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sabato 17 marzo 2018

Caino e Abele: una questione di responsabilità, libertà e ingiustizia

In Avvenire del 14 marzo 2018 ho letto l'intervista alla rabbina francese Delphine Horvilleur.
Ne riporto alcuni stralci.

Nel suo libro (NDR Come i rabbini fanno i bambini. Sessualità, trasmissione, identità nell'ebraismo, Giuntina) lei indaga la vicenda di Caino e Abele collegandola essenzialmente alla questione della responsabilità, della libertà e dell’ingiustizia. Quale è l’insegnamento principale che da questo racconto primordiale può giungere alla nostra società?
«Il primo omicidio della storia è un fratricidio. E dall'inizio della Genesi, e dell’umanità, è sempre la stessa domanda a farsi largo: come riuscire a vivere con mio fratello, ovvero con l’altro?
Quando Caino ammazza suo fratello, Dio gli domanda: Che hai fatto? E l’assassino risponde: Sono forse io il custode di mio fratello? È la stessa domanda che risuona nei conflitti odierni. Nessuno sa ciò che significa "essere il custode di mio fratello". Oggi esiste nella società un fenomeno ben conosciuto che si può chiamare "competizione vittimistica". Ognuno, a qualsiasi prezzo, cerca di dimostrare che è stato peggio dell’altro, che ha molto sofferto, che le pene dei suoi antenati superano quelle del vicino. Ed è come se la dimostrazione di questo dolore vissuto o ereditato donasse dei diritti a colui che ne viene colpito. Come se la sua violenza (come quella di Caino) non fosse che una forma di legittima difesa o di rivalsa sulla propria storia. Tutto questo è assurdo e pericoloso».
Cosa dovrebbe insegnarci allora il male? 
«Anzitutto che esiste in noi una capacità di superare eventi traumatici e difficoltà o in ogni caso che dobbiamo tentare di costruirla, di "verticalizzarci", di levarci e diventare attori delle nostre storie. È esattamente questo il senso della parola responsabilità: la capacità di apportare una risposta, di ritrovare la parola rispetto alla propria storia e di non restare nel silenzio tipico della vittima. L’essere muto, in ebraico, si scrive proprio come la parola violenza. Se il restare in silenzio e la violenza hanno la medesima radice, il ritorno alla parola è una chiave per liberarsene».


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