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lunedì 21 maggio 2018

domenica 20 maggio 2018

giovedì 3 maggio 2018

Guida essenziale all'uso di Aurasma

Una guida per utilizzare Aurasma, l'app per realizzare immagini in realtà aumentata. Cliccare sull'immagine.

lunedì 30 aprile 2018

Gaudete et exultate: l'invito di papa Francesco alla santità

Siamo chiamati alla santità. E' questo il messaggio che papa Francesco ha voluto rivolgerci in questa terza esortazione apostolica dal titolo Gaudete et exultate (gioite ed esultate). Un invito alla gioia
di una vita santa, perché i santi non sono solo quelli già beatificati e canonizzati, ma il “popolo” di Dio, cioè ognuno di noi, chiamato a vivere la santità come un itinerario fatto di “piccoli gesti” quotidiani.
Vi lascio un video che ci aiuta a cogliere il senso della santità a cui siamo chiamati.

 

giovedì 26 aprile 2018

Dare la propria vita per gli altri

Non c’è amore più grande di questo – dice Gesù – che dare la vita per i propri amici.
Ma cosa vuol dire?
Nel film "Sette anime" il protagonista decide di togliersi la vita per offrire una possibilità di vita alla donna che ama. E' questo il senso dell'amore, così come lo intende Gesù? No, assolutamente no!
Il concetto stesso di martirio cristiano è lontano dall'idea del sacrificio in se stesso. I cristiani dei primi secoli presero le distanze da alcuni che pensavano di procurarsi volontariamente la morte, provocando di proposito i pagani.
Umani fino in fondo, i martiri non amano la morte violenta. Man mano che il loro momento si avvicina sono sempre più consapevoli della barbarie a cui vanno incontro: questo li sgomenta ma, al tempo stesso, non li fa recedere. Sono come Gesù nell'orto degli Ulivi: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Come Gesù, quando si accorgono che la propria morte è inevitabile, perché Dio così ha predisposto e tanti segnali dicono che la loro missione sulla terra non potrà non concludersi che in modo violento, non tornano sui loro passi, preparandosi a morire.
Certo, i martiri non si avviano danzando incontro al martirio. Di quelli a noi più vicini abbiamo testimonianze che ci danno un’idea dei giorni che precedono il martirio: le persone che sono state accanto a loro li raccontano come pensosi, inquieti, riflessivi ma anche bruschi. 
L’arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, ferito a morte mentre celebrava la Messa nel 1980, per aver preso le difese dei diseredati del suo popolo, diceva: «È normale che ci tremino le ginocchia, ma almeno che ci tremino nel posto in cui dobbiamo stare»
Ha scritto Bruno Maggioni: «Il martire non sceglie la morte, ma un modo di vivere, quello di Gesù». Ecco ciò che contraddistingue il martire cristiano, la sua radicale specificità.
La vita che va odiata è quella dove a vincere  sono i più furbi, i più ricchi, i meno onesti. La vita che Gesù ci chiede di perdere è quella incatenata dai tanti fardelli che la condizionano: la paura di rinunciare al proprio tornaconto, ad una libertà vuota di valori, all'egoismo. Quando siamo liberi dai calcoli e ci apriamo all'altro con generosità siamo più felici. È questa la vita verso la quale tendere: una vita che ha come unico obiettivo amare Dio e il prossimo e di lasciaci amare da Lui e dalle persone che ci sono attorno. In questo modo la vita non la si perde. Anzi, diventa amore, accoglienza, condivisione, voglia di annunciare e testimoniare che si può abitare questo mondo nella gioia.
Christian de Chergé, uno dei monaci uccisi a Thibirine, nel 1986, dal terrorismo algerino, ci ha lasciato una chiara testimonianza di quello che può significare perdere la propria vita per amore di Cristo e del prossimo. In quello che è considerato il suo testamento spirituale, scritto quando ancora non sapeva in che modo e quando gli sarebbe toccato di dover donare la sua vita per Cristo, annotava: «La mia vita non ha valore più di un’altra. Non ne ha neanche di meno. – In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei poter avere quell'attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. Non potrei augurarmi una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io amo venisse indistintamente accusato del mio assassinio. […] La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto […] E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inch’Allah».
In queste parole non c'è rabbia e rinuncia nei confronti della vita. Tutt'altro! E' un messaggio dove la vita viene esaltata.
Una vita con l’unico obiettivo di amare Dio e il prossimo e di lasciarsi amare da Lui e dalle persone che ci vivono attorno è una vita che realizza le Beatitudini. Allora, pur nella sofferenza, si sperimenterà la gioia, la bellezza e la ricchezza di essere a servizio dell’uomo nel seguire Gesù.
Diceva san Paolo che senza la Carità (Amore) qualunque cosa io dovessi fare, anche il sacrificare la mia stessa vita, non avrebbe alcun valore, non servirebbe a nulla.

lunedì 23 aprile 2018

Quando lo sport vince il razzismo

Su Avvenire del 18 aprile ho letto la storia molto bella, che non conoscevo, di un giocatore di baseball. Vi riporto l'articolo di Mauro Berruto, che ce la racconta.

«Non sono interessato alla vostra simpatia o antipatia, tutto quello che chiedo è che mi rispettiate come essere umano».
Queste parole sono di Jackie Robinson, uno dei tanti giocatori di baseball passati per la Major League, ma uno dei pochissimi a lasciare un segno indelebile del suo passaggio.
Robinson è il detentore di un record imbattibile: fu il primo giocatore afroamericano ad arrivare nella Lega professionistica Usa. Jackie era stato introdotto allo sport dal suo fratello maggiore, Mack. Uno che, per capirci, aveva vinto la medaglia d’argento ai Giochi Olimpici di Berlino nei 200 metri, dietro a un certo Jesse Owens. Jackie aveva un talento sportivo davvero eclettico e, dopo aver vagabondato fra le discipline principali della cultura nordamericana (basket, football americano, atletica leggera addirittura tennis), scelse il baseball. Non era neppure lo sport che gli veniva meglio, il suo sogno era giocare a football americano, ma i tempi erano duri e per Jackie l’unica strada che si aprì fu quella di un club di Kansas City che partecipava a quella che si chiamava, senza possibilità di interpretazione, la Negro League, lega riservata ai giocatori afroamericani. Tuttavia il talento, quando è cristallino, attrae interesse, l’interesse (quando si parla di sport professionistico) diventa presto interesse economico e così, pur in mezzo a mille tensioni e minacce, a Jackie venne proposto un contratto per la Major League. Il suo nuovo club, tuttavia, stava superando una specie di confine che fino a quel giorno era stato invalicabile e volle, in qualche modo, tutelarsi. Nel contratto di Jackie c’erano infatti alcune clausole che avevano un comune denominatore: non avrebbe dovuto lamentarsi o reagire mai di fronte a nessuna provocazione dei suoi avversari, dei suoi compagni o dei tifosi specificando con una certa dose di cinica chiarezza che quella richiesta sarebbe stata valida anche se qualcuno gli avesse «sputato in faccia».
Jackie mise la sua firma sotto quelle parole, in cambio di 600 dollari al mese, ma probabilmente consapevole che quanto stava facendo avrebbe, per sempre, cambiato il suo sport. Fu in quel clima che il 15 aprile 1947, davanti a 23.000 spettatori, esordì all’Ebbets Field di Brooklyn, indossando la maglia n. 42 dei Dodgers.
Insulti, minacce, sputi non mancarono quel giorno, né mai, in ogni stadio e in centinaia di occasioni. Alcuni suoi compagni firmavano petizioni per allontanarlo dalla squadra, svariati avversari si rifiutavano di scendere in campo quando c’era lui. Tuttavia a Jackie bastarono un paio di anni per diventare il trascinatore dei Dodgers verso il titolo e, per forza o per amore, ottenere rispetto a suon di fuoricampo. Nel 1950 diventò addirittura attore, per raccontare in un film la storia della sua vita. La sua parabola non si fermò: continuò a rompere barriere da atleta, da manager (fu il primo uomo di colore a raggiungere la vicepresidenza di una grande azienda americana nel settore della ristorazione), da imprenditore (fondò una compagnia di costruzione per la realizzazione di case per famiglie a basso reddito). Repubblicano convinto si spese nel mondo della politica e, nel 1962, fu il primo atleta di colore a entrare nella Hall of Fame del baseball americano. Consumato dal diabete morì giovane, appena cinquantatreenne, nel 1972. Il 15 aprile 1997, in occasione del 50esimo da quell’esordio che aveva cambiato per sempre la storia del baseball e degli Stati Uniti, la Major League chiese a tutti i suoi club di ritirare la maglia numero 42.
Proprio per questo motivo, ogni 15 aprile, il baseball americano festeggia il Jackie Robinson Day in un modo delicato, semplice, simbolico: i giocatori di tutte le squadre della Major League, così come allenatori e arbitri, scendono in campo con il numero 42.
È l’unico giorno in cui è possibile farlo, per commemorare un atleta e un uomo che riceveva minacce di morte ogni volta che varcava l’ingresso di uno stadio e che oggi, proprio all'ingresso dello stadio dove esordì quel famoso 15 aprile, ha, tutto per sé, un monumento alla cui base c’è scritto:

sabato 21 aprile 2018

Sandra, la fidanzata santa

Una ragazza di 23 anni che si spendeva per gli altri con gli amici della Comunità Papa Giovanni XXIII. E che proprio don Oreste Benzi - dopo il tragico incidente stradale che la portò via nel 1984 propose per la causa di beatificazione dicendo: abbiamo sposi santi, genitori santi; non sarebbe bello avere un giorno anche una fidanzata santa? È il profilo di Sandra Sabattini, laica romagnola per la quale papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sulle virtù eroiche. Era nata a Riccione nel 1961 Sandra e aveva conosciuto molto giovane don Oreste e la Comunità Giovanni XXIII. Già a quattordici anni - di ritorno da un campo con un gruppo di disabili annotava sul suo diario: «Ci siamo spezzati le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai». Così è stato: per anni le sue giornate sono state scandite tra la scuola, il servizio a chi aveva bisogno e la vita spirituale, nello stile della papa Giovanni XXIII. All'università aveva scelto medicina, sognando di partire per l’Africa; intanto era arrivato il fidanzamento con Guido. Tutte esperienze vissute lasciandosi guidare dalla radicalità del Vangelo: «Oggi c’è un’inflazione di buoni cristiani, mentre il mondo ha bisogno di santi», annotava sempre sul suo diario. Il 29 aprile 1984 a Igea Marina fu travolta da un’auto; morì tre giorni dopo a Bologna. (tratto da Avvenire dell'8 marzo 2018)
Le virtù eroiche di Sandra Sabattini sono state ufficialmente riconosciute da Papa Francesco lo scorso 6 marzo.
 

mercoledì 11 aprile 2018

Cristo, speranza che non delude

«Noi cristiani crediamo e sappiamo che la Risurrezione di Cristo è la vera speranza del mondo, quella che non delude. È la forza del chicco di grano, quella dell’amore che si abbassa e si dona fino alla fine, e che davvero rinnova il mondo. Questa forza porta frutto anche oggi nei solchi della nostra storia, segnata da tante ingiustizie e violenze. Porta frutti di speranza e di dignità dove ci sono miseria ed esclusione, dove c’è fame e manca il lavoro, in mezzo ai profughi e ai rifugiati – tante volte respinti dall'attuale cultura dello scarto –, alle vittime del narcotraffico, della tratta di persone e delle schiavitù dei nostri tempi».
(papa Francesco Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua 2018)

martedì 10 aprile 2018

La via delle Beatitudini

Il giovane Hugo Cabret dice - ricordate? - che tutto deve avere uno scopo e che se questo scopo non lo troviamo è come essere rotti.
Trovare lo scopo della vita non è certo cosa facile e, chi più chi meno (lo abbiamo visto a scuola), a volte ci viene da interrogarci e da guardarci intorno per cercare le risposte di cui abbiamo bisogno.
Le parabole lette a scuola ci hanno fatto capire che bisogna essere un po' come dei bravi ingegneri che cercano il terreno più adatto per costruire la casa, oppure che non dobbiamo illuderci che sia il possesso delle cose a garantirci un avvenire sicuro.
La proposta che Gesù fa nelle Beatitudini è ancora più sconvolgente e rivoluzionaria, perché ribalta il nostro modo di pensare proponendo un progetto di vita che sembra lontanissimo e difficile da realizzare.
Gandhi diceva che queste delle Beatitudini sono «le parole più alte del pensiero umano».
A leggerle bene esse disegnano un altro modo di essere, di vivere da uomini.
Certo che indicano la strada per essere dei veri cristiani, ma non si può essere cristiani se non si è veramente umani! Ecco perché le Beatitudini possono e devono interessarci.
Le Beatitudini tracciano la strada per vivere in pienezza la nostra umanità e questo - udite, udite - si chiama santità.
Eh sì, la natura umana si perfeziona, come diceva san Tommaso, con la grazia di Dio.
Diventare santi significa quindi avvicinarsi sempre più alla perfezione per la quale la natura umana è fatta. Se non siamo santi, non siamo pienamente uomini né pienamente cristiani, perché i santi non sono solo quelli canonizzati né supereroi o figure da immaginetta fuori dalle faccende ordinarie. San Paolo chiamava i cristiani delle diverse comunità "santi"; santi sono quindi tutti i battezzati, coloro che hanno ricevuto e accolto lo spirito di Dio e che si sentono perciò attratti verso il bene al servizio degli uomini.
Quindi, lo scopo verso cui tendere è la santità? Direi proprio di sì, perché la santità è un dono che Dio offre a tutti. Perché tutti siamo chiamati alla realizzazione piena della nostra vita.
Questo delle Beatitudini, ha detto papa Francesco, «è il programma di vita che ci propone Gesù... ci dà anche altre indicazioni, un protocollo sul quale noi saremo giudicati: "Sono stato affamato e mi hai dato da mangiare, ero assetato e mi hai dato da bere, ero ammalato e mi hai visitato, ero in carcere e sei venuto a trovarmi"». Così «si può vivere la vita cristiana a livello di santità. Poche parole, semplici parole, ma pratiche a tutti, perché il cristianesimo è una religione pratica: non è per pensarla, è per praticarla, per farla».
Se si accolgono le Beatitudini, la loro logica cambia il cuore, lo guariscono perché sia possibile così prendersi cura del prossimo e del mondo, risucchiato dalla melma dell’individualismo e della barbarie. La storia, la storia di ognuno (lo scopo?) si gioca su questa disponibilità all'apertura verso Dio e i fratelli.
 «Nella storia della Chiesa, i veri rinnovatori – ha osservato il Papa – sono i santi. Sono loro i veri riformatori, quelli che cambiano, quelli che trasformano, che sviluppano e risuscitano il cammino». La santità è perciò una necessità primaria, è necessaria come l’aria, il respiro.
Da chiedere per noi stessi oggi.
È questa la riforma, la vera rivoluzione.
P.S. per questo post ho tratto ispirazione dall'articolo (in parte ripreso) di Stefania Falasca, in Avvenire del 9 aprile 2018

sabato 7 aprile 2018

Le lingue dei nomadi

Vi siete mai chiesti che lingua parlano i nomadi?
Ho trovato un'interessante articolo su Popotus dell'8 marzo 2018 che ci aiuta a capire quanto sia complesso e affascinante il mondo di coloro che chiamiamo, in tono sbrigativo e spesso sprezzante, zingari.
«Difficile dare una risposta, perché si tratta di popolazioni che da secoli non risiedono in un luogo fisso, ma sono sparse in varie parti d’Europa e d’Italia e perfino negli Stati Uniti.
Intanto cerchiamo di conoscere e interpretare in modo corretto i nomi degli appartenenti ai vari gruppi di nomadi (chiamati genericamente zingari, parola di origine greca): si distinguono in rom (che nella loro lingua significa “uomo, essere umano”), sinti (parola che deriva da Sindh, regione del Pakistan dalla quale provengono), o camminanti (e in questo caso è facile capire perché si chiamano così).
In Italia le popolazioni nomadi arrivarono nel Quattrocento: oggi i nomadi sono circa 140.000, ma molti di loro hanno preso da tempo la cittadinanza italiana. La loro lingua si chiama romanì o romanés, e comprende tante varietà diverse, a seconda delle lingue con le quali questi gruppi sono venuti in contatto durante i loro viaggi.
La lingua romanì o romanés discende dai dialetti parlati anticamente nell’India settentrionale, da dove quelle popolazioni partirono. Molte parole di questa lingua derivano dal persiano, dal curdo, dall'armeno, dal greco, e stanno a testimoniare il lungo percorso fatto tra l’VIII e il XII secolo d.C. dalle popolazioni nomadi dall'India fino all'Europa. In Italia le comunità rom e sinti si stanziarono anticamente in Piemonte, Lombardia ed Emilia, poi nella prima metà del Novecento arrivarono i rom provenienti dalla Slovenia, dalla Croazia, dall’Istria, dalla Bosnia.
I nazisti perseguitarono i rom e i sinti, che furono deportati nei campi di concentramento: circa 500.000 di loro furono uccisi nei campi di sterminio. Oggi le minoranze rom in Italia parlano una lingua mescolata con l’italiano, o influenzata dal rumeno e dalle lingue parlate nei Balcani. Se volete avere un’idea di questa lingua, basta ascoltare la canzone Khorakhané dedicata dal grande cantautore Fabrizio De André al popolo khorakhané (che significa “lettori del Corano”), rom musulmani originari del Kosovo che durante la guerra nella ex Jugoslavia si rifugiarono nella zona di Brescia.
I nomadi chiamati “camminanti” (o “siciliani erranti”), invece, sono diffusi in Sicilia, ma anche a Napoli, Roma, Milano, città nelle quali si spostano su roulotte e camper. Non si conosce la loro origine, e qualche studioso pensa che siano i discendenti dei sopravvissuti al terremoto del 1693 che colpì la Val di Noto in Sicilia. I camminanti parlano una lingua diversa, il baccagghiu, molto simile al dialetto siciliano.
Vi lascio il video della canzone di De André: la parte finale della canzone è cantata nella lingua dei
khorakhané.

 

mercoledì 4 aprile 2018

Non fatevi manipolare, ribellatevi!

E' una sorta di SOS quello che il Papa ha lanciato ai giovani di tutto il mondo per metterli in guardia dalle manipolazioni, dal rischio del pensiero unico, dal tentativo in atto di ridurre le giovani generazioni a fenomeni di massa spesso a fini commerciali.
«Un giovane gioioso è 
difficile da manipolare» ha affermato Papa Francesco, in occasione della Domenica delle Palme, davanti a centinaia di giovani arrivati da tutto il mondo in preparazione del sinodo che quest'autunno si aprirà in Vaticano, facendo riferimento alla gioia che offre il cristianesimo. «Per questo la gioia è per alcuni 
motivo di fastidio. Far tacere i giovani -ha detto il Papa- è una tentazione sempre esistita» e «ci sono molti modi per 
rendere i giovani silenziosi", "anestetizzarli e addormentarli 
perché non facciano rumore. Cari giovani, sta a voi la
 decisione», «se gli altri tacciono, se noi anziani e 
responsabili, tante volte corrotti, stiamo zitti, se il mondo 
tace vi domando: voi griderete? Per favore, decidetevi prima
 che gridino le pietre».
Il brano evangelico che Papa Francesco prende a esempio per ampliare la riflessione e riportarla ai giorni nostri è quello dei farisei che se la prendono con Gesù e gli chiedono 
di calmarli e farli stare zitti. «Ci sono molti modi per rendere 
i giovani silenziosi e invisibili. Molti modi di anestetizzarli 
e addormentarli perché’ non facciano "rumore", perché non si 
facciano domande e non si mettano in discussione. Ci sono molti 
modi di farli stare tranquilli perché non si coinvolgano e i 
loro sogni perdano quota e diventino fantasticherie rasoterra, 
meschine, tristi». «In questa Domenica delle Palme, celebrando la Giornata 
Mondiale della Gioventù, ci fa bene ascoltare - ha 
sottolineato Francesco - la risposta di Gesù ai farisei di 
ieri e di tutti i tempi: «Se questi taceranno, grideranno le 
pietre». Cari giovani, sta a voi la decisione di gridare, sta a 
voi decidervi per l’Osanna della domenica così da non cadere 
nel "crocifiggilo!" del venerdì. E sta a voi non restare 
zitti. Se gli altri tacciono, se noi anziani e responsabili 
stiamo zitti, se il mondo tace e perde la gioia, vi domando: 
voi griderete? Per favore - ha chiesto il Papa ai ragazzi di 
tutto il mondo - decidetevi prima che gridino le pietre».
Adattato da Il Papa lancia Sos ai giovani: «Non fatevi manipolare ribellatevi» di Franca Giansoldati in www.ilmessaggero.it

giovedì 22 marzo 2018

La Bibbia? È come una grande sala parto

Dall'intervista alla rabbina francese Delphine Horvilleur (pubblicata su Avvenire del 14 marzo 2018) di cui ho già pubblicato qualche stralcio (vedi post del 16 marzo):

Nella sua personalissima interpretazione l’Eden è una grande sala parto e il primo uomo come un neonato che nasce. E lo stesso vale per l’Esodo. Quali sono le conseguenze antropologiche di questa sua visione “generativa” delle vicende bibliche?

 «I racconti più centrali della Torah e quelli che fondano precisamente l’identità ebraica sono racconti di "estrazione": si tratta sempre di uscire da una matrice, da un luogo che ci ha dato la nascita e dal quale ci si deve estrarre. È il caso del giardino dell’Eden da cui l’uomo è espulso; è, ancora di più, il caso delle narrazioni della vita di Abramo e dell’uscita dall'Egitto.
Abramo lascia la casa di suo padre e la città della sua nascita, Ur, nel paese dei caldei. Si mette in cammino verso una terra promessa e verso se stesso. Essere un figlio di Abramo (quello che le tre religioni monoteistiche rivendicano) è dunque sempre un po’ riprodurre questo viaggio, questa partenza da se stessi e dalla proprio zona di benessere.
La stessa cosa avviene con l’Esodo, ovvero l’uscita dalla schiavitù. Il popolo ebreo nasce in Egitto, che è incontestabilmente la matrice del popolo. Le metafore bibliche sono molto eloquenti. Si dice che la discendenza di Giacobbe prolifera in Egitto e si sviluppa fino a quando non ha più spazio. E’ come se il feto ebraico fosse al termine della sua crescita uterina. Allora inizia il lavoro della nascita. Le 10 piaghe si abbattono sull'Egitto come i dolori di uno sforzo ostetrico. Il popolo si mette in cammino e nasce a se stesso mettendosi in marcia verso il proprio destino e la propria autonomia».

martedì 20 marzo 2018

Creare progetti grafici con designcap

Avete bisogno di creare volantini, poster o altri progetti grafici senza alcuna registrazione? Questa volta vi propongo designcap, che contiene una grande quantità di contenuti già pronti per l'uso che potete adattare alle vostre esigenze. Una volta concluso il lavoro lo potete scaricare come immagine, condividerlo nei social o stamparlo. Potete anche salvare il progetto nel vostro pc e riprenderlo successivamente per modificarlo.

Vi lascio un video tutorial realizzato da Andrea Maiello.

sabato 17 marzo 2018

Caino e Abele: una questione di responsabilità, libertà e ingiustizia

In Avvenire del 14 marzo 2018 ho letto l'intervista alla rabbina francese Delphine Horvilleur.
Ne riporto alcuni stralci.

Nel suo libro (NDR Come i rabbini fanno i bambini. Sessualità, trasmissione, identità nell'ebraismo, Giuntina) lei indaga la vicenda di Caino e Abele collegandola essenzialmente alla questione della responsabilità, della libertà e dell’ingiustizia. Quale è l’insegnamento principale che da questo racconto primordiale può giungere alla nostra società?
«Il primo omicidio della storia è un fratricidio. E dall'inizio della Genesi, e dell’umanità, è sempre la stessa domanda a farsi largo: come riuscire a vivere con mio fratello, ovvero con l’altro?
Quando Caino ammazza suo fratello, Dio gli domanda: Che hai fatto? E l’assassino risponde: Sono forse io il custode di mio fratello? È la stessa domanda che risuona nei conflitti odierni. Nessuno sa ciò che significa "essere il custode di mio fratello". Oggi esiste nella società un fenomeno ben conosciuto che si può chiamare "competizione vittimistica". Ognuno, a qualsiasi prezzo, cerca di dimostrare che è stato peggio dell’altro, che ha molto sofferto, che le pene dei suoi antenati superano quelle del vicino. Ed è come se la dimostrazione di questo dolore vissuto o ereditato donasse dei diritti a colui che ne viene colpito. Come se la sua violenza (come quella di Caino) non fosse che una forma di legittima difesa o di rivalsa sulla propria storia. Tutto questo è assurdo e pericoloso».
Cosa dovrebbe insegnarci allora il male? 
«Anzitutto che esiste in noi una capacità di superare eventi traumatici e difficoltà o in ogni caso che dobbiamo tentare di costruirla, di "verticalizzarci", di levarci e diventare attori delle nostre storie. È esattamente questo il senso della parola responsabilità: la capacità di apportare una risposta, di ritrovare la parola rispetto alla propria storia e di non restare nel silenzio tipico della vittima. L’essere muto, in ebraico, si scrive proprio come la parola violenza. Se il restare in silenzio e la violenza hanno la medesima radice, il ritorno alla parola è una chiave per liberarsene».


venerdì 9 marzo 2018

Alla scoperta della prima comunità cristiana: attività per le classi seconde

Un percorso alla scoperta della prima comunità cristiana. E' presentato come sfida tra gruppi all'interno della classe, ma può anche essere pensato come attività di ripasso o studio per singoli alunni.

lunedì 5 marzo 2018

Gioia o felicità?

Gioia viene da gaudium che deriva da gaudeo, godo. Appartiene alla stessa famiglia di "gioiello", ovvero una cosa preziosa, da tenere in grande considerazione.
Felicità, dal latino felix, ha la sua radice nel verbo feo che vuol dire produco, e viene legato alla fertilità, che è espressione della vita. Felice quindi nel senso di contento, appagato.
Nel greco antico invece, felicità è tradotta con eudaimonía che è l'insieme di eu (bene) e daímon (spirito). Il significato etimologico è quello di "spirito buono".
L'infelicità è invece athliótes, che contiene la radice di athléo, nel senso di lotta, sforzo fatica, da cui deriva anche la parola "atleta".
Il termine greco che traduce gioia è euphrosýne, formato da eu (buono) e dal verbo phronéo, che vuol dire penso, intendo.
Nella lingua greca è quindi netta la separazione etimologica tra felicità e gioia.
La felicità si associa con il potere, mentre la gioia si lega a saggezza. Come a dire che la felicità è collegata ad un vantaggio, ad un successo personale, è centrata sull'io, mentre la gioia è propria del saggio che non guarda a se stesso, ma all'insieme di cui è parte.
La felicità è la risposta ad uno stimolo, ad un accadimento e persiste finché lo stimolo non si esaurisce. La gioia, al contrario, è indipendente da qualunque evento. Non tiene nemmeno conto dell'io, di colui che prova felicità, ma deriva da una visione ampia, globale del nostro essere nel mondo, indipendentemente dalla variabilità delle esperienze e del loro effetto immediato.
In sintesi: nella felicità si rimane nell'io, con la gioia si passa dall'io al noi, dalla dimensione ristretta a quella cosmica. (liberamente adattato da V. Andreoli, La gioia di vivere)
L'aver sottolineato la differenza tra queste due espressioni mi permette di capire perché il cristianesimo è un invito alla gioia. In Gv 15,11, Gesù dice: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Da dove viene la pienezza di questa gioia? Dall'amare come ama Dio.
Se leggiamo tutto il brano (Gv 15,9-17) non possiamo non notare quante volte compaiano espressioni legate al lessico degli innamorati:amare, amore, gioia, pienezza, frutti….
E' come se Gesù ci dicesse che se non prendiamo sul serio l'amore rischiamo di non capire qual è il nostro posto nel mondo e quindi di rimanere nell'infelicità.
L'amore di cui parla Gesù non è appagamento personale, ma è accoglienza dell'altro, comunione, ricerca degli ultimi, passaggio dall'io al noi. Amando come ha amato Gesù si entra in circuito di bene (l'Amore di Dio Trinità) dove, superando noi stessi, contribuiamo alla costruzione della pace, della giustizia, della gioia.
Dice Papa Francesco:
«Il cristiano è un uomo e una donna di gioia. Questo ci insegna Gesù, ci insegna la Chiesa, in questo tempo in maniera speciale. Che cosa è, questa gioia? E’ l’allegria? No: non è lo stesso. L’allegria è buona, eh?, rallegrarsi è buono. Ma la gioia è di più, è un’altra cosa. E’ una cosa che non viene dai motivi congiunturali, dai motivi del momento: è una cosa più profonda. E’ un dono. L’allegria, se noi vogliamo viverla tutti i momenti, alla fine si trasforma in leggerezza, superficialità, e anche ci porta a quello stato di mancanza di saggezza cristiana, ci fa un po’ scemi, ingenui, no?, tutto è allegria … no. La gioia è un’altra cosa. La gioia è un dono del Signore. Ci riempie da dentro. E’ come una unzione dello Spirito. E questa gioia è nella sicurezza che Gesù è con noi e con il Padre» (omelia in Santa Marta, venerdì 10 maggio 2013).

mercoledì 28 febbraio 2018

Qual è la direzione? Proposta didattica per le classi terze medie

Scegliere non è mai facile. Specialmente se la posta in gioco è importante. Le scelte che facciamo dicono molto di noi, di quello che pensiamo e sentiamo essere più o meno importante per la nostra vita. Fare una scelta sbagliata significa pagarne le conseguenze e, in un certo senso, privarsi di quello che avrebbe potuto renderci veramente soddisfatti e felici. Il cristianesimo ci dice che Gesù non è indifferente rispetto alla nostra realizzazione vera e piena.


martedì 27 febbraio 2018

I sacramenti. Proposta per la seconda media

Comunicare fa parte dell'esperienza umana. Pensieri, emozioni, idee....un flusso continuo di scambi comunicativi, perché abbiamo bisogno di relazione. Anche Dio ha scelto strumenti di comunicazione diversi per entrare in relazione con gli uomini e per essere ascoltato da loro. Tra questi ci sono la Bibbia ma anche i Sacramenti che sono gesti che, tramite Cristo e all'interno della comunità dei credenti, vivificano il rapporto d'amore tra l'uomo e Dio.



lunedì 26 febbraio 2018

Dio cammina con noi. Proposta per la classe prima media

Per chi è cristiano, Gesù è la risposta ad ogni attesa di bene. In un mondo così traboccante di bisogni profondi, la nascita di Gesù (il Cristo, il Figlio di Dio) è la dichiarazione che Dio è vicino agli uomini e cammina con loro. Chi ha trovato e trova questa presenza di Dio nella propria vita, è chiamato a testimoniare con gesti d'amore, quanto Dio ami l'umanità intera.

venerdì 23 febbraio 2018

L'errore come un nuovo inizio

Quanto volte vi ho detto che non dobbiamo avere paura degli errori?
Concluse la verifiche (mi riferisco a quelle fatte online) siete sempre più interessati al voto preso che non a capire gli eventuali errori fatti. Io immancabilmente vi invito a rivedere le risposte giuste e quelle sbagliate e sottolineo sempre come sia importante capire il perché degli errori (poca attenzione in classe? fretta di concludere? argomento complicato o sottovalutato?).
Vi dico sempre che l'atteggiamento giusto di fronte ad un errore è quello di affrontarlo, di mettervisi di fronte per capire, di accettare che è possibile sbagliare e che lo sbaglio può rappresentare un nuovo inizio. Agli errori si può rimediare se si ha un atteggiamento umile e disponibile.
Nello stesso tempo, da insegnante io devo cercare di capire il vostro errore che può essere frutto anche di un approccio originale che non posso liquidare in tutta fretta con aria di rimprovero o di sufficienza.
In questo video la goffaggine e l'inesperienza del bambino diventa persino occasione per scoprire un modo nuovo di fare le cose. Della serie "non tutti i mali/errori vengono per nuocere".
Allora coraggio! Che gli errori ci servano per rimboccarci le maniche e ricominciare il cammino. Però, mi raccomando: "errare è umano, ma perseverare è diabolico". 😊

giovedì 22 febbraio 2018

Eros, philia e agàpe: tre parole per dire l'amore

Un contributo per i ragazzi del IV Liceo Scientifico Sportivo.
Vi propongo la riflessione, adattata, di Mons. Vincenzo Paglia dal Corriere della Sera (15.09.13), sui tre termini di cui abbiamo discusso a scuola.

In un mondo segnato così profondamente dalla paura e dalla solitudine, e lacerato da conflitti bellici o di civiltà, l’amore resta l’unica via per immaginare un nuovo futuro.
Si potrebbe dire: è il tempo dell’«agàpe», il tempo dell’amore per gli altri e non solo per se stessi. Appunto, un amore «agapico». Agàpe, una parola greca, fu scelta dagli autori del Nuovo Testamento per descrivere l’amore di Gesù. In quel tempo non era quasi per nulla usata poiché la cultura greca per dire l’amore preferiva i termini eros e philia.
Gli autori sacri con il termine agàpe introducevano una nuova e impensata concezione dell’amore: un amore che non si nutre della mancanza dell’altro (eros) e che nemmeno semplicemente si rallegra della presenza dell’altro (philia), ma un amore, appena concepibile dalla ragione umana, che trova il suo modello culminante in Gesù: un amore per gli altri totalmente disinteressato, gratuito, perfino ingiustificato, perché continua ad agire – ed è il meno che si possa dire – al di fuori d’ogni reciprocità. È davvero un amore fuori regola, fuori norma.
L’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani afferma: «A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi»( Rm 5, 7-8). Con il termine agàpe si esprime quindi un amore impensabile per la ragione se Dio stesso non lo avesse rivelato. L’agàpe è infatti l’essere stesso di Dio. [...] ...è la risorsa più forte per edificare un mondo nuovo liberato dalla legge inesorabile dell’amore per sé. […]
L’agàpe, culmine dell’amore, non elimina l’eros e la philia [...], ma le purifica dalle ambiguità e le esalta per una loro dinamica positiva. Nella cultura greca,eros era concepito come un dio senza volto, una sorta di divinità originaria, un principio di vita potente che strappa dalla vita quotidiana producendo una discontinuità inimmaginata nella vita di chi ne viene coinvolto. La discontinuità si presenta improvvisa, non è né progettata né voluta, e spinge con prepotenza l’amante ad annullarsi nell'amato [...].  Eros è una energia originaria che strappa via dalla casa abituale, dalla vita ordinaria. Non a caso Platone, nel Simposio, lo definisce a-oikos, senza casa. Il grande pericolo che eros fa correre è perciò quello di essere strappati via da ogni sede, da ogni dimora, da ogni casa, senza un approdo che sia stabile. Da un punto di vista non teologico cristiano, eros è pura avventura, come lo rappresentano le grandi figure, i grandi miti della contemporaneità: l’Ulisse dantesco, il Faust, il Don Giovanni, sono tutte figure che mollano gli ormeggi, perché nessuna casa può contenerli. Ma eros da solo, senza un orizzonte, non basta. In sintesi, potremmo dire, che tutti abbiamo pulsioni d’amore, tutti sentiamo spinte ad amare o sentimenti d’amore che ci muovono, ma – è papa Ratzinger a scriverlo nell’enciclica Deus caritas est – «i sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell’amore».

La philia – che traduciamo normalmente con «amicizia» – esprime un’altra dimensione ancora dell’amore. Ordinariamente viene pensata come una forma attenuata dell’amore, un sentimento più debole, meno impegnativo, meno esigente, casto per di più, segno di una innegabile limitatezza! Molto meno cantata dell’amore, la philia è tuttavia non meno protagonista nella vicenda umana. Un bell’esempio di philia lo rileviamo nella triplice domanda d’amore di Gesù a Pietro dopo la risurrezione, quando lo interroga sull’amore. Gesù chiede al discepolo: «Mi ami?» (phileis me?). Qui non è l’eros che parla, ma un sentimento che chiede una compartecipazione stretta, duratura, perenne. È come se gli chiedesse: «Sei veramente mio, mi appartieni, ci co-apparteniamo?» Nella philia i due – e questa è la differenza fondamentale con eros – rimangono tali, non vi è una dinamica identitaria, non si risolvono in uno. I philoi sono inseparabili, ma tale appartenenza non impedisce loro di sussistere come tali nella propria identità. Anzi, sussistono perché «stanno bene insieme». Semmai, il rischio in tale dinamica è l’appagamento nella coappartenenza, una sorta di piacevole ma rischiosa chiusura. Ed ecco l’agàpe che supera ambedue, senza tuttavia escluderle. In effetti, con la parola agàpe si entra nella logica di stampo trinitario ove non c’è l’annullamento nell'altro e neppure la coappartenenza. C’è di più: la generazione di un altro nel circolo dell’amore.
La raffigurazione emblematica dell’agàpe è l’icona della Trinità di Rublev, con i tre angeli attorno alla mensa.
Agàpe è la relazione Padre-Figlio [....]. La relazione tra le prime due persone, infatti, distinte e tuttavia filoi nel modo più profondo ed essenziale, obbliga a pensare la Relazione stessa come una terza figura. L’agàpe comporta una trascendenza tra i due che è appunto la «Relazione» stessa nella sua eternità, nella sua necessità. L’agàpe è interna a questa dialettica dei due e insieme li trascende entrambi. Amante e amato si trascendono in un terzo: che è la loro «relazione». Questa è agape nel linguaggio neotestamentario e nella teologia cristiana. Il suo nome è Spirito Santo e la sua azione è sconvolgente.

mercoledì 21 febbraio 2018

No alle fake news, sì ad un giornalismo di pace

Da Popotus del 25 gennaio 2018
La prima “fake news” l’ha messa in giro l’«astuto serpente» nel momento in cui ha ingannato prima Eva e poi Adamo con argomentazioni «false e alettanti». Oggi questo «uso distorto della facoltà di comunicare» è alla base del «fenomeno delle “notizie false”», sempre più diffuse anche grazie a internet e ai social network.
Papa Francesco lo ha ricordato ieri (ndr 24 gennaio scorso), indicando chiaramente agli operatori dell’informazione – ma anche a tutti gli utenti dei mezzi della comunicazione – come fare per difendersi dal «virus della falsità»: bisogna sapersi mettere all'ascolto e «attraverso la fatica di un dialogo sincero» è necessario lasciare «emergere la verità».
I suggerimenti del Pontefice sono contenuti nel suo messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Come da tradizione, il 24 gennaio – giorno in cui la Chiesa ricorda san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti – viene diffusa la riflessione del Papa in vista della ricorrenza in programma ogni anno nel giorno dell’Ascensione, che quest’anno cade il 13 maggio.
Il tema scelto per il 2018 è: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace». La soluzione in questo caso sta proprio nel titolo, perché secondo il Papa è la ricerca della verità l’unica via per sconfiggere la diffusione di false notizie, che mette a rischio la nostra «libertà del cuore».
Ma come si cerca la verità? Prima di tutto, dice Francesco, è necessario «un sano confronto con altre fonti di informazione» e poi è molto importante saper mettere al centro le persone. La verità, spiega il Papa, non è solo «dire cose vere» ma è prima di tutto saper entrare in relazione con gli altri.
I giornalisti, quindi, hanno una grande responsabilità con il loro lavoro, perché ricercando la verità hanno la possibilità di generare fiducia e aprire vie di comunione e di pace.

giovedì 8 febbraio 2018

Creare gruppi con Keamk

Ho scoperto un generatore di gruppi casuali che utilizza criteri diversi, come il livello di abilità o il sesso dei partecipanti.
Nel caso volessimo dividere la classe in gruppi per un lavoro o qualche altra attività, basta andare su Keamk e decidere se vogliamo dividere i ragazzi per fasce di livello o per genere, oppure lasciare tutto al caso.
Si clicca sul comando Create Teams e, nel caso volessimo creare gruppi equilibrati per capacità, clicchiamo su Skill level assegnando al nome degli alunni inseriti un punteggio da 1 a 5. Se cerchiamo invece l'equilibrio tra maschi e femmine, cliccheremo su Gender.
Non è richiesta l'iscrizione ed è possibile salvare i gruppi creati semplicemente scaricando il file che si è generato in formato Excel, oppure inviandosi per posta il link della pagina con i gruppi frutto della randomizzazione.
Strumento interessante da provare.

lunedì 5 febbraio 2018

Il coraggio di essere umani

Si avvicinava il Santo Natale del 1914, primo anno di guerra. Sia sul fronte occidentale, dove ormai un’unica linea trincerata collegava il Mare del Nord alle Alpi, sia su quello orientale, si registrava – dopo sanguinosissime battaglie dagli esiti alterni – una situazione di stallo. Benedetto XV, che aveva visto naufragare il tentativo di fermare la luttuosa macchina bellica, provò agli inizi di dicembre a suggerire ai capi delle nazioni che i fucili tacessero almeno durante le feste natalizie. Ma la compassionevole proposta di una «tregua di Natale» – accettata dalla Germania, ma non dalla Francia e dalla Russia – non passò. E già il 12 dicembre l’Osservatore Romano doveva prendere atto che, in mancanza della necessaria unanimità, l’idea di un temporaneo cessate il fuoco era fallita. Troppi apparvero ai governanti e agli alti comandi militari i rischi, in un conflitto che esigeva cieca brutalità e spietatezza, di una irruzione tra le truppe di sentimenti di umanità, religiosità e fraternità. Quasi che festeggiare il Natale senza sparare un colpo, senza uccidere o essere uccisi, potesse minare la propensione al combattimento, l’odio verso il nemico e la fede incrollabile nella vittoria.
La Storia  però ci racconta di tante piccole «tregue di Natale», frutto della spontanea mobilitazione di soldati, in particolare inglesi e tedeschi che, sul fronte occidentale, uscirono disarmati dalle trincee,  camminando lentamente verso le postazioni nemiche, quasi sospinti da una forza invisibile, che era la forza  dell'umanità non ancora sparita, nonostante l'orrore e la violenza della guerra. Le testimonianze parlano di centinaia di fanti dei due eserciti che si ritrovarono nella terra di nessuno, stringendosi le mani, abbracciandosi, scambiandosi regali e cartoline, mostrandosi a vicenda le foto delle fidanzate e, persino in qualche caso, suonando, ballando e dando vita a partite di calcio con una palla fatta di stracci.  A iniziare erano stati due soldati inglesi che, dopo aver inalberato il segnale di tregua, si erano avvicinati prudentemente alle trincee tedesche. Lì erano stati ricevuti con tutti gli onori: e in cambio di fette di mince pie (un dolce tipico natalizio inglese) avevano ricevuto vino e liquori, tornando incolumi alla base. Poche ore dopo, due fanti prussiani si apprestavano a restituire la visita, ma una zelante sentinella inglese, vedendoli arrivare, li aveva arrestati puntandogli il fucile contro. L’incidente venne prontamente risolto dall’intervento di un ufficiale inglese, che accettati i doni e scambiati gli auguri, ordinò alla sentinella di lasciare che i due tornassero alla loro trincea. Non tutti gli ufficiali, specie quelli superiori, però furono condiscendenti. Gli alti comandi dell’una e dell’altra parte, colti di sorpresa da questa esplosione di umanità, andarono su tutte le furie. Non potendo punire migliaia di soldati (tale fu l’ampiezza del fenomeno), decisero di porre rimedio alla pericolosa “fraternizzazione” coi nemici a partire dalle festività successive, con tassativi divieti, rigidi controlli e avvicendando i combattenti nelle trincee alla vigilia dei giorni di festa. (Tratto e adattato da Giovanni Grasso, Avvenire di venerdì 12 dicembre 2014)

Ci vuole proprio grande coraggio nel rimanere umani quando, intorno a te, tutto sembra dirti che l'umanità è un lusso che non ci si può permettere. Eppure proprio a questo siamo chiamati: crescere in umanità. Perché l'Amore ha vinto e vincerà, come possiamo ascoltare nella canzone "Esseri umani" di Marco Mengoni..

lunedì 29 gennaio 2018

La dottrina sociale della Chiesa

Cos'è la dottrina sociale della Chiesa?
L'enciclopedia Treccani la definisce come l'insieme di principi, teorie, insegnamenti e direttive emanate dalla Chiesa cattolica in relazione ai problemi di natura sociale ed economica del mondo contemporaneo.
Papa Francesco ci dice che «la Dottrina Sociale contiene un patrimonio di riflessioni e di speranza che è in grado anche oggi di orientare le persone e di conservarle libere» (dal video messaggio che trovate cliccando qui). Libere da cosa? Dal diventare schiave del denaro, dal mettere il profitto al primo posto, dalle ingiustizie sociali. La Dottrina sociale insegna che la dignità della persona umana deve essere messa al primo posto, e questo non si traduce in una perdita, neanche economica, bensì, sostiene sempre Papa Francesco, «porta un grande guadagno, perché è in grado di creare sviluppo proprio in quanto – nella sua visione complessiva – richiede di farsi carico dei disoccupati, delle fragilità, delle ingiustizie sociali e non sottostà alle distorsioni di una visione economicistica».

Leggo sempre nell'enciclopedia Treccani che l’espressione Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) fu coniata nel 1941 da Pio XII,  e poi sistematicamente utilizzata, salvo una breve parentesi, dai pontefici successivi. Leone XIII preferiva parlare di ‘filosofia cristiana’ e Pio XI di ‘dottrina sociale ed economica’.
In Cathopedia trovo che la DSC non è stata pensata da principio come un sistema organico, ma si è formata nel corso del tempo, attraverso numerosi interventi del Magistero, soprattutto le famose encicliche sociali dei Pontefici, fra cui la Rerum Novarum (1891) di Leone XIII, Quadragesimo Anno (1931) di Pio XI, Mater et Magistra (1961) di Giovanni XXIII, Octogesima Adveniens (1971) di Paolo VI, Laborem Exercens (1981), e Centesimus Annus (1991) di Giovanni Paolo II, tutte scritte in anniversari decennali della prima.
Tra i principali documenti del Magistero che hanno plasmato la Dottrina sociale della Chiesa c'è anche l'enciclica Sollicitudo Rei Socialis di Giovanni Paolo II. Ricordo che era il 1987 (il mio primo anno di insegnamento) quando uscì  e proposi ai ragazzi di una terza media di leggerne alcuni passi. Saranno stati i tempi e i ragazzi diversi, ma ho ancora viva la memoria dei cartelloni che crearono con un entusiasmo che, sinceramente, a fatica trovo negli alunni di oggi.
Anche per i ricordi personali legati a questo documento, ne ho preparata una sintesi da proporre agli alunni.

sabato 27 gennaio 2018

Qual è il vero volto di Dio?

Un video che ci aiuta a riflettere sull'idea che ognuno di noi ha di Dio. Ma qual è il vero volto di Dio?

venerdì 26 gennaio 2018

Nablus, la città del pozzo di Giacobbe

Nel nostro viaggio alla scoperta dei luoghi e dei gesti per incontrare Dio, ci siamo imbattuti nel brano del Vangelo in cui si racconta dell'incontro tra Gesù e la donna samaritana. Sicar è la città citata nel Vangelo di Giovanni e lì si trovava un pozzo di Giacobbe. E' possibile identificare questo luogo?

giovedì 18 gennaio 2018

Il bambino di ghiaccio

Avete sentito di quel bambino cinese di 10 anni che ha fatto 4 chilometri a piedi per andare a scuola, ad una temperatura di meno 9 gradi?
foto trovata su http://news.joins.com/article/22277279
Vi riporto alcuni passi dell'editoriale di Fernando Camon su Avvenire del 14 gennaio 2018.
«A me, che ho passato la vita a insegnare, la nota che mi sorprende di più è un’altra: quel giorno, per quel bambino, c’era compito in classe. E lui non voleva mancare. Il compito in classe è un evento importante, fa vedere al tuo insegnante che cosa hai imparato, come migliori, dove sei forte. Ed è un documento: resta agli atti. Non so come vadano le cose in Cina, ma da noi i compiti vengono conservati e possono essere consultati, un compito è per sempre. Ragion per cui anche da noi gli studenti per fare il compito in classe affrontano freddo e gelo (o, altrove un solo a picco e chilometri e chilometri in percorsi aridi)? No, al contrario: nel giorno del compito in classe gli alunni deboli non vogliono che la loro debolezza venga misurata, che resti agli atti, perciò se trovano un minimo appiglio (e 9 gradi sotto zero sono appiglio formidabile), stanno a casa volentieri. Per questo la notizia mi è sembrata mirabolante. E mi ha commosso. Per questo ne parlo. È questo che spiega, meglio di tanti altri ragionamenti, la crescita annuale a due cifre della grande Cina: questo bambino s’impegna come s’impegna il popolo a cui appartiene, ce la mette tutta, se lo Stato (il maestro, la famiglia, i parenti…) gli fan capire che una cosa va fatta, lui la fa.
Possediamo una foto di questo ragazzino, in cui lui sta dritto in piedi, guance paonazze, orecchie rosse, occhi seri: un ometto di massimo affidamento. Nella foto non si vedono le mani, che si vedono però in un’altra foto, tutta per loro, in cui sono posate sui fogli di un quaderno, a dita aperte, e le dita sono straordinariamente grosse, come per una malattia. Sono i geloni. Nella camminata gli si son gelate le dita, a questo povero ragazzo. Le dita gelate si screpolano e tra i crepetti escono goccioline di sangue. Niente di grave, ma è molto patetico. Il sangue gela subito. È una caratteristica della mani dei bambini poveri, cioè senza guanti. Evidentemente, questo bambino ha marciato per 4 chilometri dalla poverissima capanna dove vive coi nonni (la madre è morta, il padre e lontano per poter lavorare) con le mani all'aperto, non in tasca. Per fare il compito in classe. Per non far mancare al maestro questo documento per la sua completa valutazione».
Condivido in pieno questa riflessione.
Forse è il caso che tutti noi, genitori, insegnanti, alunni, si faccia una seria riflessione su quello che stiamo perdendo.

venerdì 12 gennaio 2018

I Magi, testimoni di un cammino di ricerca

L'omelia di Papa Francesco in occasione dell'Epifania, offre spunti di riflessione che vorrei condividere con voi, ragazzi di terza media in procinto di scegliere la scuola superiore. Il cammino dei Magi è un cammino alla ricerca di un senso da dare alla vita, come lo è il vostro, proprio in questo momento. La loro testimonianza ci aiuta a capire che possiamo e dobbiamo aspirare a qualcosa di grande, che non è il solo successo scolastico o lavorativo. Ben accetti anche questi, e ben venga l'impegno che possiamo e dobbiamo mettere per arrivarci. La vita è però qualcosa di più. A ognuno di voi il proprio percorso di crescita, ma attenzione: che abbiamo deciso di metterci o non metterci Gesù in questo cammino, i tre verbi che il Papa ha utilizzato per descriverci il percorso dei Magi, li possiamo applicare anche alla nostra vita.
Ecco questi verbi su cui sollecito la vostra riflessione.

Vedere la stella. È il punto di partenza. Ma perché, potremmo chiederci, solo i Magi hanno visto la stella? Forse perché in pochi avevano alzato lo sguardo al cielo. Spesso, infatti, nella vita ci si accontenta di guardare per terra: bastano la salute, qualche soldo e un po’ di divertimento. E mi domando: noi, sappiamo ancora alzare lo sguardo al cielo? Sappiamo sognare, desiderare Dio, attendere la sua novità, o ci lasciamo trasportare dalla vita come un ramo secco dal vento?
I Magi non si sono accontentati di vivacchiare, di galleggiare. Hanno intuito che, per vivere davvero, serve una meta alta e perciò bisogna tenere alto lo sguardo. [...]
Possiamo chiederci quale stella scegliamo nella vita. Ci sono stelle abbaglianti, che suscitano emozioni forti, ma che non orientano il cammino. Così è per il successo, il denaro, la carriera, gli onori, i piaceri ricercati come scopo dell’esistenza. Sono meteore: brillano per un po’, ma si schiantano presto e il loro bagliore svanisce. Sono stelle cadenti, che depistano anziché orientare. La stella del Signore, invece, non è sempre folgorante, ma sempre presente; è mite; ti prende per mano nella vita, ti accompagna. Non promette ricompense materiali, ma garantisce la pace e dona, come ai Magi, «una gioia grandissima» (Mt 2,10). Chiede, però, di camminare.
Camminare, la seconda azione dei Magi, è essenziale per trovare Gesù. La sua stella, infatti, domanda la decisione del cammino, la fatica quotidiana della marcia; chiede di liberarsi da pesi inutili e da fastosità ingombranti, che intralciano, e di accettare gli imprevisti che non compaiono sulla mappa del quieto vivere. [...] Mettersi in cammino non è facile. Il Vangelo ce lo mostra attraverso i vari personaggi. C’è Erode, turbato dal timore che la nascita di un re minacci il suo potere. Perciò organizza riunioni e manda altri a raccogliere informazioni; ma lui non si muove, sta chiuso nel suo palazzo. Anche «tutta Gerusalemme» (v. 3) ha paura: paura delle novità di Dio. Preferisce che tutto resti come prima – “si è sempre fatto così” – e nessuno ha il coraggio di andare. Più sottile è la tentazione dei sacerdoti e degli scribi. Essi conoscono il luogo esatto e lo segnalano a Erode, citando anche la profezia antica. Sanno, ma non fanno un passo verso Betlemme. Può essere la tentazione di chi è credente da tempo: si disquisisce di fede, come di qualcosa che si sa già, ma non ci si mette in gioco personalmente per il Signore. Si parla, ma non si prega; ci si lamenta, ma non si fa il bene. I Magi, invece, parlano poco e camminano molto. Pur ignari delle verità di fede, sono desiderosi e in cammino, come evidenziano i verbi del Vangelo: «venuti ad adorarlo» (v. 2), «partirono; entrati, si prostrarono; fecero ritorno» (vv. 9.11.12): sempre in movimento.
Offrire. Arrivati da Gesù, dopo il lungo viaggio, i Magi fanno come Lui: donano. Gesù è lì per offrire la vita, essi offrono i loro beni preziosi: oro, incenso e mirra. Il Vangelo si realizza quando il cammino della vita giunge al dono. Donare gratuitamente, per il Signore, senza aspettarsi qualcosa in cambio: questo è segno certo di aver trovato Gesù, che dice: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Fare il bene senza calcoli, anche se nessuno ce lo chiede, anche se non ci fa guadagnare nulla, anche se non ci fa piacere. Dio questo desidera. Egli, fattosi piccolo per noi, ci chiede di offrire qualcosa per i suoi fratelli più piccoli. Chi sono? Sono proprio quelli che non hanno da ricambiare, come il bisognoso, l’affamato, il forestiero, il carcerato, il povero (cfr Mt 25,31-46). Offrire un dono gradito a Gesù è accudire un malato, dedicare tempo a una persona difficile, aiutare qualcuno che non ci suscita interesse, offrire il perdono a chi ci ha offeso. Sono doni gratuiti, non possono mancare nella vita cristiana. Altrimenti, ci ricorda Gesù, se amiamo quelli che ci amano, facciamo come i pagani (cfr Mt 5,46-47).
Guardiamo le nostre mani, spesso vuote di amore, e proviamo oggi a pensare a un dono gratuito, senza contraccambio, che possiamo offrire. Sarà gradito al Signore. E chiediamo a Lui: “Signore, fammi riscoprire la gioia di donare”.

mercoledì 10 gennaio 2018

Samuele: una voce che chiama nella notte

Che spavento sentire una voce nella notte che pronuncia il nostro nome: tutti dovrebbero dormire, ma c’è qualcuno che chiama e allora bisogna scoprire chi è.
Ed è proprio quello che fece il giovane Samuele, che viveva nel tempio di Gerusalemme assieme al suo maestro, l’anziano sacerdote Eli. Il ragazzo era stato un vero e proprio dono per sua madre, che pensava di non potere avere figli, e per questo fu affidato alle cure di Eli. In quel periodo (all'incirca nell’XI secolo prima di Cristo) il popolo di Israele viveva con fatica la fede e quindi servivano voci autorevoli in grado di ristabilire un legame forte con Dio.
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E Samuele quella notte dimostrò di avere tutte le qualità per svolgere un compito così impegnativo: era un vero e proprio “ragazzo di Parola”. Forse proprio la sua giovane età gli permise di non stupirsi quando sentì che qualcuno lo chiamava nell'ora in cui a illuminare la sua stanza erano solo le tenue luci delle lampade. Corse subito da Eli: era un ragazzo sveglio e sapeva che quando il maestro chiamava bisognava essere pronti. Ma l’anziano sacerdote, forse un po’ scocciato per il fatto di essere stato disturbato di notte, lo rimandò a letto.
Poco dopo Samuele sentì la stessa voce che lo chiamava una seconda volta e con la stessa prontezza della prima corse dal maestro, che lo rispedì a dormire. Solo la terza volta Eli capì che a chiamare Samuele era il Signore e che quella chiamata avrebbe cambiato la vita del ragazzo. Così gli disse di rispondere dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». E fu così che Dio parlò a Samuele dopo averlo chiamato per la quarta volta.
Il messaggio che gli diede non era semplice ed era un avviso per Eli e la sua gente: chi dimentica Dio rischia di perdere la strada giusta, di rovinarsi. Il ragazzo riferì controvoglia questo richiamo al maestro, diventando in quel momento un vero “profeta”, cioè un uomo in grado di guardare al mondo con gli occhi di Dio.
L’entusiasmo di Samuele è lo stesso di tutti i bambini e la sua capacità di ascoltare il cuore, di sentire la voce della verità, è ciò che gli adulti dovrebbero far crescere nei loro ragazzi, proprio come ha fatto Eli, anche se con qualche difficoltà iniziale.
Samuele diventò un’importante guida per Israele; era stato fortunato: aveva trovato il maestro giusto che aveva creduto in lui.
Matteo Liut in Popotus del 31 ottobre 2017

martedì 9 gennaio 2018

E sei noi fossimo loro?

Si parla tanto di immigrazione e di profughi. Si parla tanto. A volte anche senza pensare o con poca voglia di capire. Vi propongo un video, con la speranza che ci aiuti a capire un po'il dramma che è dietro tante storie.

lunedì 8 gennaio 2018

Le nuove proposte didattiche per il Liceo Sportivo

Le nuove proposte didattiche per il Liceo Sportivo. Cliccare sulle immagini.
2LSS
Qual è il segreto per la felicità?

3LSS
Fede e/o ragione?
4LSS
La parola amore esiste




venerdì 5 gennaio 2018

Ci sono persone che hanno bisogno e che aspettano me

Mi sembra, a volte, di notare un certa rassegnazione, se non cinismo, nei ragazzi di oggi. Alla loro età io sognavo e desideravo fare qualcosa per migliorare il mondo; invece i miei alunni mi dicono: «Prof, è tutto inutile, tanto il mondo non cambia e non cambierà».
Un detto dice che "una foresta che cresce non fa rumore", come a significare che "il bene non fa rumore". In effetti fa più clamore il fatto di sangue o il mal costume. Del bene non si parla, eppure è proprio il bene che può cambiare il mondo.
«I peccati di omissione? Che razza di roba sono, prof?»  Pensate, proprio su quelli saremo giudicati. Ricordate? ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato... (Mt 25,42-43).
Non dobbiamo rinunciare al bene che possiamo fare, anche se servirà a poco e non cambierà il mondo. Diceva madre Teresa di Calcutta: «Sappiamo bene che ciò che facciamo non è che una goccia nell'oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all'oceano mancherebbe...». Il mondo certamente non cambierà per quel po' di buono che posso fare, ma come posso stare in pace con me stesso se non faccio quel bene che il mondo si aspetta da me?
La storia che ho letto su Avvenire del 31 dicembre 2017, raccontata da Danilo Poggio è una storia che merita di essere diffusa. Ha per protagonisti una bicicletta ed una signora vicina all'ottantina. Non è l'età che ci fa giovani, ma la voglia di fare qualcosa di buono per questo nostro mondo.


Una bicicletta è progettata per trasportare una persona e non certo decine di chili di cibo. Eppure, la bici della signora Marta ormai ci è abituata, grazie a un cestello davanti al manubrio, una cassetta appoggiata sulla ruota posteriore e un sellino ben appiattito. Da anni viene caricata quasi come un camioncino e spinta a mano da una donna forte, determinata e che semplicemente ha voglia di fare del bene.
Marta ha 79 anni (saranno 80 a luglio) e ogni mattina, insieme all'inseparabile due ruote di un bel colore verde acceso, percorre il consueto itinerario nel quartiere Santa Rita di Torino, la zona in cui vive da molti anni. Intorno alle 9 passa davanti a tre diversi supermercati e, guardando nei cassonetti dell’immondizia all'esterno, cerca ciò che viene quotidianamente gettato, ma che resta ancora perfettamente commestibile. Raccoglie tutto il possibile e se ne va a casa con la sua bicicletta smisuratamente carica, con oltre 40 chilogrammi di generi alimentari ogni giorno.
 «È incredibile – racconta – quanto spreco ci sia ancora oggi. Viene gettato il cibo prossimo alla scadenza oppure quello contenuto in confezioni non più perfette, magari a causa di un urto durante il trasporto. In questo periodo, ad esempio, ci sono le arance: se una è andata a male, buttano via intero l’intero sacchetto da 5 chili. È vergognoso». Ma la signora Marta è tenace: di origine contadina, per molti anni ha intervistato la gente in tutto il Piemonte per le indagini di mercato. Oggi è in pensione, vive con il marito, ha un figlio medico e una figlia biologa e tre nipoti iscritti a Medicina. Non si vergogna, però, a rovistare nella spazzatura, anche se viene guardata continuamente con sospetto dai passanti e di certo senza particolare simpatia neppure dai responsabili dei supermercati: «Non mi interessa. Lo faccio perché so che ci sono persone che hanno bisogno e che mi aspettano ».
Tre volte alla settimana, infatti, carica la sua auto di tutte le provviste raccolte e va a distribuirle a chi ha bisogno a Casalborgone, un paese di duemila persone a circa 30 chilometri da Torino. «Ho iniziato quasi per caso, portando qualche genere alimentare a una famiglia che, a causa della crisi economica, si era ritrovata a perdere tutto. In poco tempo, poi, il giro si è allargato e continuavano ad arrivarmi segnalazioni di nuove situazioni di disagio. Adesso seguo 8 famiglie, per un totale di oltre venti persone. Mi accolgono sempre a braccia aperte e con grande dignità. Non mi hanno mai chiesto nulla e riescono a non sprecare mai nulla. Con la farina si fanno il pane, con il latte producono da soli le formaggette. Ciò che avanza (quando avanza) viene portato in una sorta di scuola popolare che ospita gratuitamente anche a dormire persone in grave indigenza».
A scoprire il motivo della frenetica attività della signora Marta è stato un diacono torinese, Benito Cutellè, della parrocchia Natale del Signore, che racconta: «Quando l’ho vista, affaticata nel trascinare la sua bici piena di scatolami e borse, l’ho scambiata per un’indigente e l’ho invitata a venire nella nostra parrocchia, dove avremmo provveduto a darle ciò che le serviva attraverso la San Vincenzo. Mi sbagliavo: non stava rovistando nei cassonetti per se stessa, ma per chi non ha nulla da mangiare. Sono rimasto davvero sorpreso. Alla sua età presta con estrema modestia un servizio importante a favore dei fratelli più poveri. E il suo rammarico è che, quando lei sarà troppo stanca, non ci sia più nessuno ad aiutarli».
 Per ora, però, la signora Marta è ancora energica e molto risoluta: «Soprattutto i politici e i decisori pubblici dovrebbero rendersi conto della situazione reale e di quanta povertà esista ancora oggi. C’è chi veste alla moda e mangia a crepapelle e chi non ha più nulla. Tutti dovremmo darci da fare e, invece, siamo troppo insensibili ai bisogni del prossimo».

mercoledì 3 gennaio 2018

Isacco che amava il suo papà

Era un ragazzo sveglio, il giovane Isacco, ma si fidava completamente di suo padre, Abramo, e quindi lo seguì senza esitare in quello strano viaggio durato tre giorni.
Forse non capiva perché con loro c’erano due servi e una piccola catasta di legna caricata sull'asino, ma sentiva dentro il cuore che nulla di male poteva succedergli finché seguiva Abramo. D’altra parte l’anziano padre amava con tutto se stesso quel figlio che era stato un vero dono di Dio: non pensava che Sara, sua moglie, potesse avere figli, perché ormai era avanti con gli anni e invece era nato Isacco. Ma qualcosa, durante quel viaggio, era strano e il giovanetto lo aveva capito: suo padre gli aveva parlato di un “sacrificio”, cioè di un’offerta da fare a Dio, ma non capiva cosa Abramo avrebbe sacrificato.
Poco dopo, come racconta il libro della Genesi, Isacco si ritrovò a salire lungo il pendio del monte Moriah, da solo con il padre, portando lui stesso la legna. Poi Abramo preparò un altare e Isacco capì che sarebbe toccato a lui essere sacrificato, eppure non si oppose. La tensione sparì all'improvviso, però, quando un angelo fermò l’anziano: Dio, che all'inizio aveva chiesto di compiere quel gesto, non voleva il sacrificio di Isacco. La gioia, possiamo immaginare, inondò il cuore di Abramo e anche quello del suo giovane figlio. Era stata una prova per capire quanto Abramo si fidava del Signore, che fino a quel giorno gli aveva fatto molti doni. Ma era stata una prova anche per Isacco e per la sua fiducia nei confronti del papà.
Questo antico testo, che oggi potrebbe apparire incomprensibile perché appartenente a una cultura antica, in realtà ci affida un messaggio importante e rivoluzionario per quel tempo: Dio non vuole che nessun uomo muoia nel suo nome. Ci invita, invece, a mettere nelle sue mani tutto quello che per noi è più prezioso, come Abramo ha fatto portando Isacco sul mondo Moriah, perché il suo amore lo farà vivere per sempre. Quel giovane ragazzo diventò il padre di un popolo intero al quale trasmise l’eredità lasciatagli da suo padre Abramo.
La difficile prova sul monte Moriah era diventata il suo tesoro più prezioso: fidarci di chi ci ama e affidarci a chi ci ama è il primo modo per diventare davvero grandi.
Matteo Liut in Popotus del 28 novembre 2017