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lunedì 28 dicembre 2015

Il sultano e san Francesco di Assisi

Un episodio della vita di san Francesco che può aiutarci a comprendere che il vero dialogo non può esistere senza il coraggio della verità.
Il Sultano d'Egitto sottopose a Francesco D'Assisi un'altra questione: "II vostro Signore insegna nei Vangeli che voi non dovete rendere male per male, e non dovete rifiutare neppure il mantello a chi vuol togliervi la tonaca,dunque voi cristiani non dovreste imbracciare armi e combattere i vostri nemici". Rispose San Francesco: "Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo. Il perdono di cui Cristo parla non è un perdono folle, cieco, incondizionato, ma un perdono meritato. Gesù infatti ha detto: "Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino e, rivoltandosi, vi sbranino". Infatti il Signore ha voluto dirci che la misericordia va dispensata a tutti, anche a chi non la merita, ma che almeno sia capace di comprenderla e farne frutto, e non a chi è disposto ad errare con la stessa tenacia e convinzione di prima. Altrove, oltretutto, è detto: "Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te”. E, con questo, Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell'occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall'amore del nostro Dio. Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi". (Numero 2691 delle Fonti Francescane)
Tratto da Alla quercia di Mamre

sabato 26 dicembre 2015

Per le Classi terze: cruciverba per ripassare

Come promesso, ho preparato due cruciverba per permettervi di ripassare le figure di Pier Giorgio Frassati ed Etty Hillesum.
Cliccare sull'immagine.



lunedì 21 dicembre 2015

Costruiamo il presepe

Presepe sì, presepe no. Io dico sì e lo propongo anche sul web. Costruiamo il nostro presepe.

domenica 20 dicembre 2015

Smettiamo di odiare

Un impegno per questo Natale che si avvicina, suggerito dalle parole di Ernesto Olivero in Avvenire del 6 dicembre 2015.
«All'Arsenale della Pace abbiamo uno slogan: la parola Odio con la "o" cancellata si trasforma nella parola Dio. Ce l’ha regalato un amico molto creativo che respira con noi. E noi continuiamo a offrirlo a tutti.
Oggi in nome di Dio l’odio acceca. Il nostro slogan è diventato una triste profezia: ci si odia in nome di Dio. Sappiamo bene che dietro apparenti contrapposizioni religiose si nascondono motivi puramente economici.
Probabilmente, così come otto secoli fa i grandi imperi si sono dissolti per diventare nazioni, stiamo vivendo una spinta tellurica, inarrestabile, che ribalterà il modo di intendere gli Stati. Stiamo vivendo un grande passaggio storico. In tutto questo, forse pilotato, strumentalizzato, ecco rispunta l’odio religioso.
L’odio in nome di Dio è una bestemmia, un controsenso. Siamo tutti figli, e dunque tutti fratelli, senza divisioni di razze, etnie, religioni, nazionalità, culture. Siamo il corpo dell’umanità, uomini e donne. Non ci sono altre definizioni, se non questa.
Invece purtroppo c’è chi cade nella trappola. C’è chi si è messo ad odiare in nome di Dio, dunque negando il Dio cui pensa di credere.
Si odia perché si è insicuri, impauriti di essere insignificanti. Per questo si cerca sempre un nemico da abbattere. Un nemico mi fa sentire che esisto, che conto qualcosa. Per molti, odiare è esistere. Almeno per i vostri figli, non fatelo. Riflettete. Ogni vostro sentimento negativo, assorbito dai vostri bambini, può contribuire, fra non molto, a una catastrofe dell’umanità.
Noi ci impastiamo ogni giorno con i bambini, i ragazzini, i giovani. Lavoriamo con loro da anni. I bambini ci raccontano i discorsi che sentono a casa, e sono discorsi che fanno paura. Sono parole di odio. Equivalgono a pallottole, a droni, a kalashnikov e, Dio non voglia, a bombe atomiche pronte ad esplodere.
Non ci vuole solo un’ecologia della natura; ci vuole un’ecologia del linguaggio, anzi, un’ecologia del cuore e della mente. Non fatevi accecare dall'odio, dal sentimento più facile, più a portata di mano. Pensate al futuro dei vostri figli. Se continuerete ad alimentare il vostro odio, se non farete nulla per trasformarlo in rispetto, attenzione, considerazione dell’altro, non ci sarà futuro per i vostri figli. Il vostro odio sta tagliando le ali ai sogni dei vostri figli.
 Mi ricordo di una volta che abbiamo invitato giovani rappresentanti di alcune religioni in tensione tra loro. Sono arrivati bollenti, pronti ad azzuffarsi, ad aggredire. Vivendo insieme qui con noi, conoscendosi, lavorando insieme le tensioni sono sparite, hanno collaborato e quando si sono salutati alla fine erano amici. Si erano scoperti uguali, nell'umanità, nelle aspirazioni, nei sogni.
Quell'esperienza insegna che si può, si può riconoscersi fratelli, uomini e donne con la stessa origine e la stessa meta. Si può collaborare per costruire insieme un mondo dove le divisioni non hanno senso di esistere, dove la terra, l’acqua e il cibo bastano per tutti, dove il denaro è diviso equamente e non è, come adesso, nelle mani di pochi che hanno tutto l’interesse ad alimentare l’odio in nome di Dio. Che in sé è una contraddizione in termini.
Perché l’odio contraddice Dio, e Dio annulla ogni odio.
Smettete di odiare. Abbattete in voi la parola odio. Trasformatela, non dico in amore, perlomeno in rispetto e umanità. Fatelo, almeno per i vostri figli».

sabato 5 dicembre 2015

Per orientarsi nella scelta della scuola superiore

Lentamente, ma inesorabilmente, ci stiamo avvicinando alla scelta della scuola superiore. Abbiamo riflettuto, all'interno dell'irc, su come arrivare a scelte il più possibile mature e consapevoli, e adesso, come referente per l'orientamento, vi suggerisco alcune dritte più immediate.
Per prima cosa vi invito a dare un'occhiata su quanto è stato postato negli anni passati e di materiale ne troverete parecchio.
Con questo post aggiungo ulteriori risorse.
In particolare vi suggerisco di andare a dare un'occhiata ad un sito che vi aiuterà a scoprire diverse professioni. Certamente il mondo del lavoro è ancora lontano per voi, ma credo sia molto utile avere un'idea sulle diverse attività lavorative. Per questo vi invito a cliccare qui. Verrete indirizzati al sito "orienta online" dell'Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori).
Un altro riferimento utile è la piccola guida per orientarsi e scegliere al meglio, che ho trovato in Focus Junior. Cliccate qui.
Vi lascio anche un'immagine che riassume i diversi indirizzi della scuola superiore e una vignetta per sorridere un po', ma anche per pensare.

mercoledì 2 dicembre 2015

Facciamo parlare il presepe

Di fronte alle polemiche sul "presepe sì, presepe no" nelle scuole, mi sembra molto appropriato il commento che ho trovato su Popotus di Avvenire.
«Non è bello fare la guerra nel presepio. Se c’è un posto e un giorno – siete d’accordo? – in cui la fraternità e l’amicizia tra i popoli dovrebbero regnare assolute, questo è il Natale di Betlemme.
E invece non c’è pace vicino alla grotta, persino quando è costruita di semplice cartapesta: qualcuno la vorrebbe nascondere, perché sostiene che le persone di altre religioni non possono sopportare nemmeno di vederla; a qualcun altro invece piacerebbe imporla per forza, come il segnaposto di uno spazio riservato soltanto ai cristiani.
Non è giusto né un modo di fare né l’altro: cancellare il presepe (oppure negare le canzoni natalizie della tradizione solo perché citano Gesù Bambino) vuol dire infatti dimenticarsi un pezzo importante della storia in cui ci siamo trovati per nascita, prima ancora che per religione; sarebbe come – per fare un esempio – eliminare la bandiera italiana dalla vostra scuola perché ci vengono anche tanti bambini di diverse nazionalità...
Però è profondamente sbagliato pure «usare» un simbolo mite come il Bambinello adagiato sulla paglia tra il bue e l’asino per dividerci tra uomini o addirittura combattere coloro che hanno un altro Dio (riprendendo l’esempio: sarebbe come obbligare chi ha un passaporto estero a tifare la nostra Nazionale di calcio solo perché vive in Italia...).
Anche nel presepio «originale», quello di 2015 anni fa in Palestina, oltre a Giuseppe e Maria c’erano tanti ebrei (i pastori), magari lì vicino passò qualche viaggiatore proveniente da nazioni lontane o un paio di romani, di sicuro vi si recarono i misteriosi Magi, che forse erano persiani e certamente di religione straniera. Nessuno tuttavia si offese perché c’era chi si inginocchiava ad adorare quel Bambino, e nessuno nemmeno cacciò via quelli che gli sembravano fuori posto in quanto di altra fede.
Perché dunque non dovrebbe essere lo stesso anche oggi? Nel cielo della grotta gli angeli reggono da sempre la scritta: «Pace in terra agli uomini di buona volontà», anzi (con una traduzione migliore) «agli uomini che Dio ama»: proprio tutti, cioè, a qualunque religione credano.
Fuori dal presepio le battaglie a colpi di muschio».
Facciamo allora parlare il presepio, che ha da dire tante cose a tutti:
a chi non è accolto, come accadde per Gesù e la sua famiglia e a chi non accoglie, come molte volte facciamo noi, gelosi del nostro benessere o pieni di paure;
a chi è costretto a vivere il lavoro quasi come una nuova schiavitù, tanto da non poter fermarsi mai, come le statuine di quei presepi meccanici che, ininterrottamente, compiono gli stessi gesti;
a chi, come altre statuine, si dà alle gozzoviglie e si lascia sfuggire l'evento che può dare veramente senso alla sua vita;
e infine, a chi, quel senso lo va cercando e lo contempla, come i figuranti del presepio che mettiamo vicini a Gesù, compresi i Re Magi che rappresentano i cercatori di verità di ogni parte del mondo.
Pace a tutti!!!



mercoledì 25 novembre 2015

Digital Skills

Ho partecipato ad un MOOC che aveva come tema "Developing Digital Skills in your Classroom". Nel mio diario di apprendimento ho inserito alcuni spunti e proposte tratte dal corso e dalle mie peregrinazioni in Internet per gli approfondimenti.
Pubblico il mio Tackk (a proposito, Tackk consente di creare pagine digitali di grande effetto e ricche di contenuti multimediali) soprattutto per me, per averlo sempre a portata di mano, ma anche per offrire un piccolo contributo a quanti fossero interessati alla tematica.
PS: non me ne vogliano gli insegnanti di inglesi, o quanti lo padroneggiano meglio di me.

domenica 22 novembre 2015

Vite a confronto

Ai giovani "sfigati", così come li ha chiamati  Massimo Gramellini,  ho pensato di contrapporre figure di giovani positivi, che hanno saputo affrontare i tempi tremendi, che anche a loro toccò vivere, senza rinunciare alla propria umanità. La fede in Dio fu per loro occasione di crescita umana e spirituale, non pretesto per seminare odio e morte.

Etty Hillesum




 Pier Giorgio Frassati 

mercoledì 18 novembre 2015

Quando non è l'odio a vincere

Il signor Antoine Leiris ha perso sua moglie nel violento attacco alla sala da ballo Batclan di Parigi e nonostante il dolore straziante per la morte del suo amore ha deciso di utilizzare Facebook per far capire ai terroristi che non avranno mai il suo odio.
Ecco la lettera integrale che Antoine ha postato sui social:
 «Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l'amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.
L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

venerdì 30 ottobre 2015

Dal dialogo semi di bene

Il 28 novembre correva il 50° anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate.
Questa Dichiarazione cambiò il modo con cui la Chiesa deve guardare all'altro diverso per fede.
Mercoledì scorso era quindi un giorno "speciale" e per l'occasione in piazza San Pietro erano presenti rappresentanti delle varie religioni.
Vi lascio alcuni passi del discorso di Papa Francesco che ci aiutano a comprendere l'importanza del dialogo tra i credenti delle varie religioni, e di quanto siano necessari la preghiera e l'incontro tra i credenti di ogni religione o confessione per costruire amicizia, collaborazione, cura gli uni degli altri, al fine di contribuire a realizzare un mondo più umano.

«[...]Il dialogo di cui abbiamo bisogno non può che essere aperto e rispettoso, e allora si rivela fruttuoso. Il rispetto reciproco è condizione e, nello stesso tempo, fine del dialogo interreligioso: rispettare il diritto altrui alla vita, all'integrità fisica, alle libertà fondamentali, cioè libertà di coscienza, di pensiero, di espressione e di religione.
Il mondo guarda a noi credenti, ci esorta a collaborare tra di noi e con gli uomini e le donne di buona volontà che non professano alcuna religione, ci chiede risposte effettive su numerosi temi: la pace, la fame, la miseria che affligge milioni di persone, la crisi ambientale, la violenza, in particolare quella commessa in nome della religione, la corruzione, il degrado morale, le crisi della famiglia, dell’economia, della finanza, e soprattutto della speranza.
Noi credenti non abbiamo ricette per questi problemi, ma abbiamo una grande risorsa: la preghiera. E noi credenti preghiamo. Dobbiamo pregare. La preghiera è il nostro tesoro, a cui attingiamo secondo le rispettive tradizioni, per chiedere i doni ai quali anela l’umanità.
A causa della violenza e del terrorismo si è diffuso un atteggiamento di sospetto o addirittura di condanna delle religioni. In realtà, benché nessuna religione sia immune dal rischio di deviazioni fondamentalistiche o estremistiche in individui o gruppi (cfr Discorso al Congresso USA, 24 settembre 2015), bisogna guardare ai valori positivi che esse vivono e che esse propongono, e che sono sorgenti di speranza. Si tratta di alzare lo sguardo per andare oltre.
Il dialogo basato sul fiducioso rispetto può portare semi di bene che a loro volta diventano germogli di amicizia e di collaborazione in tanti campi, e soprattutto nel servizio ai poveri, ai piccoli, agli anziani, nell'accoglienza dei migranti, nell'attenzione a chi è escluso. Possiamo camminare insieme prendendoci cura gli uni degli altri e del creato. Tutti i credenti di ogni religione.
Insieme possiamo lodare il Creatore per averci donato il giardino del mondo da coltivare e custodire come un bene comune, e possiamo realizzare progetti condivisi per combattere la povertà e assicurare ad ogni uomo e donna condizioni di vita dignitose.
[...] Cari fratelli e sorelle, quanto al futuro del dialogo interreligioso, la prima cosa che dobbiamo fare è pregare. E pregare gli uni per gli altri: siamo fratelli! Senza il Signore, nulla è possibile; con Lui, tutto lo diventa! Possa la nostra preghiera – ognuno secondo la propria tradizione – possa aderire pienamente alla volontà di Dio, il quale desidera che tutti gli uomini si riconoscano fratelli e vivano come tali, formando la grande famiglia umana nell'armonia delle diversità».

lunedì 19 ottobre 2015

Il ricco stolto

Come nuovo tassello che va ad aggiungersi al percorso proposto alle classi terze inserisco un video che presenta, in chiave moderna, la parabola del ricco stolto. 
Nel progetto di vita che quest'uomo  si era dato mancava la cifra più significativa: che la vita non gli apparteneva, che il tempo gli poteva essere improvvisamente sottratto, che lui stesso – cioè, la sua anima – apparteneva ad un altro, che i suoi beni non lo avrebbero accompagnato all'ultimo viaggio e non gli avrebbero dato sollievo nell'ultimo giudizio.
L’uomo ricco viene definito stolto perché non ragionava sulle dimensioni profonde dell’esistenza, perché altrimenti avrebbe capito che non è il possesso delle cose lo scopo della vita.


Il testo di Luca è accessibile cliccando qui.

Rembrandt, "La parabola del ricco stolto", ovvero "Il cambiavalute"
La proposta didattica su questo brano è quella di realizzare una carta, tipo quella dei famosi Yugioh, per tracciare un profilo del ricco della parabola e per spiegare perché Gesù lo definisce "stolto".
Per realizzare la carta si può andare al sito readwritethink.org.
Cliccare sull'immagine per accedere direttamente al card creator.



mercoledì 14 ottobre 2015

Il vero dialogo

«La relazione vera richiede gratuità e apertura. Suppone un atteggiamento positivo nei confronti del partner nel dialogo. Egli ha diritto alla mia benevolenza, fin dall'inizio!
Affinché l’incontro sia fruttuoso, devo anche abbandonare ogni tentativo più o meno cosciente di manipolarlo, e bandire ogni proselitismo, come anche Gesù l’ha bandito. Devo rinunciare a cercare di portare l’altro nel mio campo. Non dico che si debba abbandonare ogni desiderio di vedere l’altro che scopre il mio tesoro, la mia fede, e vi aderisce. Al contrario. Ma devo ammettere che anche il mio interlocutore musulmano nutra il desiderio che io aderisca alla sua fede. Questo fa parte della condivisione reciproca che sta al cuore dell’incontro e del dialogo.
Un hadith (tradizione attribuita al Profeta dell’islam) dichiara: «Nessuno diventa credente se non desidera per il suo prossimo quello che desidera per sé stesso». Posso illustrare il concetto con un’esperienza personale.
Quando ero professore in un collegio femminile nel Sud algerino, un giorno, dopo la lezione, un gruppo di ragazze adolescenti circondò la mia cattedra. Una di loro, la più coraggiosa, mi chiese quasi supplicandomi: «Signore, dica la Shahada» (la professione di fede musulmana). Le risposi di non poter tradire la mia fede, perché sono cristiano e mi sono incamminato sulla via di Gesù. E lei mi replicò, delusa e anche un po’ in collera: «Allora, professore, andrà a bruciare nel fuoco dell’inferno!». Ma una delle sue compagne si staccò dal gruppo ed esclamò davanti alle altre: «Ebbene, se lei sarà all'inferno e io sarò in cielo, wa Allah!, discenderò all'inferno per cercarla!».
Non mi lasciai impressionare dalle parole della prima, ma rimasi molto colpito dalla dichiarazione della seconda.
Avrei già un passaporto assicurato per il paradiso? Queste ragazze desideravano per me quello che a loro sembrava più prezioso: la fede musulmana.
Posso desiderare che l’altro condivida la mia fede, ma nel rispetto della sua scelta. Una cosa è il desiderio di vedere l’altro condividere il mio tesoro, un’altra è il tentativo di utilizzare la reciproca relazione e amicizia come un mezzo, un’esca, per convertirlo alla mia religione.
La conversione è opera di Dio, del quale non posso prendere il posto. Dio ci ha creati liberi ed è il primo a rispettare il mistero della libertà data all'uomo».

Monsignor Claude Rault, vescovo di Laghouat-Ghardaïa (Algeria), dal libro “Il deserto è la mia cattedrale. Il vescovo del Sahara racconta” (Editrice Missionaria Italiana, pagine 192, euro 13, prefazione di Guido Dotti)

sabato 3 ottobre 2015

E' l'ora dell'orientamento

I miei alunni di terza lo sanno che questo è per loro l’anno della scelta della scuola superiore e sanno anche che, in vista di questa scelta, saranno "costretti", forse per la prima volta, a riflettere seriamente sul loro futuro. Conosco, perché sono tanti anni che insegno, le loro domande, i loro dubbi, le ansie che vivono: in modo più o meno inconfessato hanno una paura tremenda di sbagliare.
Come insegnante mi dico che non si può ridurre l'orientamento delle classi terze alla sola informazione relativa agli indirizzi di studio o alle varie attività lavorative. In fondo tutte le esperienze che viviamo in modo consapevole richiedono capacità orientative, perché ci portano a dover scegliere tra diverse possibilità, tra diversi orizzonti di vita.
Per questo ho proposto ai ragazzi un sondaggio su quali fossero gli ideali che ritenevano più importanti. Muniti di cellulari (ebbene sì, lo confesso, sono una di quelle insegnanti che per particolari attività consente - ovviamente con il benestare del dirigente e dei genitori - l'utilizzo dei dispositivi mobili), gli alunni hanno risposto ad alcune domande che avevo preparato su socrative.com. Dall'analisi dei risultati di tutte le "mie" sei terze è emerso come ai primi due posti ci fossero queste due scelte: essere felici e avere amici. Esito prevedibile ma non  per questo banale.
Proprio per aiutarli a riflettere su quanto sia importante rispondere a questi ideali con scelte buone e consapevoli, ho strutturato per loro un percorso di apprendimento che prevede, tra le varie attività, l'analisi di alcuni documenti che li aiutino a riflettere sul senso della vita. Tra i vari testi, tra cui ovviamente non mancano dei riferimenti biblici, mi è sembrato interessante un brano tratto dal libro "Il senso della vita" di Oscar Brenifier e Jacques Després, che ho trovato - non ricordo più attraverso quale ricerca - a questo link: http://cdn2.scuolabook.it/Uploaded/sei_25272_preview/25272_preview.pdf
Ho provato ad adattare il testo che mi interessava, tra i tanti proposti, in una scheda di lavoro per gli alunni, che è possibile scaricare cliccando sulla riproduzione del quadro, scelto non a caso, "Viandante su un mare di nebbia" di Caspar David Friedrich.





mercoledì 30 settembre 2015

Adolescenti e gruppo

Inserisco l'attività prevista per le classi seconde, che stanno riflettendo sull'esperienza del gruppo, che è molto significativa per gli adolescenti.
Cliccare sull'immagine. Si aprirà una scheda da leggere e una serie di domande a cui rispondere.

Prima di rispondere alla domande della scheda, verifica se hai ben compreso il testo proposto (tratto da I. M. Josselin, L'adolescente e il suo mondo, Firenze, Giunti - Barbera).

venerdì 25 settembre 2015

Un antico antenato: l'homo Naledi

Ne avete sicuramente sentito parlare. Mi riferisco alla scoperta di una specie umana sconosciuta fino ad oggi.
In una grotta a 50 chilometri da Johannesburg sono stati scoperti i resti di 15 corpi "di una nuova specie dei nostri avi", così ha affermato Leo Berger, professore dell'università 'Witwatersrand' di Johannesburg. La nuova specie umana è stata denominata "Homo naledi", perché la grotta della scoperta si chiama stella nascente. Naledi significa infatti stella nella lingua Sesotho, usata da alcune tribù sudafricane.
Gli scienziati non hanno ancora stabilito l'età delle ossa ritrovate, anche se quei resti appartengono a persone probabilmente portate nella grotta dopo la loro morte. E' proprio questo l'aspetto interessante, perché prima di questo ritrovamento si pensava che l'idea di comportamenti rituali funebri fosse un'esclusiva dell'Homo sapiens.
Si credeva infatti che le sepolture più antiche fossero avvenute solo 100 mila anni fa, ma sebbene l'Homo Naledi non abbia una datazione ancora precisa, è sicuramente più antico di 100 mila anni. 'L'Homo Naledi - afferma Berger - seppelliva i cadaveri costantemente, questo indica che si vedeva diverso dagli altri animali'.


Questa "pietà" verso i propri simili, manifestata dalla cura con cui furono deposti quei corpi, è espressione di quel "sentire religioso" che caratterizza l'essere umano.

mercoledì 23 settembre 2015

E tu, che avresti fatto?

Tutti noi siamo “progettati” per vivere insieme. È nella vita con gli altri che impariamo a conoscere noi stessi e a crescere. A volte, purtroppo, è proprio nel gruppo che un ragazzo può "perdersi£, perché l’influenza negativa di alcuni compagni incide fortemente sulla crescita. Scopriamo, così, di poter essere capaci di fare del male. Forti del gruppo, finiamo per distruggere la vita degli altri.
Purtroppo non si è bulli da soli e molte volte pensiamo che altri siano i bulli.
Caro alunno di seconda, ti propongo questo video. Volutamente si interrompe, perché vorrei che rispondessi ad alcune domande, che troverai dopo il video, e su cui discuteremo a scuola.



(1) Cosa ne pensi di quello che hai visto?
(2) Ti è mai capitato di trovarti in una situazione del genere o conosci qualcuno che ha vissuto una situazione simile?
(3) Perché, secondo te, accadono situazioni simili?
(4) Tu come ti saresti comportato?
(5) Come potrebbe finire la storia?

Nel caso ti interessasse approfondire il tema del bullismo, ti propongo di visitare il portale del MIUR, rivolto a studenti, docenti e genitori, che offre strumenti e informazioni utili a prevenire forme di disagio giovanile che possono determinare comportamenti violenti come bullismo, cyber bullismo, omofobia…
Clicca sull'immagine.

martedì 15 settembre 2015

Parliamo di valutazione: una proposta

Come coinvolgere gli alunni nel processo di valutazione? Si può sdrammatizzare e far sì che la valutazione diventi un momento realmente formativo? Nel video che segue presento la proposta che ho rivolto ai miei alunni della scuola media.

lunedì 14 settembre 2015

Si ricomincia. Ahimè!

Oggi per noi riapre la scuola e secondo alcuni dati (focus Pisa “What 15-year-olds know and what they can do with what they know” e un'indagine di AlmaDiploma),  anche il "mal di scuola".
Ho letto che gli studenti italiani sono tra i meno contenti al mondo di tornare tra i banchi. I motivi? Perché gli insegnanti non sanno spiegare (lo affermano 2 alunni su 7) e sono poco disponibili al dialogo; le aule sono inadeguate; ci sono troppi compiti... Neanche i rapporti tra compagni rendono la scuola più appetibile: uno studente su tre lamenta di essere stato vittima di bullisno o cyberbullismo almeno una volta.
Insomma, sembra che i nostri studenti frequentino una scuola da INCUBO.
Così siamo al 54esimo posto per grado di felicità a scuola dei ragazzi.
Dopo di noi ci sono solo Qatar, Grecia, Russia, Polonia, Lettonia, Finlandia, Estonia, Slovenia, Repubblica Ceca e all'ultimo posto la Corea. Troppe posizioni ci separano dal primo Stato in classifica, quello che ha gli studenti che si alzano con il sorriso pensando sia arrivato il momento di andare finalmente a scuola, l’Indonesia. A superarci sono anche Serbia, Montenegro, Vietnam e Kazakistan.
E' un quadro veramente desolante.
Che vi devo dire, ragazzi?
Non ci si può fare niente. Oggi ricomincia la scuola.
E' proprio un giorno di lutto?
Vi lascio alcune frasi che possono aiutarci a vedere la scuola con un occhio diverso:

«Il mondo può essere salvato solo dal soffio della scuola». (Talmud)
«Colui che apre una porta di una scuola, chiude una prigione». (Victor Hugo)
«Un investimento in conoscenza paga sempre il massimo interesse». (Benjamin Franklin) «L’apprendimento è un tesoro che seguirà il suo proprietario ovunque». (Proverbio cinese)

Su internet trovate tante altre frasi sull'importanza della scuola e dell'imparare. Provate a cercate la vostra frase, quella che vi accompagnerà nel corso di quest'anno.
Intanto vi lascio ancora qualcosa su cui sorridere e pensare: due vignette e il link al trailer del film "Vado a scuola".


Per il link al video, cliccare qui.
Buon anno scolastico a tutti noi!!!

giovedì 10 settembre 2015

Rethink, un software anti-bullismo

Rethink riconosce le parole offensive e mostra una finestra che chiede a chi sta scrivendo di “ripensarci”.
Può sembrare troppo semplice, eppure funziona. Secondo alcuni studi è sufficiente una semplice domanda come “sei proprio sicuro che vuoi farlo?” per indurre i ragazzi a fermarsi a riflettere.
Stando alle ricerche di Trisha, la giovane (15 anni) programmatrice di Rethink,sarebbe addirittura il 90% a fermarsi e riformulare il proprio messaggio. Un successo enorme.
“Steve Jobs una volta ha detto che una cosa semplice può essere più difficile di una cosa complessa. Ma quanto ci riesci muovi le montagne” ha ricordato Trisha presentando il suo software in un coinvolgente TEDxTeen a Londra lo scorso anno.
Tutto è cominciato nel 2013. Trisha ha 14 anni e vive nello stato dell’Illinois. Legge sul giornale la storia di Rebecca, una ragazzina di 12 anni che in Florida si è suicidata dopo essere stata vittima di cyberbullismo. La notizia la impressiona: “Avevo il cuore spezzato – ha detto Trisha al TEDxTeen – come poteva una ragazza più piccola di me essere spinta a togliersi la vita?”.
Trisha va a vedere i dati: Rebecca è solo una dei tanti giovanissimi vittime del bullismo in rete. Megan, ha ricevuto tanti messaggi come “il mondo sarebbe un posto migliore senza di te” e si è impiccata nel suo bagno.
Tyler aveva 18 quando dei compagni di stanza hanno deciso di filmarlo quando era in intimità con il suo fidanzato e inviare il video in streaming sui social media. Tyler si è buttato da un ponte. “In queste storie, il danno è fatto. Vorrei riscriverle, ma non posso. Vorrei poter andare indietro nel tempo e chiedere alle persone che hanno spinto questi adolescenti a uccidersi di ripensarci prima di compiere le loro azioni. Non posso farlo: quello che posso fare, però, è prevenire i prossimi danni. Per questo ho creato Rethink”. Trisha è appassionata di codici e programmazione, così inizia a pensare a quale potrebbe essere un rimedio contro il bullismo in rete. Crea il software Rethink che riconosce le parole offensive e le tipiche espressioni da bulli nelle conversazioni tra gli utenti. Il software invia dei messaggi a chi scrive per invitarlo a ripensarci, a riformulare, ad essere più attento. “E’ come se io tutte le volte gli dicessi: ‘Ehi, aspetta, guarda che stai per offendere qualcuno, vuoi veramente farlo?’ Ripensaci prima che il danno sia fatto”. Trisha fa delle ricerche che dimostrano come un’altissima percentuale di adolescenti, se viene messa di fronte a un messaggio che li invita a “ripensare” ciò che hanno scritto, di fatto cancella e riscrive. Il motivo è che nell'adolescenza la capacità di riflettere prima di scrivere e di prendere delle decisioni che potrebbero avere delle conseguenze è molto meno sviluppata rispetto all'età adulta. In parole semplici: i ragazzi sono meno propensi a riflettere, ma se qualcuno instilla loro il dubbio sono pronti a tornare sui loro passi. “In questo mondo sempre connesso – ha detto Trisha – certe volte abbiamo bisogno di rallentare, prenderci una pausa e pensare a quello che stiamo facendo. Noi lanciamo un messaggio, ed ha un significato”. La sua idea funziona, tant'è che nel 2014 Trisha Prabhu partecipa anche alla Google Science Fair, la competizione di Google per adolescenti che hanno inventato qualcosa di utile alla società e arriva tra i 20 finalisti mondiali. Trisha sta portando il suo programma anti-bullismo in tante parti del mondo, intervenendo anche alla Casa Bianca in un recente evento lo scorso luglio.
Per scaricare l'app cliccare qui.

venerdì 4 settembre 2015

La "Scuola del gratuito"

Una proposta interessante e "pro-vocatoria" tratta da Popotus (01/06/2015):
«Che cosa ti ha scritto oggi il prof?».
Forse a nessuno è mai capitato di sentirsi porre questa domanda dai genitori al ritorno da scuola. Molto più comune il «Come è andata?». Che vuol dire: «Quanto hai preso?».
Eppure, alle scuole medie di Pesaro c’è un professore di Matematica e Scienze che, ormai da quindici anni, preferisce scrivere lettere ai propri alunni anziché comunicare i voti. Che ci sono e sono scritti sul registro, ma che sono confidati soltanto a chi lo chiede perché, per il prof, non rappresentano l’obiettivo finale, la ragione ultima per cui si va a scuola e si studia.
«I ragazzi sentono molto il peso del voto, che è vissuto come un giudizio sulla propria persona e questo non va bene», spiega Ferdinando Ciani, tra i primi in Italia ad applicare il metodo della “Scuola del gratuito”, nata da un’intuizione di don Oreste Benzi, il fondatore dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, che si occupa soprattutto di ragazzi, adulti e famiglie in difficoltà.
«All'inizio dell’anno – prosegue il prof – chiedo ai ragazzi se preferiscono il voto o la lettera e, la maggior parte, chiede la seconda. In quelle poche righe cerco di mettere in luce i passi in avanti compiuti e anche i punti deboli su cui l’alunno dovrà lavorare, indicando un metodo per migliorare». Alla base di tutto c’è il Patto educativo che professore, alunni e famiglie stipulano in prima media e che vale per l’intero triennio. Un patto che è anche un’assunzione di responsabilità e, per gli studenti, una motivazione in più per impegnarsi. «Insieme – aggiunge Ciani – stabiliamo le regole e concordiamo il metodo di lavoro. Con questo sistema, per esempio, l’anno scorso abbiamo scelto insieme il libro di Scienze, adottando quello più votato dai ragazzi».
Ecco la testimonianza di una ex alunna del prof Ciani:
«È stata un’esperienza molto positiva, di cui ho un buon ricordo e che, soprattutto, mi ha aiutata a crescere». A dieci anni di distanza, Cristina Spadoni ricorda ancora con piacere (e un pizzico di nostalgia) il tempo delle scuole medie, con questo prof di Matematica un po’ speciale che, a lei e ai suoi compagni, scriveva lettere in fondo ai compiti in classe anziché limitarsi ad assegnare voti. «Aver messo in secondo piano il risultato – ricorda Cristina, che oggi ha 26 anni ed è educatrice in un asilo nido di Pesaro – ha fatto sì che in classe non ci fosse competizione, che noi studenti non ci giudicassimo sulla base di un 5 o di un 8. Penso che, anche per questa ragione, il nostro gruppo classe fosse molto unito».
Cristina ricorda anche le attività extrascolastiche proposte dal prof. Come, per esempio, trascorrere alcuni pomeriggi a casa di un coetaneo con una gravissima disabilità che gli impediva di andare a scuola. «Andavamo da lui a fare i compiti – racconta la giovane – e gli facevamo compagnia per qualche ora. La ricordo come un’esperienza molto forte che, per la prima volta, mi ha fatto entrare in contatto con la fragilità, con il bisogno di chi deve vivere con una grave problema. Come tutte le esperienze fatte alle medie (penso, per esempio, alla coltivazione dell’orto nell'ora di Scienze), quei pomeriggi mi hanno davvero fatto “diventare grande” e hanno lasciato un segno durevole nella mia vita».
Per sapere qualcosa di più sulla "Scuola del gratuito" vi invito a cliccare sull'immagine.


Cliccando qui è possibile invece conoscere nel dettaglio alcune esperienze.
Che ne dite? Varrebbe la pena provarci?

sabato 29 agosto 2015

Lence, la samaritana

Di fronte alle tragedie che accadono alle porte dell'Europa, apre il cuore questa testimonianza di Nello Scavo letta su Avvenire di ieri.
Lence va veloce. Anzi di fretta. «Qui serve dell’acqua, Lence ». E lei arriva. «Lence, questo sta male, ha bisogno di un medico». E Lence chiama il medico. «Lence, hai caramelle per i bambini?». E Lence regala dolcetti anche agli adulti. Che lo zucchero fa bene, e poi erano settimane che non mettevano tra i denti qualcosa che dia buon umore.
«Lence, la samaritana», la chiamano i vicini. «Lence, la santa», assicurano i profughi. «La nuova madre Teresa macedone», per stare alla definizione di alcune Ong con cui collabora.
È una donna magra, premurosa e di poche parole. Eroina per caso, che riscatta l’immagine di un’Europa chiacchierona e immobile.
Da sola ha assistito almeno cinquantamila profughi. «Non saprei, non tengo il conto». Ma con centinaia di loro è rimasta in contatto, costruendo una rete informativa ramificata ed efficiente.
Lence Zdravkin è una casalinga di Veles, uno di quei posti che anche Google Mapsfatica a trovare e per il quale non c’è ragione al mondo che ne giustifichi una sosta. Ma da Veles passa la strada ferrata che dal confine greco-macedone raggiunge Skopje, poi sessanta chilometri più a Nord risale verso la frontiera serba.
Lence ha compreso che la guerra in Siria era anche affar suo una sera di due anni fa. Ai rumori della ferrovia ci ha fatto l’abitudine. Il balcone si affaccia sui binari. I convogli passano così vicino che quasi piombano in soggiorno. Quella sera Lence sentì qualcosa di insolito. Passi pesanti di uno, due, dieci persone. Una marcia nella polvere. In silenzio. «Chi verrà mai a Veles a quest’ora?». Era il primo gruppo di profughi siriani che passava dalla Macedonia.
«All’inizio – racconta – offrivo dell’acqua, qualcosa da mangiare, poi se ne andavano». Dopo, Lence ha deciso che doveva fare di più. «Li facevo accomodare in casa per riposarsi al caldo. Magari per dormire. Non potevo lasciare che i bambini non ricevessero almeno una carezza». Anche il marito l’ha subito appoggiata. Fino a che la pedagogia del buon esempio ha avuto la meglio. I vicini di casa, gli amici, altri abitanti del villaggio di duemila macedoni (per metà cristiani e per metà islamici) ed altri ancora dai villaggi vicini, hanno trasformato Veles da borgo dimenticato a snodo cruciale.
In due anni di assistenza umanitaria organizzata informalmente, Lence conosce meglio di chiunque il diagramma degli afflussi. Nelle ultime settimane si è passati da un afflusso medio di 30 profughi a 300 al giorno. E dal momento che molti non se la sentono di finire stivati nei vetusti treni di epoca jugoslava, da Lence arriva sempre più gente. Lei non fa nulla per scoraggiarli. «Anzi li invito a passarsi il mio numero di telefono e, se vogliono, possono anche contattarmi su Facebook ». E infatti il telefono squilla. «Saranno in duecento – annuncia a gran voce –. Arriveranno stanotte. Ci sono anche degli anziani e una decina di bambini». Niente paura. C’è il ristoratore che provvede alle derrate. Le amiche che aiutano a mettere ordine, i volontari che preparano le tende. E sembra quasi che si preparino a una festa.
Poi arriva la notizia dall’Austria. Lence sgrana gli occhi. Non può piangere, lei non può crollare. Perché se Lence molla, cosa dovrebbe fare il profugo con una gamba sola, mutilato da una granata, che è riuscito ad arrivare fin quassù. Non c’è tempo neanche per un singhiozzo. Neanche per domandarsi se quei disgraziati erano passati di qua. «Domani vado al confine con la Grecia. Vado a rassicurarli. La polizia oramai mi conosce».
Di politica con Lence è impossibile parlare. Avrà le sue idee, certo. Chissà quante ne direbbe a chi blatera invece di venire qui a dare una mano. Ma Lence lavora e basta. Come quella prima notte di due anni fa. Impossibile starle dietro. Neanche il tempo di richiudere il taccuino che Lence è sotto una tenda a giocare con i bambini. L’Europa, o quel che dovrebbe essere, comincia a Veles. Ha lo sguardo e le carezze di una piccola donna che non è rimasta sul balcone a guardare il treno della storia che passa.

giovedì 27 agosto 2015

Educare alla bellezza

«Ogni statua che cade, ogni colonna che crolla è un colpo letale nei confronti della libertà e della ragione dell’uomo, della bellezza, della possibilità di costruzione. 
L’archeologo che ha difeso fino al sangue la possibilità di 'guardare' quelle opere, dopo aver lavorato una vita per tirarle fuori dalla sabbia e renderle 'visibili' al mondo, dovrebbe essere ricordato il primo giorno di scuola.
È fondamentale che tutti i nostri studenti, anche i più piccoli, vedano quella bellezza e quella distruzione per capire il senso del nostro amore per quello che ci è stato consegnato dalla storia».
Elena Ugolini in Avvenire del 26 agosto 2015
Khaled al Asaad

giovedì 13 agosto 2015

Morire di droga o vivere da vivi

Morire a 16 anni. Soli. Che sia nel rumore della musica sparata a tutto volume o nel silenzio di una spiaggia cambia poco. Morire così giovani per ecstasy o chissà quale altra diavoleria non ha senso!
Ma è possibile che non ci sia altro modo per vivere appieno la vita?
Prendo in prestito le parole di Ernesto Olivero dalla "Lettera a non so chi" pubblicata su Avvenire di ieri.
«Parecchio tempo fa ero in una città del Centro Italia con davanti due-tremila giovani. Chi mi conosce sa che non preparo mai un incontro, ma ho sempre una Bibbia con me. Spesso spinto dalle domande dico cose che non avevo mai pensato. Di sicuro so che ho dentro di me un amore sconfinato per i giovani, i peggiori e i migliori senza distinzione. Forse perché sono stato influenzato da un uomo vestito di bianco che si chiamava frère Roger. Una volta disse che un pugno di giovani potevano cambiare il loro tempo. Lui era credibile e io ero un ragazzo.
Mi sono sentito amato, anche se allora le sue parole non ero in grado di digerirle davvero. E dentro di me pensai: ci voglio provare.
Frère Roger e anche altri testimoni seri mi hanno cambiato.
Quel giorno in una città del Centro Italia, in modo imprevisto anche per me, davanti a quella folla di giovani sbottai: voi siete paurosi e vigliacchi due volte.
Seguì un silenzio che mi ricordo ancora. E continuai: facciamo un ragionamento. Le statistiche dicono che fino al 90% dei giovani si spinella. Voi dite di amare l’ecologia, la pace, la giustizia. Beh, io non ci credo. Voi siete amici della malavita. I vostri soldi, a chi li date? C’era un imbarazzo che si sentiva nell'aria. Siete vigliacchi due volte e vi dico perché.
In mezzo a voi può esserci il futuro Alcide De Gasperi, un grande statista, ci può essere il futuro Einstein, il futuro premio Nobel per la pace. E voi, che fate? Il sabato sera vi sballate, vi ubriacate, rischiate la vita con la macchina. Allora vi chiedo: vivendo così la bellezza che c’è dentro di voi nasce o muore?
Da allora ripeto gli incontri con i giovani con entusiasmo sempre nuovo. Una volta un ragazzo mi disse: ma tu così vuoi mandare in carcere tutti i drogati! No, risposi, ti sbagli. Voglio un mondo in cui nessuno si droga, neppure nel caso in cui sia consentito dalla legge. Voglio dei giovani che liberamente e spontaneamente scelgono di vivere da vivi. Non voglio una società del minor danno, per i giovani voglio il massimo. Io vi voglio bene veramente e so che voi potete cambiare il mondo. Potete diventare politici e non rubare, diventare preti ed essere san Francesco, qualsiasi mestiere potete farlo con passione e responsabilità. So che potete fare tutto questo.
Non so a chi scriverla questa lettera. Ma la scrivo, qualcuno la intercetterà.
Chi ama davvero i giovani? I giovani muoiono, e si fanno inchieste, interpellanze, leggi che poi nessuno osserverà. Ma quanti ne devono morire ancora?
Vorrei che i politici, quelli di destra, di sinistra, di centro si guardassero in faccia e si chiedessero: perché i giovani non sono al primo posto? Basta un pugno di giovani per farla finita con il malaffare. Vorrei una società libera, non bigotta, dove i giovani trovino casa e un po’ di senso della vita. Noi con un pugno di amici ci stiamo provando e penso che non ci arrenderemo.
Non so a chi scriverla questa lettera, ma la scrivo lo stesso perché credo a quello che dico.
So che non è un sogno, si può realizzare, basta un po’ di buona volontà».

domenica 9 agosto 2015

La trasfigurazione del Beato Angelico

Ogni tanto propongo la lettura di alcune opere d'arte.
La fonte a cui il più delle volte attingo è la rubrica di Avvenire  "Dentro la bellezza" a cura di suor Gloria Riva.
L'articolo del 6 agosto 2015 ci aiuta a leggere "La trasfigurazione" del Beato Angelico:
«Non è un uovo quello che incornicia il Cristo trasfigurato del Beato Angelico, ma una mandorla di luce. Chi non ha avuto occasione di notare opere in cui Dio Padre, o Cristo, o la Madonna stanno dentro una mandorla? O ancora: chi, sposandosi, non ha regalato confetti alla mandorla? La forma della mandorla, prodotta dall'intersezione di due curve dello stesso diametro, rappresenta l’unione tra cielo e terra, fra spirito e materia. Essa rimanda anche alla forma del pesce e di tutti gli orifizi umani: occhi, bocca ma anche alla vescica, non a caso il nome tecnico assegnatole nell'arte è vesica piscis.
In tal senso la mandorla è rimando alla vita e alla fecondità femminile; per questo, nei matrimoni, invalse l’uso di regalare dolci a base di mandorle ricoperte di zucchero bianco, simbolo della verginità della sposa destinata a diventare feconda grazie alle nozze.
Nel Convento di san Marco in Firenze, per accedere alla cella n° 6 si passa di fronte alla Madonna, detta delle ombre, dove la Vergine seduta in trono indica il Cristo Bambino benedicente con il mondo in mano. L’antico monaco che, lasciando la luce dell’abito del divino Infante, entrava nella cella n°6, contemplava un altro abito candido, quello del Cristo trasfigurato che, pur nel fulgore della luce da risorto, apriva le braccia in croce. Solo il beato Angelico ha saputo fondere così sapientemente l’evento della trasfigurazione con la crocifissione, insegnando ai monaci che le sofferenze, se sopportate con Cristo, portano a una vita nuova e a una gloria duratura, come gloriosa appare la mandorla che avvolge il Cristo trasfigurato.
La mandorla, come la noce, per il suo guscio di legno che cela una polpa candida e per il suo sapore, che nella dolcezza del frutto conserva un gusto amarognolo, evoca il legno della croce che ci ha dato il frutto buono della risurrezione. E noi siamo lì, idealmente rappresentati dai tre discepoli che nella postura raccontano il loro destino. Pietro, a destra, in ginocchio a mani levate, rappresenta quanti, pur scelti per un ministero, fanno esperienza della loro fragilità. Giacomo di spalle, mentre si fa scudo con la mano per proteggersi dal bagliore del Cristo, è vicinissimo ai piedi del Maestro: egli indica quanti in una vita breve e sofferta seguono da vicino le orme di Gesù. Giovanni disegna il profilo degli assetati di verità: è l’unico che guarda il Mistero e tende le mani verso di esso quasi volesse abbeverarsi alla sua luce. Se rompere la mandorla porta al frutto, andare oltre la croce porta l’uomo al compimento di un destino buono che proprio la sofferenza rivela».

sabato 1 agosto 2015

Perseguitati

Un'infografica che riassume i dati pubblicati su Avvenire del 31 luglio 2015 nell'articolo di Matteo Marcelli:

venerdì 31 luglio 2015

Le religioni nel mondo

Trovato nel Blog del Profesorado de Religion Catolica: si tratta di un'applicazione online che permette di conoscere i diversi credo religiosi che esistono nel nostro Pianeta.
Risorsa in spagnolo. Cliccare sull'immagine.

venerdì 17 luglio 2015

Un mondo senza insegnanti

Ci avete mai pensato? Come sarebbe un mondo senza insegnanti?

Il Mondo senza insegnanti
Questo video lo dedichiamo a tutti gli insegnanti
Posted by Your edu action on Mercoledì 15 luglio 2015

lunedì 13 luglio 2015

I puri di cuore

Ricordate le Beatitudini? Beati i puri di cuore, dice Gesù. Ma cosa vuol dire essere "puri di cuore"? Per rispondere mi faccio aiutare dall'articolo di suor Maria Cristina Cruciani, pubblicato su Avvenire dell'11 luglio.
Fin dalle origini ci furono uomini dal cuore puro che camminarono con Dio come Abele, Enoc, Noè... come Abramo, che Dio affinò nella fede perché fosse del tutto pura: gli chiese il figlio affinché Abramo non amasse Dio perché glielo aveva dato mantenendo le promesse, ma perché Dio è Dio. Soltanto per questo! E Abramo seguì il Signore: «Cammina davanti a me e sii integro» (Gen 17,1). Poi ci fu Giacobbe: «Ho visto Dio e sono rimasto vivo e chiamò quel luogo Penuel», volto di Dio (Gen 32,31).
Giacobbe non è più l’imbroglione ma Israele, riceve come una nuova identità, diremmo un cuore nuovo dall'incontro trasformante con Dio e ne porta i segni nel corpo: zoppicava quando oltrepassò Penuel. L’incontro con Dio, vedere Dio lascia il segno e nulla è più come prima. Quando Giacobbe-Israele ha il cuore guarito e ha visto Dio può incontrare suo fratello.
La struggente nostalgia del volto di Dio si traduce per Mosè in supplica ardita: «Mostrami la tua gloria» (cfr. Es33,18). Allora Dio rispose a Mosè che neppure lui avrebbe potuto vedere il volto di Dio senza morire, ma accadrà che l’uomo potrà vedere il volto di Dio nel volto umano del Signore Gesù: «Chi ha visto me ha visto il Padre mio» (Gv 14,9) tanto che ormai possiamo anche raffigurare Dio nel volto 'sindonico' del Signore Gesù, splendore della gloria del Padre e luogo ove abita la pienezza di Dio.
Più oltre, dopo Mosè, troviamo nelle Scritture che Dio nello scegliere per Israele un re, ne guarda il cuore: Saul, Davide e quindi i profeti come Geremia, Isaia e infine il Servo del Signore...
Sono poi in particolare i Salmi che si preoccupano del cuore, inteso appunto come la sede della volontà, delle decisioni, come la coscienza che va anche formata, plasmata, purificata, affinata. Subito il Salmo 1 proclama la beatitudine di chi si compiace della legge del Signore e non segue il consiglio degli empi, non indugia con i peccatori; offrire sacrifici di giustizia e cercare il volto del Signore ricolma il cuore di gioia, dice il Salmo 4; il Signore è difesa di chi ha il cuore buono... Ne potremmo citare molti!
L’Orante si preoccupa del cuore perché il Signore conosce cosa c’è nell'uomo, i suoi pensieri e i desideri del suo cuore. «Chi salirà il monte del Signore? - dice il Salmo 23 -, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro» e - potremmo dire - chi non solo non dice menzogna ma non vive nella menzogna. Vivere nella menzogna significa avere un cuore occupato dagli idoli che non sono Dio ma solo inganno.
Giungendo quindi al Nuovo Testamento, incontriamo Gesù, il Figlio amato che il Padre ha dato nella potenza dello Spirito perché tanto ha amato il mondo. Il cuore di Gesù, ossia la sua coscienza di Figlio, è la nostra forma, il termine di paragone, fino a: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù » (Fil 2).
Com'è Gesù? L’evangelista Matteo ci solleva un poco il velo del cuore di Gesù: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre vite » (Mt 11,28-30). Dal corpo risorto di Gesù è riversato nei nostri cuori lo Spirito Santo, cioè la forza risanatrice e purificatrice di Dio che crea in noi un cuore nuovo, un cuore di carne al posto del cuore di pietra; diciamo meglio: un cuore di figli! [...]
La vita cristiana è una storia di purificazione del cuore, di rigenerazione profonda, nell'intimo, come una rinascita e un divenire ciò che si è per grazia. Infatti, insegna Gesù, è l’intimo dell’uomo che è inquinato: «Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca... Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo» (Mt 15,19). Nessuno avrebbe potuto sanare da sé il suo cuore se lo Spirito di Gesù risorto non fosse stato dato. Ecco che bisogna accettare di essere salvati. Occorre divenire piccoli, come i bambini, o meglio come «il piccolo» del Padre che è Gesù.
[...] Chi è dunque colui che è capace di vedere Dio e non morire? La Bibbia risponderebbe così: colui che non va dietro agli idoli, di qualunque genere essi siano, conosce la gioia di essere salvato e riconosce di essere bisognoso, incapace di salvarsi da solo e peccatore, e sa che quando Dio lo accusa, in qualche modo, ha ragione e lo vuole salvo, vivo! È insomma un uomo nella verità, che non si mette al posto di Dio, a lui si affida e si fida di lui, è felice di Dio! È contento di essere creatura. Con uno così Dio può fare meraviglie ed egli può divenire tutto luce come Dio è luce, semplice come Dio, essere buono come è buono Dio, fatto di cuore buono, trasparente, limpido, tutto pieno di Spirito Santo [...].
Quando vedete un uomo o una donna, belli di una luce interiore, luminosi, pieni di gioia, semplici, non preoccupati di ciò che di loro si può dire o pensare, gente che non ha più nulla da perdere perché hanno dato e consegnato tutto di sé, queste persone vedono Dio. Vivono alla luce del suo volto come in un liquido amniotico «perché in lui siamo, ci muoviamo ed esistiamo », ripeté Paolo agli ateniesi. Esse vivono alla sua presenza, sanno che egli c’è e ne contemplano i segni nei fratelli e sorelle, negli eventi, negli incontri, nella creazione. Essi hanno acquisito la sapienza, come invita a fare il profeta Baruc la notte di Pasqua: imparate la sapienza, fate come le stelle: il creatore le chiama ed esse dicono: eccoci! E brillano di gioia alla sua presenza.
Un uomo vero, trasparente, puro, semplice, somigliantissimo a Dio, è beato, è nella gioia, già qui sulla terra. Viene alla mente l’umile Serafino di Sarovche insegna al suo discepolo Motovilov un messaggio per tutti: «Lo scopo della vita cristiana è acquisire lo Spirito Santo», cioè avere la vita divina in noi, essere divinizzati: tu sei nello Spirito Santo, e dunque sei tutto luce e calore. Questa è l’esperienza del puro di cuore.

sabato 11 luglio 2015

Desiderare il calice della salvezza


Osserviamo questa immagine. Si tratta di una tela della Scuola di Guido Reni che ritrae la Sacra Famiglia a tavola.
La scena è tenerissima e del tutto domestica: Gesù siede fra Giuseppe e Maria a una tavola rotonda, rimando alla dimensione eterna di quella mensa. Gesù e la Madonna vestono il medesimo colore rosso perché, come scrisse Tertulliano, Caro Christi, caro Mariae. Essi condividono la medesima carne e, sia pure in forma molto diversa, il medesimo sacrificio. 
La Madonna non è protagonista dello svolgimento di quella scena, anzi osserva compiaciuta ciò che accade. È Giuseppe a prendere l’iniziativa. 
Dalla bottiglia collocata in primo piano, il padre putativo ha attinto il vino versandolo nella coppa che porge al Figlio. Il divino Infante, avvolto in un largo tovagliolo per non sporcarsi, segno evidente della sua umanità, ha un attimo d’incertezza. Lo sguardo, bellissimo, esprime da un lato la naturale diffidenza dei bambini verso il vino, dall'altra lascia indovinare il rimando simbolico di quella bevanda. Un giorno Cristo, nell'orto, pregherà che passi da lui quel calice; la stessa domanda balena anche ora, nell'inconscio di quel Dio Bambino. 
Il calice in tutta la Sacra Scrittura è legato al destino, spesso inteso come destino avverso. Il vino invece è associato soprattutto alla gioia e alla festa.
Sorte e felicità trovano un prezioso sodalizio nel sangue di Cristo, il quale, mentre è versato sulla croce (compiendo un destino avverso), diventa per tutti calice di salvezza e dunque pegno di un destino felice.
In tempi calamitosi come i nostri, il simbolo del Graal (il leggendario Graal, che raccolse non solo il vino dell’Alleanza Nuova, ma anche il Sangue del Redentore versato sulla croce) fa pensare alla leggenda del Re pescatore. A un re malato e depresso, con il regno semi distrutto per la povertà, si presenta Parsifal che, a differenza di altri che erano transitati dando dotti consigli, senza alcun preambolo chiese: dov'è il Graal? La domanda fu per il re il risorgere di un desiderio. Si alzò dal suo giaciglio e con la sua ripresa anche il regno si risollevò.
Forse anche noi abbiamo bisogno di qualcuno che, come Giuseppe a Gesù, come Parsifal al re, ci rimandi all'urgenza di riappropriarci del nostro destino; al dovere di accettare le sfide della vita e riaccendere così quel desiderio che può condurre noi e altri al conseguimento di un calice di salvezza.
Adattato da Gloria Riva in Avvenire del 9 luglio 2015

lunedì 22 giugno 2015

La via della conoscenza per dialogare con l'islam

L’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei propone una serie di schede pastorali per approfondire la conoscenza dell’islam da parte dei cristiani.
«Pur non avendo la pretesa di essere un progetto esaustivo – nota il direttore dell’Ufficio Cei, don Cristiano Bettega – coltiva la speranza di suscitare interesse e di contribuire a creare una mentalità di dialogo». La comprensione consente di vincere i pregiudizi.
«È innegabile – spiega il vescovo Mansueto Bianchi, già presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, che firma l’introduzione all'itinerario – che, almeno a livello emotivo e talvolta superficiale, nell'opinione pubblica i musulmani siano percepiti come la nuova realtà religiosamente connotata più problematica e spesso minacciosa. La dominante della mera paura istintiva e reattiva comporta il grande rischio per tutti dell’irrigidimento e della chiusura in cerchie autoreferenziali, falsamente rassicuranti e che scoraggiano o inquinano la relazione fra persone e comunità, unica autentica e praticabile via verso almeno la conoscenza e il rispetto reciproci».
Le prime schede pubblicate sono reperibili al seguente link.



mercoledì 17 giugno 2015

Io credo in Dio perché il giorno sorge ogni mattina

Se l’universo è frutto del caso, se non siamo altro che un assemblaggio alla bell'e meglio di particelle deperibili, non abbiamo la minima possibilità di sperare in qualsiasi cosa dopo l’ineluttabile morte. Se Dio, al contrario, e quel che chiamiamo – a torto – il suo spirito e la sua volontà sono all'origine dell’universo, tutto è possibile. Anche l’inverosimile.
Da un lato la certezza dell’assurdo. Dall'altro la possibilità del mistero.
Molti, nel corso della storia, e soprattutto ai nostri tempi, hanno scelto l’assurdo. Con le sue conseguenze. C’è della grandezza in questa scelta. Disperata. Orgogliosa. Coraggiosa.
Forse per carattere, forse perché ho amato la felicità, perché detesto la disperazione, io ho scelto il mistero. Lo confesso con una punta d’ingenuità: mi sembra impossibile che l’ordine dell’universo sprofondato nel tempo, con le sue leggi e il suo rigore, sia frutto del caso.
Improvvisamente, il male e il dolore acquistano un senso – a noi sconosciuto, ovviamente, ma nonostante tutto un senso. Improvvisamente, mi affido a qualcosa di enigmatico che è molto più in alto di me e di cui io sono la creatura e il giocattolo.
Non sono lontano dal pensare che sia solo insensato dire: «Dio non c’è».
Io credo in Dio perché il giorno sorge ogni mattina, perché c’è una storia e perché ho un’idea di Dio che non so da dove potrebbe arrivare se non ci fosse Dio.
Jean d'Ormesson, da «Il mio canto di speranza»

venerdì 29 maggio 2015

Un'alternativa al male che c'è: far crescere persone buone

Frammento di vita scolastica. Ragazzi di terza media. Tragitto dalla classe verso l'aula di informatica. Hooligans? Selvaggi?
Forse esagero, ma sono tante le volte in cui ho invitato i miei alunni a essere meno rumorosi, più rispettosi del luogo in cui si trovano e del lavoro dei loro compagni e degli insegnanti.
Perché Hellerup (vi ricordate la scuola senza aule?) deve essere un sogno impossibile da realizzare? A volte mi domando che cosa sbagliamo (scuola e famiglia) nell'approccio educativo. Perché questi ragazzi, per il fatto di essere in gruppo, si sentono in potere e in diritto di fare quello che vogliono? Forse esagero. Sarà l'età che avanza.
Eppure non dobbiamo stancarci di proporre un modo di vivere "alto" e "altro". Intendo dire che dobbiamo insegnare ai nostri figli/alunni che bisogna crescere come persone, non come individui. Perché «una persona cresce, matura, è aperta al cambiamento. L’individuo, al contrario, rimane fermo nelle sue pretese, vuole sempre tutto per sé e per sé soltanto» (Susanna Tamaro).
E' necessario, insomma, chiedere ai nostri ragazzi di desiderare non di essere i migliori, i più bravi, i più popolari, ma di essere persone buone,
Il mondo ha veramente bisogno di persone buone, che sappiano proporre un'alternativa a tutto il male che c'è.
Mi è piaciuta la testimonianza di Ernesto Olivero che, nella sua rubrica "E' possibile" pubblicata dal quotidiano Avvenire, il 27 maggio ricordava Giorgio La Pira. Vi riporto l'articolo:
«Il suo esempio  mi aveva colpito da subito. Nell'incertezza anche politica degli anni 70, l’ex sindaco di Firenze Giorgio La Pira mi dava l’idea di essere un uomo buono, un uomo di Dio. Volli conoscerlo e così avvenne. Senza che me ne accorgessi, quell'incontro diventò uno dei più importanti della mia vita. Fu proprio Giorgio La Pira, infatti, a farmi innamorare di Isaia e della sua profezia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci. Ci sarà un tempo in cui le armi saranno trasformate in strumenti di lavoro». Giorgio La Pira mi aprì gli occhi anche su un altro sogno, che ebrei, cristiani e musulmani, figli di Abramo, potessero finalmente dialogare come fratelli. «L’autentica famiglia umana – diceva, citando Seneca – è simile ad una volta fatta di pietre che vicendevolmente si sostengono le une con le altre». Quanto sono vere queste parole, nel bene e nel male! Saggezza è capire che abbiamo solo il presente da vivere e che ci giochiamo la nostra vita, la nostra eternità, il nostro destino ora, adesso. Al di là del dolore, della follia, della violenza, più che mai è questa l’epoca in cui devono emergere i buoni ebrei, i buoni cristiani, i buoni musulmani, i buoni di qualunque cultura, tradizione religiosa o laica. Il sogno di La Pira non è utopia. Io ci credo!».
Voglio credere anch'io nelle persone buone. Voglio credere che sia possibile aiutare i nostri ragazzi a giocarsi la loro vita adesso. Non dietro all'egoismo del "tutto e subito", o al "tirare a campare", ma con la consapevolezza di essere"pietre" di un arco che sostiene e si sostiene.
Credo che dobbiamo e possiamo educare i nostri giovani a desideri di bellezza e di bontà. Solo così potranno veramente impegnarsi a costruire un mondo migliore. E questi ragazzi lo faranno non perché gli è stato imposto o comandato, ma perché li avremo aiutati a crescere come  persone buone.
Questo vale più di qualunque altra cosa!

lunedì 25 maggio 2015

Convertirsi all'amore

da Se Dio esiste veramente .... di Ernesto Olivero in Avvenire del 23 maggio 2015

Giacomo è un ragazzo di diciassette anni. Vita normale e tante domande. Una volta mi ha sentito parlare di Dio, si è avvicinato e con timidezza, come se non volesse disturbare, ha cercato una conferma. «Ernesto, ma allora Dio esiste veramente?».
Sì, Giacomo, esiste. Il cuore me lo conferma con una logica.
Dio esiste perché vedo che quando provo rancore contro una persona e prego, riesco a trasformare quel sentimento in pazienza. Il giudizio scompare, mi acquieto, ritrovo la pace.
Dio esiste perché quando ho dei soldi, che potrei usare per me, donandoli mi sento più felice.
Ecco, in quella felicità, Dio esiste.
E se Dio esiste, allora mi dono. Se Dio esiste veramente, ho pazienza.
Se Dio esiste veramente, allora ricomincio da capo.
Se Dio esiste veramente, il male non mi ferma.
Dio esiste e non ha bisogno né di me né di nessuno per dimostrare se stesso, ma ha bisogno di me, di noi per dimostrare il suo amore.
Se accettiamo questo metodo, la nostra fede sarà contagiosa, sarà un segno di speranza per chi ci incontra, un esempio che non avrà bisogno di parole. Non siamo chiamati a fare altro che sentirci amati senza riserve da Dio e poi, senza retorica, vivere il nostro cristianesimo da convertiti all'amore.

mercoledì 13 maggio 2015

Dove si impara il dialogo? In famiglia. Parola di papa Francesco

La famiglia è la prima scuola di comunicazione. E, quanto più la qualità delle comunicazioni tra la coppia, e poi tra genitori e figli, è segnata dalla trasmissione di ciò che conta davvero, tanto più sarà facile adottare una comunicazione efficace anche fuori dalla porta di casa, sul piano sociale.
Ecco il senso del messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si celebra domenica.
Il primo valore è quello dell’accoglienza e si radica addirittura ben prima della nascita, in quel dialogo silenzioso ma eloquente tra la mamma e il nascituro. «Il grembo che ci ospita – scrive il Papa – è la prima scuola di comunicazione, fatta di ascolto e di contatto corporeo». Una 'scuola' naturale, dove la comunicazione è modulata sulla verità e sulla tenerezza.
Il secondo valore, scorrendo il testo di Bergoglio, è quello della differenza. In famiglia impariamo a convivere con diversità di generi e di generazioni, nella reciprocità e nella complementarietà. Le parole della mamma sono diverse, per toni e contenuti, da quelle del papà. Ma il bambino, ancora prima di coglierne il senso, impara a distinguere le sfumature, le modalità di approccio, la varietà. Poi, arriva il momento di capire anche con l’intelletto oltre che con il cuore, e qui lo strumento indispensabile – e siamo al terzo valore – è la lingua materna, quella dei nostri antenati. È proprio grazie alla parola che possiamo scoprire la ricchezza che abbiamo ricevuto e cominciare a trasmettere ciò che abbiamo dentro. Questa capacità di socializzare – ecco il quarto valore – innesca «un circolo virtuoso, il cuore della capacità della famiglia di comunicare e comunicarsi». Ricordare chi ci ha preceduto permette di scoprire un altro valore della comunicazione, e siamo al quinto momento, cioè la necessità di educare alla preghiera, cioè quella dimensione religiosa della comunicazione che, nella luce della fede, diventa dono e offerta. Dalla preghiera nasce un altro momento essenziale, la capacità di abbracciarsi, sostenersi, accompagnarsi che potremmo definire educazione alla solidarietà (il sesto valore), che è «scoperta e costruzione di prossimità». Proprio dall'abitudine di ridurre le distanze, di venirsi vicendevolmente incontro, nasce la capacità di comunicare gratitudine( settimo valore) e fraternità (ottavo valore). E chi sa mostrarsi grato per la propria condizione e vede nell'altro un fratello, saprà anche aprire le porte di casa e andare verso l’altro con generosità ( siamo al punto nove). La scoperta di ciò che ci circonda, contribuisce anche a scoprire i limiti propri e altrui.
«Non esiste la famiglia perfetta, ma non bisogna aver paura dell’imperfezione – sottolinea ancora Francesco – e neppure dei conflitti». Ecco perché altri spunti educativi irrinunciabili della comunicazione in famiglia sono quelli del perdono e dell’ascolto degli altri – e siamo al decimo e undicesimo valore – . E infine, in un «mondo dove così spesso si maledice, si parla male, si semina zizzania», e in cui l’incomprensione sfocia sempre più spesso nella disgregazione familiare, i genitori devono ricordarsi di spiegare che la comunicazione dev'essere anche benedizione, l’unica strategia «per spezzare la spirale del male, per testimoniare che il bene è sempre possibile».

Tratto da "E Francesco offre un «dodecalogo» di Luciano Moia in Avvenire del 12 maggio 2015

In questa infografica riassumo i punti salienti del documento.


sabato 9 maggio 2015

venerdì 8 maggio 2015

In Italia resiste il razzismo

Il razzismo è ancora vivo e vitale, anche nel nostro Paese. Non c’è da andare fieri dei dati raccolti da Istat, l’istituto di ricerca, per conto del Dipartimento per le pari opportunità: raccontano che per gli stranieri è ancora difficile trovare un lavoro o una casa, ma anche sentirsi bene accetti nei locali pubblici e persino su autobus e tram. La ricerca è stata condotta sulla base delle denunce presentate all'Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali da cittadini stranieri che risiedono in Italia da almeno 15 anni: uno su dieci ha subito discriminazioni nella ricerca di un impiego, chi il lavoro ce l’ha ritiene – è il 16,9% – di aver avuto un trattamento peggiore rispetto ai colleghi italiani, il 12,6% è stato discriminato a scuola, il 10,5% ha faticato a trovare un alloggio a causa delle proprie origini.

Da Popotus del 05 maggio 2015

mercoledì 6 maggio 2015

Cittadine della stessa terra

La nascita di un bimbo è un evento che ancora ci emoziona. Pensate se a nascere è una principessa d'Inghilterra! Ma cosa dire di un bimbo che nasce in mezzo al mare, su una nave? E' un evento altrettanto miracoloso. Eppure la storia distingue, dà valore diverso, soprattutto scrive un destino diverso.
Vi lascio il commento di Marina Corradi in Avvenire del 5 maggio 2015:
Francesca Marina è nata su una nave della Marina Militare italiana, da una madre nigeriana raccolta insieme ad altre centinaia di migranti nel Canale di Sicilia, da un barcone alla deriva. Venute al mondo nelle stesse ore, passate per porte opposte: per una un messo reale ha gridato 'Lunga vita alla Principessa! Dio salvi la Regina!', per l’altra nessun corredo di pizzi, ma le mani gentili di qualcuno dell’equipaggio della nave 'Bettica', che ha acconciato attorno alla neonata un lenzuolo nella foggia di un grande fiocco.
Quelle due bambine ci passano davanti agli occhi sullo schermo, come suggerendo qualcosa. Nate contemporaneamente, e simili come lo sono fra loro i neonati, ma poste dentro a così diversi destini. Una crescerà fra referenziatissime tate, giocherà in giardini regali, frequenterà le scuole più esclusive. L’altra, chissà: così precario sembra il futuro di una bambina venuta al mondo su una nave andata in soccorso a dei naufraghi. E figlia, poi, di un padre o di una sopraffazione, come accade a molte donne, nel tremendo esodo verso la Libia e il Mediterraneo? Il destino della principessa e della migrante paiono così radicalmente diversi fra loro. Una è passata per un maestoso portone, l’altra è già una superstite: al deserto, ai ghetti libici, ai trafficanti, al mare che l’ha lasciata passare, nel ventre di sua madre, senza farle del male. Quasi inchinandosi di fronte alla voglia di vivere di una bambina africana.
Charlotte di Windsor e Francesca Marina sui siti web sono così vicine che non puoi non riconoscere come si somigliano: nel viso paffuto addormentato, nel sonno profondo, come entrambe stanche da un lunghissimo viaggio. Ma certo, una è una principessa e l’altra una migrante, di quelli che molti vorrebbero rimandare al di là del mare - qualunque guerra o persecuzione o miseria ci siano, dall'altra parte. Eppure, come paiono, nelle loro prime ore, sorelle. Quasi che, una accanto all'altra, queste due volessero suggerire qualcosa a un’Europa chiusa nella sua impossibile 'fortezza'.
Quasi che due bambine volessero ricordarci che veniamo al mondo figli dello stesso Dio, e con la stessa domanda. Figli di principi o di poveri cristi, come nasciamo uguali: nudi, affamati, bisognosi di tutto. Veniamo al mondo fratelli e sorelle, cittadini e cittadine della stessa Terra, sembrano dirci due bimbe venute al mondo per porte diametralmente opposte.


lunedì 4 maggio 2015

I lavori sulla pace

Mentre ci stiamo avvicinando alla fine della scuola, pubblico alcuni dei lavori realizzati dagli alunni. E' la volta della pace. I ragazzi di prima hanno riflettuto, analizzato documenti e sintetizzato quanto appreso. Ecco i loro lavori.




sabato 2 maggio 2015

Le nostre classi

Vi ricordate quando all'inizio dell'anno vi chiesi di rappresentare la vostra classe con un logo? E' passato un anno e vi propongo alcuni dei disegni che avevate realizzato. Che ne dite? Vi riconoscete in quello che avevate disegnato?
Oltre al video dei vostri lavori, vi lascio una frase di Nelson Mandela: io, la "mia" classe, la vedo così:
«Una buona testa e un buon cuore sono una combinazione formidabile. Ma quando ci aggiungi una lingua o una penna colta, allora hai davvero qualcosa di speciale».

venerdì 1 maggio 2015

Il tablet a scuola

Tablet si o tablet no?
Non sono contraria all'utilizzo delle nuove tecnologie nella scuola. Sono anche convinta però che da sole, senza un cambiamento di mentalità, non portano a chissà quali progressi.
Sono quindi per un uso moderato e consapevole, anche per gli stessi alunni, che devono vedere nei nuovi strumenti un aiuto al loro apprendimento.
Con i ragazzi si fa un patto: l'utilizzo del telefono o del tablet serve per raggiungere l'obiettivo inizialmente proposto dall'insegnante e successivamente concordato.
Ovviamente sono coinvolti anche i genitori, ai quali spetterà il compito di prendere i provvedimenti che riterranno opportuni, se dovessi informarli del cattivo utilizzo del device da parte del proprio figlio.
Vi lascio un breve video che racconta la recente esperienza con il tablet o il telefono a scuola per svolgere il nostro "lavoro".


workingingroup from profrel on Vimeo.