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giovedì 22 marzo 2018

La Bibbia? È come una grande sala parto

Dall'intervista alla rabbina francese Delphine Horvilleur (pubblicata su Avvenire del 14 marzo 2018) di cui ho già pubblicato qualche stralcio (vedi post del 16 marzo):

Nella sua personalissima interpretazione l’Eden è una grande sala parto e il primo uomo come un neonato che nasce. E lo stesso vale per l’Esodo. Quali sono le conseguenze antropologiche di questa sua visione “generativa” delle vicende bibliche?

 «I racconti più centrali della Torah e quelli che fondano precisamente l’identità ebraica sono racconti di "estrazione": si tratta sempre di uscire da una matrice, da un luogo che ci ha dato la nascita e dal quale ci si deve estrarre. È il caso del giardino dell’Eden da cui l’uomo è espulso; è, ancora di più, il caso delle narrazioni della vita di Abramo e dell’uscita dall'Egitto.
Abramo lascia la casa di suo padre e la città della sua nascita, Ur, nel paese dei caldei. Si mette in cammino verso una terra promessa e verso se stesso. Essere un figlio di Abramo (quello che le tre religioni monoteistiche rivendicano) è dunque sempre un po’ riprodurre questo viaggio, questa partenza da se stessi e dalla proprio zona di benessere.
La stessa cosa avviene con l’Esodo, ovvero l’uscita dalla schiavitù. Il popolo ebreo nasce in Egitto, che è incontestabilmente la matrice del popolo. Le metafore bibliche sono molto eloquenti. Si dice che la discendenza di Giacobbe prolifera in Egitto e si sviluppa fino a quando non ha più spazio. E’ come se il feto ebraico fosse al termine della sua crescita uterina. Allora inizia il lavoro della nascita. Le 10 piaghe si abbattono sull'Egitto come i dolori di uno sforzo ostetrico. Il popolo si mette in cammino e nasce a se stesso mettendosi in marcia verso il proprio destino e la propria autonomia».

martedì 20 marzo 2018

Creare progetti grafici con designcap

Avete bisogno di creare volantini, poster o altri progetti grafici senza alcuna registrazione? Questa volta vi propongo designcap, che contiene una grande quantità di contenuti già pronti per l'uso che potete adattare alle vostre esigenze. Una volta concluso il lavoro lo potete scaricare come immagine, condividerlo nei social o stamparlo. Potete anche salvare il progetto nel vostro pc e riprenderlo successivamente per modificarlo.

Vi lascio un video tutorial realizzato da Andrea Maiello.

sabato 17 marzo 2018

Caino e Abele: una questione di responsabilità, libertà e ingiustizia

In Avvenire del 14 marzo 2018 ho letto l'intervista alla rabbina francese Delphine Horvilleur.
Ne riporto alcuni stralci.

Nel suo libro (NDR Come i rabbini fanno i bambini. Sessualità, trasmissione, identità nell'ebraismo, Giuntina) lei indaga la vicenda di Caino e Abele collegandola essenzialmente alla questione della responsabilità, della libertà e dell’ingiustizia. Quale è l’insegnamento principale che da questo racconto primordiale può giungere alla nostra società?
«Il primo omicidio della storia è un fratricidio. E dall'inizio della Genesi, e dell’umanità, è sempre la stessa domanda a farsi largo: come riuscire a vivere con mio fratello, ovvero con l’altro?
Quando Caino ammazza suo fratello, Dio gli domanda: Che hai fatto? E l’assassino risponde: Sono forse io il custode di mio fratello? È la stessa domanda che risuona nei conflitti odierni. Nessuno sa ciò che significa "essere il custode di mio fratello". Oggi esiste nella società un fenomeno ben conosciuto che si può chiamare "competizione vittimistica". Ognuno, a qualsiasi prezzo, cerca di dimostrare che è stato peggio dell’altro, che ha molto sofferto, che le pene dei suoi antenati superano quelle del vicino. Ed è come se la dimostrazione di questo dolore vissuto o ereditato donasse dei diritti a colui che ne viene colpito. Come se la sua violenza (come quella di Caino) non fosse che una forma di legittima difesa o di rivalsa sulla propria storia. Tutto questo è assurdo e pericoloso».
Cosa dovrebbe insegnarci allora il male? 
«Anzitutto che esiste in noi una capacità di superare eventi traumatici e difficoltà o in ogni caso che dobbiamo tentare di costruirla, di "verticalizzarci", di levarci e diventare attori delle nostre storie. È esattamente questo il senso della parola responsabilità: la capacità di apportare una risposta, di ritrovare la parola rispetto alla propria storia e di non restare nel silenzio tipico della vittima. L’essere muto, in ebraico, si scrive proprio come la parola violenza. Se il restare in silenzio e la violenza hanno la medesima radice, il ritorno alla parola è una chiave per liberarsene».


venerdì 9 marzo 2018

Alla scoperta della prima comunità cristiana: attività per le classi seconde

Un percorso alla scoperta della prima comunità cristiana. E' presentato come sfida tra gruppi all'interno della classe, ma può anche essere pensato come attività di ripasso o studio per singoli alunni.

lunedì 5 marzo 2018

Gioia o felicità?

Gioia viene da gaudium che deriva da gaudeo, godo. Appartiene alla stessa famiglia di "gioiello", ovvero una cosa preziosa, da tenere in grande considerazione.
Felicità, dal latino felix, ha la sua radice nel verbo feo che vuol dire produco, e viene legato alla fertilità, che è espressione della vita. Felice quindi nel senso di contento, appagato.
Nel greco antico invece, felicità è tradotta con eudaimonía che è l'insieme di eu (bene) e daímon (spirito). Il significato etimologico è quello di "spirito buono".
L'infelicità è invece athliótes, che contiene la radice di athléo, nel senso di lotta, sforzo fatica, da cui deriva anche la parola "atleta".
Il termine greco che traduce gioia è euphrosýne, formato da eu (buono) e dal verbo phronéo, che vuol dire penso, intendo.
Nella lingua greca è quindi netta la separazione etimologica tra felicità e gioia.
La felicità si associa con il potere, mentre la gioia si lega a saggezza. Come a dire che la felicità è collegata ad un vantaggio, ad un successo personale, è centrata sull'io, mentre la gioia è propria del saggio che non guarda a se stesso, ma all'insieme di cui è parte.
La felicità è la risposta ad uno stimolo, ad un accadimento e persiste finché lo stimolo non si esaurisce. La gioia, al contrario, è indipendente da qualunque evento. Non tiene nemmeno conto dell'io, di colui che prova felicità, ma deriva da una visione ampia, globale del nostro essere nel mondo, indipendentemente dalla variabilità delle esperienze e del loro effetto immediato.
In sintesi: nella felicità si rimane nell'io, con la gioia si passa dall'io al noi, dalla dimensione ristretta a quella cosmica. (liberamente adattato da V. Andreoli, La gioia di vivere)
L'aver sottolineato la differenza tra queste due espressioni mi permette di capire perché il cristianesimo è un invito alla gioia. In Gv 15,11, Gesù dice: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Da dove viene la pienezza di questa gioia? Dall'amare come ama Dio.
Se leggiamo tutto il brano (Gv 15,9-17) non possiamo non notare quante volte compaiano espressioni legate al lessico degli innamorati:amare, amore, gioia, pienezza, frutti….
E' come se Gesù ci dicesse che se non prendiamo sul serio l'amore rischiamo di non capire qual è il nostro posto nel mondo e quindi di rimanere nell'infelicità.
L'amore di cui parla Gesù non è appagamento personale, ma è accoglienza dell'altro, comunione, ricerca degli ultimi, passaggio dall'io al noi. Amando come ha amato Gesù si entra in circuito di bene (l'Amore di Dio Trinità) dove, superando noi stessi, contribuiamo alla costruzione della pace, della giustizia, della gioia.
Dice Papa Francesco:
«Il cristiano è un uomo e una donna di gioia. Questo ci insegna Gesù, ci insegna la Chiesa, in questo tempo in maniera speciale. Che cosa è, questa gioia? E’ l’allegria? No: non è lo stesso. L’allegria è buona, eh?, rallegrarsi è buono. Ma la gioia è di più, è un’altra cosa. E’ una cosa che non viene dai motivi congiunturali, dai motivi del momento: è una cosa più profonda. E’ un dono. L’allegria, se noi vogliamo viverla tutti i momenti, alla fine si trasforma in leggerezza, superficialità, e anche ci porta a quello stato di mancanza di saggezza cristiana, ci fa un po’ scemi, ingenui, no?, tutto è allegria … no. La gioia è un’altra cosa. La gioia è un dono del Signore. Ci riempie da dentro. E’ come una unzione dello Spirito. E questa gioia è nella sicurezza che Gesù è con noi e con il Padre» (omelia in Santa Marta, venerdì 10 maggio 2013).