelo (Agostino, Contro Fausto Manicheo, XII, 14).
L'arca è inoltre uno strumento di salvezza, anche perchè secondo la narrazione della Genesi solo chi si trovava al suo interno sopravvisse al diluvio universale; allo stesso modo la Chiesa ha da sempre ribadito come solo in essa l'uomo possa trovare la salvezza spirituale (la famosa frase che sintetizza questo concetto è "nulla salus extra Ecclesiam, nessuna salvezza fuori dalla Chiesa").
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo:
845 Proprio per riunire di nuovo tutti i suoi figli, dispersi e sviati dal peccato, il Padre ha voluto convocare l'intera umanità nella Chiesa del Figlio suo. La Chiesa è il luogo in cui l'umanità deve ritrovare l'unità e la salvezza. È il «mondo riconciliato».
È la nave che, «pleno dominicae crucis velo Sancti Spiritus flatu in hoc bene navigat mundo – spiegate le vele della croce del Signore al soffio dello Spirito Santo, naviga sicura in questo mondo»; secondo un'altra immagine, cara ai Padri della Chiesa, è l'arca di Noè che, sola, salva dal diluvio .


mercoledì 15 gennaio 2014

Esercizio per le classi terze: società e religione

quiz_socrel
Cliccare sull'immagine per ripassare alcuni concetti (ateismo - agnosticismo - relativismo - "maestri del sospetto" - ecc...).

martedì 14 gennaio 2014

domenica 12 gennaio 2014

Cinque regole sull'arte di fare la cosa giusta

Ecco alcuni consigli pratici per fare la cosa giusta:

1. Non fare male a nessuno
Il danno che si può causare non è solo fisico, ma anche emotivo: è importante non fare e dire cose che possono ferire gli altri. Certo non è così semplice. A volte, si può solo limitare la sofferenza altrui. Quando si vuole, per esempio, lasciare la propria ragazza, è molto meglio dire quello che serve e basta, senza elencare nei dettagli cosa non si sopporta più.

2. Lascia il mondo un po' meglio di come l'hai trovato
Questo vuol dire tirare fuori il meglio di se stessi. Il punto non è solo non fare male a nessuno ma vivere al pieno delle proprie potenzialità di essere umano. Aiutare una compagna nei compiti, ricordare il compleanno della mamma o del papà, per esempio, o ascoltare un amico che ha dei problemi aggiunge qualcosa alla vita degli altri e di chi lo fa.

3. Rispetta il prossimo
Un concetto quello del rispetto che l'autore semplifica affermando che “significa trattare le persone come essere desiderano essere trattate”. E non è una questione di preferenze personali perché tutti, alla fine, vogliono le stesse cose. Occorre mantenere, per esempio, la riservatezza sui fatti degli altri: se uno fa male una verifica, si aspetta che il professore non lo urli con il megafono! Con casi chiari, ispirati alla vita quotidiana dei ragazzi di questa età, l'autore spiega anche che è necessario dire sempre la verità (anche quando non è bella) e mantenere le promesse.

4 Sii giusto
“Che cosa penseresti se tu e un tuo amico aveste risposto tutti e due correttamente a un test, ma il tuo amico avesse preso 10 e tu 6?
Scommetto che diresti: 'Ma non è giusto!'...
Trattare le persone in maniera ingiusta non è una questione di maleducazione: "non è etico”. Con questo primo esempio, l'esperto di etica invita a riflettere su come sia importante comportarsi secondo questo principio.

5. Sii amorevole
Sembra banale ma non è lo è affatto: per l'autore è il principio più difficile da applicare ogni giorno ma è anche quello che dà più soddisfazioni.
E per chiarire l'idea offre alcuni spunti ai giovani lettori, tra cui, per esempio:
Chiedi a mamma e papà se c'è qualcosa da fare, senza aspettarti niente in cambio. Quando qualcuno ti aiuta anche solo un po', guardalo negli occhi e digli 'grazie'
Fai amicizia con un nuovo compagno di classe
Manda una mail a qualcuno che per te è speciale, solo per dirgli che lo stai pensando.

Regole tratte da Bruce Weinstein,  "E se nessuno mi becca?", Il Castoro


Diventare adulti, nel senso più nobile del termine, non ammette scorciatoie!!!
Meditate gente, meditate.

immagine tratta dal blog http://www.esenessunomibecca.it
che si ispira al libro di Bruce Weinstein


sabato 11 gennaio 2014

Buoni e cattivi compagni

Mi capita spesso, a scuola, di ricordare agli alunni che non è necessario essere amici dei propri compagni di classe. Ciò che a scuola conta veramente è essere pronti a collaborare; essere, insomma, dei buoni compagni.
Vi propongo questo articolo di Alessandro Zaccuri, pubblicato su Popotus del 2 gennaio 2014:

Tutta colpa delle cattive compagnie, si diceva una volta.
Per fortuna però ci sono anche le buone compagnie. Anzi, i buoni compagni d’avventura. Quelli che magari, per conto loro, non riuscirebbero a diventare eroi, però sono bravissimi nell’aiutare gli eroi a fare bene il loro dovere.
Il più famoso di tutti è Sancho Panza, un uomo come tanti, tranquillo e forse anche un po’ pauroso. Un bel giorno è chiamato a fare da scudiero a un cavaliere che gira il mondo in lungo e in largo, alla ricerca di torti da riparare e, più che altro, della meravigliosa fanciulla che ha rapito il suo cuore. Sarà vero? L’importante è che il cavaliere ci crede e, con lui, impara a crederci anche il bravo Sancho. Sono i personaggi di Don Chisciotte della Mancia, il romanzo che lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes pubblicò in due parti, rispettivamente nel 1605 e nel 1615. Don Chisciotte è un sognatore, Sancho un uomo concreto, ma piano piano, nel corso del loro lungo viaggio, uno impara dall’altro e insieme si accorgono di essere, a modo loro, imbattibili.
Formano una coppia formidabile anche Frodo Baggins e Sam Gangee, i due hobbit che troviamo al centro del Signore degli Anelli di J.R.R.Tolkien (i tre volumi che compongono il librone uscirono tra il 1954 e il 1955). Difficile stabilire chi tra loro sia il più coraggioso: Frodo accetta di portare a termine il compito che gli spetta in quanto custode dell’Unico Anello, ma è Sam che decide di accompagnarlo attraverso pericoli sempre più incalzanti. Per Frodo essere eroe è una necessità, mentre per Sam è una scelta, ed è proprio questo a rendercelo così simpatico. È la dimostrazione che a contare davvero non sono i difetti (ognuno di noi ne ha tantissimi…): basta avere un’unica virtù per trasformare la nostra vita in qualcosa di straordinario. Ed è questa, in fondo, l’impresa che Sam riesce a compiere. C’è un altro particolare che non va trascurato: un buon compagno non è per forza un amico. Al contrario, è uno che rispetta le distanze, si mette al servizio dell’eroe, preferisce restare nell’ombra.
Non è un caso che Lucignolo si presenti invece come un amicone, finendo così per procurare guai
terribili a se stesso e al malcapitato burattino che di lui si è fidato. Succede nelle Avventure di Pinocchio di Collodi (1883), uno dei libri più famosi di tutti i tempi. Lucignolo si rivela un cattivo compagno non perché sia veramente cattivo, ma perché non prende niente sul serio. Neppure l’amicizia, appunto.

giovedì 9 gennaio 2014

Sconfiggere la cultura dei capricci

«Caro professore,
lei dovrà insegnare al mio ragazzo che non tutti gli uomini sono giusti, non tutti dicono la verità; ma la prego di dirgli pure che per ogni malvagio c’è un eroe, per ogni egoista c’è un leader generoso.
Gli insegni, per favore, che per ogni nemico ci sarà anche un amico e che vale molto più una moneta guadagnata con il lavoro che una moneta trovata.
Gli insegni a perdere, ma anche a saper godere della vittoria, lo allontani dall’invidia e gli faccia riconoscere l’allegria profonda di un sorriso silenzioso.
Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri, ma anche distrarsi con gli uccelli nel cielo, i fiori nei campi, le colline e le valli. Nel gioco con gli amici, gli spieghi che è meglio una sconfitta onorevole di una vergognosa vittoria, gli insegni a credere in se stesso, anche se si ritrova solo contro tutti.
Gli insegni ad essere gentile con i gentili e duro con i duri e a non accettare le cose solamente perché le hanno accettate anche gli altri.
Gli insegni ad ascoltare tutti ma, nel momento della verità, a decidere da solo.
Gli insegni a ridere quando è triste e gli spieghi che qualche volta anche i veri uomini piangono. Gli insegni ad ignorare le folle che chiedono sangue e a combattere anche da solo contro tutti, quando è convinto di aver ragione.
Lo tratti bene, ma non da bambino, perché solo con il fuoco si tempera l’acciaio.
Gli faccia conoscere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso.
Gli trasmetta una fede sublime nel Creatore ed anche in se stesso, perché solo così può avere fiducia negli uomini.
So che le chiedo molto, ma veda cosa può fare, caro maestro
».

Bella questa lettera, vero? D'altra parte è stata scritta da un grande uomo.
Come genitori siamo così disposti a chiedere per i nostri figli un po' meno "comprensione" e più rigore?
Perché il compito di noi adulti è di aiutare i nostri ragazzi ad affrontare la vita superando i "capricci".
Molte volte ce lo dimentichiamo e, sia come genitori che come insegnanti, non siamo proprio di aiuto.  Per non parlare poi delle incomprensioni tra la scuola e la famiglia, che non permettono certo quella sana alleanza educativa capace di far crescere bene bambini e ragazzi.
Per il nuovo anno vorrei rivolgere a tutti l'augurio che possa esserci più collaborazione tra genitori e docenti, che gli uni ascoltino gli altri senza preconcetti e principi (o pseudo-principi) da difendere.
Al centro dobbiamo mettere il ragazzo e la sua crescita positiva.

mercoledì 8 gennaio 2014

I ragazzi e l'IRC

Prosegue la pubblicazione dei lavori dei ragazzi sull'IRC (perché scegliere di studiare la religione cattolica a scuola).

martedì 7 gennaio 2014

Le fonti su Gesù: attività per le classi prime

Gesù è esistito veramente? Diversi post del blog vi possono aiutare a rispondere a questa domanda: provate a guardare qui, ma date anche un'occhiata a "Lo spazio di profrel" cliccando qui.
Se pensate di esservi chiarite le idee, svolgete questa attività.


Se ci fossero problemi per la visualizzazione completa dell'esercizio, cliccate qui.

sabato 4 gennaio 2014

Il significato cristiano dell'albero di Natale

E' opinione diffusa che, diversamente dal presepe, l'albero di natale sia un "segno" più laico del Natale. Ma è proprio così?
Riprendo l'articolo di Maria Gloria Riva pubblicato su Avvenire del 2 gennaio 2014.

Un celebre canto natalizio di matrice tedesca s’intitola Oh Tannembaum! Ovvero: Oh Albero! L’albero di Natale si è diffuso fra i cristiani d’oltralpe soprattutto in epoca romantica, grazie anche al celebre Wolfgang Goethe (1749 -1832) il quale, benché non fosse particolarmente religioso, aveva una predilezione per le tradizioni antiche, soprattutto per quella dell’albero.
La fortuna dell’albero di Natale tuttavia ha radici che precedono la divisione fra cattolici e protestanti e lo testimoniano diverse opere d’arte. In epoca medioevale, il 24 dicembre, si celebrava il gioco di Adamo ed Eva ( Adam und Eva Spiele) durante il quale, adornando alberi con frutta e dolci, si rendeva omaggio alla vita eterna perduta dai progenitori, ma riacquistataci da Cristo con la sua Incarnazione. Tra gli alberi l’abete in particolare, poiché sempre-verde, è diventato simbolo dell’albero di vita che riapre all’uomo il paradiso perduto. Del resto la parola a-bete (come alfa-beto) deriva dalle prime due lettere delle lingue principali della Bibbia (ebraico e greco): alef e beth; alfa e beta.
Lucas Cranach il vecchio, artista del XVI secolo, prima di aderire alla riforma protestante, diventando amico e confidente di Lutero, fu ripetutamente un cantore della Vergine Maria. Proprio a lui è attribuito un dipinto dal titolo 'Madonna tra gli abeti', dove la giovane Madre con i capelli sciolti, simbolo di verginità, guarda intensamente il divino Infante che regge un grappolo d’uva. Un velo trasparente, segno di purezza, avvolge tanto il capo della madre che il corpo del bambino. Alle spalle due alberi: la betulla, che per il biancore del suo tronco rimanda al latte materno, e l’abete. Con tali simboli il pittore designava Cristo quale nuovo Adamo che dispensa un cibo eterno, l’Eucaristia (=l’uva), e Maria la nuova Eva, per la quale si ha di nuovo l’accesso all’albero della vita (=l’abete). Per la sua forma triangolare, questa conifera fu presa quale simbolo della Trinità e, per significarne il carattere religioso, i suoi primi addobbi furono mele e ostie, vale a dire il frutto dell’eden e il pane di vita dispensato da Cristo. Cranach rappresentando l’abete in varie sue opere, intese significare la grazia dell’opera redentiva della Trinità. Dunque gli alberi natalizi non sono un prodotto consumistico opposto al vero Natale espresso dal Presepio; al contrario, essi completano il significato profondo dell’umiltà della grotta: è nato il Salvatore che riapre all’uomo l’accesso al paradiso.

Cranach il Vecchio, Madonna tra gli alberi

mercoledì 1 gennaio 2014

La fraternità radice della pace

Alcuni spunti di riflessione dal messaggio del Papa per la XLVII Giornata Mondiale della Pace:
[...] la fraternità è una dimensione es­senziale dell’uomo, il quale è un essere relazionale. La viva consapevolezza di questa relazionalità ci porta a vedere e trattare ogni persona come una vera so­rella e un vero fratello; senza di essa di­venta impossibile la costruzione di una società giusta, di una pace solida e du­ratura. E occorre subito ricordare che la fraternità si comincia ad imparare soli­tamente in seno alla famiglia, soprattut­to grazie ai ruoli responsabili e comple­mentari di tutti i suoi membri, in parti­colare del padre e della madre. La fami­glia è la sorgente di ogni fraternità, e per­ciò è anche il fondamento e la via pri­maria della pace, poiché, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore.
[...] Nei dina­mismi della storia, pur nella diversità delle etnie, delle società e delle culture, vediamo seminata così la vocazione a formare una comunità composta da fra­telli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri. Tale vocazione è però ancor oggi spesso con­trastata e smentita nei fatti, in un mon­do caratterizzato da quella “globalizza­zione dell’indifferenza” che ci fa lenta­mente “abituare” alla sofferenza dell’al­tro, chiudendoci in noi stessi.
[...] le molte si­tuazioni di spe­requazione, di povertà e di in­giustizia, segna­lano non solo una profonda carenza di fraternità, ma anche l’assenza di una cul­tura della solidarietà. Le nuove ideologie, caratterizzate da diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materiali­stico, indeboliscono i legami sociali, ali­mentando quella mentalità dello “scar­to”, che induce al disprezzo e all’abban­dono dei più deboli, di coloro che ven­gono considerati “inutili”.
Così la convi­venza umana diventa sempre più simi­le a un mero do ut des pragmatico ed egoista. In pari tempo appare chiaro che anche le etiche contemporanee risultano in­capaci di produrre vincoli autentici di fraternità, poiché una fraternità priva del riferimento ad un Padre comune, quale suo fondamento ultimo, non rie­sce a sussistere. Una vera fraternità tra gli uomini suppone ed esige una pa­ternità trascendente. A partire dal rico­noscimento di questa paternità, si con­solida la fraternità tra gli uomini, ovve­ro quel farsi “prossimo” che si prende cura dell’altro.
Per comprendere meglio questa vo­cazione dell’uomo alla fraternità, per ri­conoscere più adeguatamente gli osta­coli che si frappongono alla sua realiz­zazione e individuare le vie per il loro su­peramento, è fondamentale farsi guida­re dalla conoscenza del disegno di Dio, quale è presentato in maniera eminen­te nella Sacra Scrittura.
Secondo il racconto delle origini, tutti gli uomini derivano da genitori comuni, da Adamo ed Eva, coppia creata da Dio a sua immagine e somiglianza (cfr Gen 1,26), da cui nascono Caino e Abele. Nel­la vicenda della famiglia primigenia leg­giamo la genesi della società, l’evoluzio­ne delle relazioni tra le persone e i po­poli. Abele è pastore, Caino è contadino. La lo­ro identità profonda e, insieme, la loro vocazione, è quella di essere fratelli , pur nella diversità della loro attività e cultu­ra, del loro modo di rapportarsi con Dio e con il creato. Ma l’uccisione di Abele da parte di Caino attesta tragicamente il ri­getto radicale della vocazione ad essere fratelli. La loro vicenda (cfr Gen 4,1-16) evidenzia il difficile compito a cui tutti gli uomini sono chiamati, di vivere uni­ti, prendendosi cura l’uno dell’altro. Cai­no, non accettando la predilezione di Dio per Abele, che gli offriva il meglio del suo gregge – «il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta» ( Gen 4,4-5) – uccide per in­vidia Abele. In questo modo rifiuta di ri­conoscersi fratello, di relazionarsi posi­tivamente con lui, di vivere davanti a Dio, assumendo le proprie responsabilità di cura e di protezione dell’altro. Alla do­manda «Dov’è tuo fratello?», con la qua­le Dio interpella Caino, chiedendogli conto del suo operato, egli risponde: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» ( Gen 4,9). Poi, ci dice la Ge­nesi, «Caino si allontanò dal Signore» (4,16).
Occorre interrogarsi sui motivi profon­di che hanno indotto Caino a miscono­scere il vincolo di fraternità e, assieme, il vincolo di reci­procità e di comu­nione che lo le­gava a suo fratel­lo Abele. Dio stesso denuncia e rimpro­vera a Caino una contiguità con il male: «il peccato è accovacciato alla tua por­ta » ( Gen 4,7). Caino, tuttavia, si rifiuta di opporsi al male e decide di alzare u­gualmente la sua «mano contro il fratel­lo Abele» ( Gen 4,8), disprezzando il pro­getto di Dio. Egli frustra così la sua ori­ginaria vocazione ad essere figlio di Dio e a vivere la fraternità. Il racconto di Caino e Abele insegna che l’umanità porta inscritta in sé una voca­zione alla fraternità, ma anche la possi­bilità drammatica del suo tradimento. Lo testimonia l’egoismo quotidiano, che è alla base di tante guerre e tante ingiu­stizie: molti uomini e donne muoiono infatti per mano di fratelli e di sorelle che non sanno riconoscersi tali, cioè come esseri fatti per la reciprocità, per la co­munione e per il dono.
[...] La radice della fraternità è con­tenuta nella paternità di Dio. Non si trat­ta di una paternità generica, indistinta e storicamente inefficace, bensì dell’a­more personale, puntuale e straordina­riamente concreto di Dio per ciascun uomo (cfr Mt 6,25-30). Una paternità, dunque, efficacemente generatrice di fraternità, perché l’amore di Dio, quan­do è accolto, diventa il più formidabile agente di trasformazione dell’esistenza e dei rapporti con l’altro, aprendo gli uo­mini alla solidarietà e alla condivisione operosa.
In particolare, la fraternità umana è ri­generata in e da Gesù Cristo con la sua morte e risurrezione. La croce è il “luo­go” definitivo di fondazione della frater­nità, che gli uomini non sono in grado di generare da soli. Gesù Cristo, che ha as­sunto la natura umana per redimerla, a­mando il Padre fino alla morte e alla mor­te di croce (cfr Fil 2,8), mediante la sua risurrezione ci costituisce co­me umanità nuova, in piena comunio­ne con la volontà di Dio, con il suo pro­getto, che comprende la piena realizza­zione della vocazione alla fraternità. Gesù riprende dal principio il progetto del Padre, riconoscendogli il primato su ogni cosa. Ma il Cristo, con il suo ab­bandono alla morte per amore del Padre, diventa principio nuovo e definitivo di tutti noi, chiamati a riconoscerci in Lui come fratelli perché figli dello stesso Pa­dre. Egli è l’Alleanza stessa, lo spazio per­sonale della riconciliazione dell’uomo con Dio e dei fratelli tra loro.
Nella mor­te in croce di Gesù c’è anche il supera­mento della separazione tra popoli, tra il popolo dell’Alleanza e il popolo dei Gentili, privo di speranza perché fino a quel momento rimasto estraneo ai pat­ti della Promessa. Come si legge nella Lettera agli Efesini, Gesù Cristo è colui che in sé riconcilia tutti gli uomini. Egli è la pace, poiché dei due popoli ne ha fatto uno solo, abbattendo il muro di se­parazione che li divideva, ovvero l’ini­micizia. Egli ha creato in se stesso un so­lo popolo, un solo uomo nuovo, una so­la nuova umanità (cfr 2,14-16).
Chi accetta la vi­ta di Cristo e vive in Lui, riconosce Dio come Padre e a Lui dona totalmente se stesso, amando­lo sopra ogni cosa. L’uomo riconciliato vede in Dio il Padre di tutti e, per conse­guenza, è sollecitato a vivere una frater­nità aperta a tutti. In Cristo, l’altro è ac­colto e amato come figlio o figlia di Dio, come fratello o sorella, non come un e­straneo, tantomeno come un antagoni­sta o addirittura un nemico.
Nella fami­glia di Dio, dove tutti sono figli di uno stesso Padre, e perché innestati in Cristo, figli nel Figlio , non vi sono “vite di scar­to”. Tutti godono di un’eguale ed intan­gibile dignità. Tutti sono amati da Dio, tutti sono stati riscattati dal sangue di Cristo, morto in croce e risorto per o­gnuno. È questa la ragione per cui non si può rimanere indifferenti davanti al­la sorte dei fratelli.